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RECENSIONE

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Titolo Storia d'Italia. Dalla preistoria ai giorni nostri
Autore Milza Pierre
Dati 1021 p., rilegato
Prezzo € 32,00
Prezzo IBS € 27,20
Editore Corbaccio
Collana Collana storica
EAN 9788879728065
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Pierre Milza

Storia d'Italia


“È incontestabile l’enormità dell’apporto italiano alla storia d’Europa e al patrimonio culturale dell’umanità. Non esiste centimetro  dello spazio peninsulare che non ne porti traccia. L’Italia è un 'vecchio paese' che nel corso di tremila anni di storia ha conosciuto drammi e crisi che è sempre riuscita a superare. Come scrive Michelet, è nel mezzo delle sofferenze, dei suoi complotti e delle sue rivoluzioni, che l’Italia ha offerto al mondo la quintessenza della sua civiltà.”

In tempo di memorie e commemorazioni del Trattato di Roma, che cinquant'anni fa ci fece fare i primi passi lungo la strada verso l'unità dell'Europa, leggiamo la storia d'Italia raccontata da un francese che ci conosce bene e che si occupa di relazioni internazionali.

L’opera di Milza è ambiziosissima, perché percorre e riunisce in un unico volume tutta la parabola storica del territorio italico, dalla preistoria ai giorni nostri, parabola che finora in Francia era stata trattata solo attraverso la segmentazione in diversi testi.
Per parlare dell’Italia, di solito gli storici francesi partono all’incirca dall’anno Mille, Milza invece ha inserito il periodo dell’impero romano,  trovando incomprensibile una storia d’Italia al di fuori della romanità, che ha conglobato, elaborato e diffuso i contributi di altre culture, come quella greca ed etrusca.
Sono il periodo preromano e romano, secondo Milza, a dimostrare che l’Italia è il crogiuolo dell’Europa.
Nel libro, Milza osserva che i romani erano dotati nella poesia, nella retorica e nel diritto “ma poco aperti al pensiero scientifico”. Forse per questo anche oggi in Italia si preferiscono le materie umanistiche, anzi questo tipo di influenza può essere allargato all’Europa intera - i cui confini sono all’incirca quelli dell’Impero romano - perchè i romani hanno esportato ovunque il loro tipo di istruzione. Perfino in Grecia, culla della civiltà occidentale, il diritto si insegnava in latino.

Il dominio romano è stato abbattuto dalle invasioni barbariche, che Milza definisce “migrazioni armate”, suggerendo paralleli con l’attualità, anche se non bisogna confondere la situazione di declino in cui versava l’impero romano con la situazione dell’Europa di oggi.
Milza afferma con forza che l’Europa non è in declino, ma soltanto all’inizio del suo percorso comunitario, di cui deve ancora percepire e sviluppare le potenzialità, e l’Italia secondo lui avrà un ruolo molto importante da svolgere in proposito.
L’ammirazione per il paese di suo padre è sempre evidente nei giudizi dello storico francese, che non esita a contestare la storiografia denigratoria che prevale in Italia, ad esempio nello sminuire e addirittura ridicolizzare il Risorgimento, un atteggiamento derivato dall’impostazione marxista degli storiografi italiani del dopo guerra, che hanno voluto far vedere il Risorgimento come il prodotto di interessi economici borghesi. Un atteggiamento che Milza definisce non obiettivo e del tutto superato.

Concludendo il libro alla vigilia delle elezioni politiche del 2006, si dice convinto che in una prospettiva di lunga durata, “il cambiamento sarà soltanto una goccia del mare, perchè l’alternanza tra due grandi forze politiche omogenee che avrebbe dovuto sostituire la partitocrazia e formare la base della 'Seconda Repubblica' resta di là da venire.”


Le prime pagine

CAPITOLO I

La «prima Italia»

Come parlare, anche se solo della costa campana, e di quella sua amenità fiorente e splendida, che mostra come la potenza creatrice della natura in un momento di grazia si sia concentrata in un solo luogo? E tutta quella vivificamele ininterrotta salubrità; quella mitezza di clima, i campi così fertili, colli così ridenti, valichi così sicuri, boschi tanto ombrosi; una tale varietà e ricchezza di selve: venti che spirano da monti così numerosi; una così glande fertilità di messi, di viti e di olivi, e greggi dai manti così eccellenti, tori dai colli così pingui; tanti luoghi, tanta abbondanza di fiumi e di sorgenti che la bagnano tutta; tanti mari, porti, e il suo grembo aperto da ogni lato al commercio dei popoli e lei stessa che, come per aiutare gli uomini, si slancia ardentemente verso i mari!

Così sì esprime Plinio il Vecchio nel I secolo dopo Cristo.

    Se per questo «uomo del Nord» - nato nei pressi del lago di Como - la Campania è un paradiso terrestre, è perché la confronta al resto dell'Italia antica, un paese per lo più povero e selvaggio di cui non fanno parte né la pianura attraversata dal Po - popolata dai celti e chiamata Gallia Cisalpina- né l'arco alpino.
Due nature, due mondi

    In questa Italia peninsulare, come in Grecia, i rilievi sono una presenza costante. Poco elevato, ma difficilmente valicabile, l'Appennino occupa gran parte della penisola e traccia una dorsale ben delineata. Le regioni pianeggianti sono rare e di limitata estensione, spesso separate le une dalle altre da montagne. Le regioni più grandi, e più fertili, poiché il terreno è composto da ceneri vulcaniche, si trovano sul versante appenninico occidentale. Oltre la Campania, tanto lodata da Plinio il Vecchio, le regioni più importanti sono il Lazio e la Maremma toscana, entrambe disseminate di malsane paludi. Nonostante la lunghezza del litorale, le coste dell'Italia peninsulare sono spesso ostili alla marineria, soprattutto in un'epoca in cui non ci si avventurava facilmente in alto mare e la navigazione era sostanzialmente costiera. Ciò spiega come mai i romani siano rimasti per tanto tempo legati alla pastorizia e all'agricoltura, invece di diventare navigatori o mercanti, come i greci e molti altri popoli del Mediterraneo. In seguito, l'insalubrità delle coste paludose e la paura degli assalti dei predatori venuti dal mare spinsero la popolazione ad allontanarsi dalle coste e a cercare rifugio nell’entroterra, in luoghi difficili da raggiungere e poco favorevoli al contatto quotidiano con il mare, che caratterizza lo stile di vita dei popoli di pescatori. Un'altra ipotesi potrebbe essere che la scarsa pescosità delle acque marine non si prestasse alla pratica «industriale» della pesca.
    Anche il clima, che ha fatto la fortuna del turismo moderno, non è ovunque salubre. Probabilmente piove più qui che in Grecia, soprattutto in primavera e in autunno. Probabilmente il manto forestale è più denso e lussureggiante (nell'antichità lo era ancora di più), ma la relativa abbondanza delle precipitazioni non è solo un vantaggio. Le piogge autunnali e primaverili cadono spesso sotto forma di temporali violenti e distruttivi. Essi accelerano l’erosione del suolo e arrivano o troppo presto o troppo tardi perché la vegetazione possa godere a lungo della loro azione benefica.
Ecco dunque una natura che, malgrado il sole, non è particolarmente favorevole all'uomo e lo condanna alla frugalità e a una lotta senza tregua contro la siccità, la povertà del suolo - destinato, laddove l'irrigazione è assente, alla coltura del grano, della vite e dell'ulivo - e contro la bramosia dei bellicosi vicini.
    All'altro capo della dorsale appenninica, tutt'altra natura si offre alle popolazioni che si sono succedute o che hanno convissuto nella parte settentrionale di quella che noi chiamiamo Italia. La pianura padana, disegnando un vasto triangolo pianeggiante con un ampio affaccio sull'Adriatico, ne occupa la gran parte (più di 40.000 chilometri quadrati). Il Po vi traccia pigramente i suoi meandri, trascinando grandi quantità di sedimenti alluvionali che, se hanno fatto la ricchezza della regione, hanno anche obbligato le popolazioni insediate lungo il suo corso a una continua opera di contenimento delle piene, poiché un letto tanto aperto minaccia di continuo i villaggi e le campagne di esondazioni catastrofiche. Grazie alla ricchezza del suolo, agricoltura e allevamento trovano qui condizioni favorevoli; ciò non toglie che il clima continentale sia duro, con rigidi inverni, frequenti nebbie (soprattutto nella bassa, la zona in prossimità del fiume) ed estati calde e temporalesche. A est, sulla costa adriatica, riappaiono le influenze mediterranee, così, come sulle rive dei laghi subalpini: il lago di Como, il lago Maggiore e il lago di Garda.
    L’arco alpino, variamente articolato e proteso, arriva a centocinquanta chilometri a nord di Verona e non è mai stato un ostacolo invalicabile né per i popoli migratori né per i conquistatori. Nemmeno a ovest, dove si trovano i passi più alti (cima del Moncenisio, 2084 metri; cima del Gran San Bernardo, 2489 metri, ecc.) la barriera alpina è riuscita a fermare gli elefanti di Annibale, i soldati di Luigi XII e di Francesco I, o i cannoni del generale Bonaparte. La particolarità dell'Italia non sta tanto nei suoi rilievi, nel clima o nella relativa permeabilità delle barriere montane che la separano dal resto d'Europa (caratteristiche che invece la accomunano ad altre due penisole mediterranee, iberica e greca), bensì il fatto di essere per la sua posizione geografica un ponte tra il cuore del vecchio continente e l'Africa, e una linea divisoria tra Oriente e Occidente, «Qui l'Italia» scrive Braudel, «trova il senso del proprio destino: è l'asse mediano del mare, e si è sempre sdoppiata, molto più di quanto non si dica di solito, tra un'Italia volta a Ponente e un'altra che guarda a Levante.»

© 2007, Corbaccio

Pierre Milza - Storia d'Italia dalla preistoria ai giorni nostri
pag. 1021, Euro 32.00 – Edizioni Corbaccio, 2007 (Collana storica)
EAN 9788879728065


L'autore



27 marzo 2007 Di Daniela Pizzagalli


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