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Recensione

La La famiglia Aubrey copertina
  • La La famiglia Aubrey
  • Fazi
  • 1900

La famiglia Aubrey di Rebecca West

Con La famiglia Aubrey, primo libro di una trilogia ispirata alla sua biografia, Rebecca West ha creato un vero e proprio universo nel descrivere l’epopea quotidiana di una famiglia di fine Ottocento fuori dal comune. Per gli amanti dei classici e delle saghe familiari, questa mastodontica trilogia, in linea con la migliore tradizione ottocentesca da Dickens a Louisa May Alcott (sebbene il romanzo sia stato scritto nel 1956), è sicuramente da inserire nella lista dei libri da leggere.

Il signor Aubrey è un intellettuale e scrittore scapestrato che, quando non scrive i suoi articoli, è impegnato a fare operazioni finanziarie poco felici che mettono a rischio le esigue finanze della famiglia. La signora Aubrey, che ha nel suo passato una brillante, anche se breve, carriera di pianista, si barcamena tra i problemi economici e la cura dei figli. Cordelia, la figlia maggiore, è insofferente allo stravagante stile di vita a cui deve adeguarsi, e si lancia con ostinazione in una carriera da violinista, nonostante la sua mancanza di talento. Le due gemelle Mary e Rose sono bambine dall’intelligenza acuta e dallo spiccato talento musicale; infine il piccolo Richard Quin è l’unico figlio maschio, amato e viziato da tutti. Poi c’è l’amata cugina Rosamund, una bambina pacata e silenziosa che trova rifugio nell’eccentrica casa Aubrey, e la miriade di curiosi personaggi che gravitano intorno alla famiglia. La voce narrante è quella di Rose, che, ormai adulta, rispolvera i suoi ricordi d’infanzia, ripercorrendo la vita di tutti i giorni, le atmosfere, le tensioni, le speranze e le delusioni dell’intera famiglia.

La routine dei piccoli Aubrey gira intorno a spartiti, note e scale musicali. Tutti gli sforzi della signora Aubrey sono tesi a scovare e educare il talento musicale dei propri figli, al primo posto nella gerarchia delle sue priorità. I problemi economici, l’aspetto sgualcito e trasandato dei bambini, ma anche dei genitori, passano in secondo piano, in un ambiente in cui la musica, i libri e gli affetti assorbono completamente la vita famigliare. A emergere è l’immagine di una infanzia felice, nonostante tutto; fatta di piccole cose, come i giocattoli costruiti con amore dai genitori per Natale, le castagne intinte nel latte davanti al caminetto, e l’immancabile tè pomeridiano.

Leggendo La famiglia Aubrey il lettore si ritrova in una dimensione senza tempo, in cui la consuetudine è sconvolta ogni tanto da qualche evento drammatico, come un omicidio, la scomparsa improvvisa del padre, e persino un evento paranormale: un fenomeno di poltergeist che tormenta Rosamund e sua madre, fino a che la visita della signora Aubrey e di Rose non spinge gli spiriti ad abbandonare la casa. Questi eventi, tuttavia, non hanno lo scopo di creare suspense o colpi di scena, bensì si inseriscono senza fratture nella narrazione della quotidianità, vera protagonista del romanzo. La musica che aleggia nell’aria, insieme a un mondo fatto di sentimenti genuini, strega il lettore, che non può fare a meno di continuare a leggere famelicamente. L’andamento lento e ozioso della narrazione, che indugia su descrizioni minute con uno stile raffinato, acuto e ironico, ha lo stesso effetto di un profondo respiro, una parentesi dalla frenesia dell’esistenza che solo un buon classico può regalare.


di Flavia Scotti


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