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Recensione

La La rete di protezione copertina

La rete di protezione di Andrea Camilleri

«Ma quanti modi di protezione esistivano! C’era ‘na gana diffusa di protiggirsi da ogni cosa: da quello che s’acconosci, da quello che potrebbi essiri e che non è ditto che sarà, da quelli che venno dal mari, da quelli che hanno un Dio diverso, da quelli che hanno macari lo stesso Dio ma lo pregano differenti. E comunque sempre meglio quartiarisi. Epperciò le forme di protezione si moltiplicavano.»

Cosa succede a Vigàta? La città sembra ripiombata negli anni Cinquanta: è un sogno, un’allucinazione? Piuttosto un incubo per il commissario Montalbano, alle prese con il cannivalari creato in paese dalle riprese di una fiction che ha riportato tutta Vigàta indietro di più di mezzo secolo. Ma non è abbastanza. Tra feste di gemellaggio e scandali da set, una scuola media vigatese è teatro di un’inspiegabile sparatoria a opera di ignoti. Intanto però i pensieri del commissario sono ossessionati da alcuni misteriosi video girati tra il 1958 e il 1963. In entrambe i casi il nodo appare inestricabile: fino a che punto può spingersi il nostro desiderio di proteggere noi stessi o le persone che amiamo?

Il venticinquesimo romanzo della fortunata serie del commissario Montalbano, nata dalla penna di Andrea Camilleri, si apre su una Vigàta trasformata in set cinematografico, un paese irriconoscibile per i suoi stessi abitanti, tra automobili anni Cinquanta, gonne a palloncino e insegne d’antan. Sono in corso le riprese di una fiction di produzione italo-svedese e in ogni angolo di Vigàta gli sguardi curiosi dei paesani si soffermano sulle belle attrici svedesi al lavoro sul set.

Ma come è stato possibile riportare Vigàta alle atmosfere di più di cinquant’anni fa? Tutti i paesani sono partiti alla caccia di testimonianze del passato, tra polverose scatole nascoste in soffitta, vecchi album di fotografie ingiallite e filmini superotto abbandonati nei cassetti. Spesso però i reperti del passato nascondono inaspettate sorprese e inspiegabili misteri.

Perché, ad esempio, il geometra Francesco Sabatello ha deciso di filmare un anonimo pezzo di muro alla stessa ora e lo stesso giorno di ogni anno dal 1958 al 1963, perfino quando era ormai in punto di morte? È quello che si chiede suo figlio Ernesto dopo aver ritrovato quei filmati ed è quello che si chiede il commissario Montalbano dopo averli visionati ed essersi fatto catturare da un’indagine all’indietro nel tempo, nelle dinamiche di dipendenza e profondo affetto che univano Francesco ad Emanuele, il fratello gemello affetto da autismo. Un fratello da accudire, amare e proteggere. Forse oltre i limiti che la nostra coscienza è disposta a sopportare.

E perché una mattina due ragazzi con il volto coperto dalle maschere di Anonymous assaltano pistole alla mano la classe di Salvuzzo, il figlio tredicenne del vicecommissario Mimì Augello e figlioccio di Montalbano? Nessuna vittima, nessun ferito, ma l’antiterrorismo è in allerta. Forse però le cose non stanno come sembra. E se una disperata richiesta di protezione fosse stata accolta da chi non avrebbe mai dovuto ascoltarla?

Tra misteri del passato e incertezze sul presente, con La rete di protezione Andrea Camilleri ci immerge ancora una volta in un mondo che, anche grazie alla fortunata serie tv, ci è sempre più familiare: le scappatelle di Mimì Augello, le sciarriatine del commissario con l’eterna fidanzata Livia, la spontanea comicità dell’agente Catarella. Ma lo sguardo dello scrittore non dimentica mai il nostro di mondo ed è sempre ben focalizzato sull’attualità: le nuove generazioni e le loro abitudini, l’immigrazione nel Canale di Sicilia, i problemi ecologici, i benefici e le trappole di internet, della rete.

Romanzo dopo romanzo, la realtà intorno a Montalbano, come la nostra, muta e il personaggio stesso si evolve, le sue preoccupazioni sul futuro si fanno sempre più pressanti, le sue certezze sempre più fragili, le sue considerazioni sempre più amare. A tal punto da preferire tirarsi in disparte, fare un doloroso passo indietro e considerare che la virità, certe volte, è meglio tinirla allo scuro, allo scuro più fitto, senza manco la luci di un fiammifero.

Recensione di Francesca Barbalace

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