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Recensione

Il Il purgatorio dell'angelo. Confessioni per il commissario Ricciardi copertina
  • De Giovanni Maurizio
  • Il Il purgatorio dell'angelo. Confessioni per il commissario Ricciardi
  • Einaudi
  • 2018

Il purgatorio dell'angelo di Maurizio De Giovanni

Il pittore fiammingo Pieter Bruegel mosse i suoi primi passi nella ricca e cosmopolita cittadina di Anversa che all’epoca, verso la metà del 1500, era un brulicante centro mercantile. I suoi dipinti più famosi ritraggono il pullulare di una varia umanità indaffarata a giocare, correre, battagliare, mercanteggiare, spesso presa di spalle e ignara dell’occhio del pittore.

Anche la Napoli del commissario Ricciardi, all’inizio del Novecento, è un centro brulicante di varia umanità. È una delle poche città italiane che si possano definire metropoli. Soprattutto durante il fascismo, il porto di Napoli è il punto di partenza dell’Impero coloniale verso l’Africa.

Per descrivere la città, le sue anime multiformi, la gente che la popola, il suo fermento culturale, Maurizio de Giovanni fa come Bruegel: dipinge un accurato affresco ricco di dettagli, cristallizza il movimento della massa fotografando un solo istante, e poi stringe lentamente l’inquadratura su ciascuno di questi personaggi, restituendo al lettore la sensazione di esserne immerso.

Nell’undicesimo (e penultimo?) romanzo della serie con protagonista il Commissario di polizia Luigi Alfredo Ricciardi la storia è incentrata sulla Confessione, il sacramento che prevede il perdono dei peccati dopo il pentimento. Sarà durante la confessione che la vittima, il gesuita padre Angelo, uomo amatissimo e in odore di santità, verrà trovato cadavere con la testa fracassata da un sasso, tra gli scogli di Posillipo.

Ricciardi sa che le sue ultime parole erano state quelle del confessore, come sa, suo malgrado, quali sono tutti i pensieri affiorati nella mente dei cadaveri che, dopo molti anni, ancora incontra. La sua malattia, quella che lo fa vivere in un mondo pieno di anime in pena, è la causa della sua eterna indecisione nei confronti di Enrica, la donna che ama ma che non può sposare, perché non vuole coinvolgerla nella sofferenza cui è condannato.

La soluzione del caso del prete prenderà strade tortuose, che condurranno il commissario in un passato lontano, ma anche in un ambiente che lui conosce molto bene, quello dell’aristocrazia cittadina. Eppure per venirne a capo sarà sempre indispensabile la sua capacità di scovare nei dettagli e nelle impercettibili sfumature dell’animo umano il suggerimento decisivo. Se la trama del romanzo poliziesco si sviluppa attraverso i canoni classici (la logica deduttiva è preponderante), non si può dire che sia canonica la pennellata con cui De Giovanni disegna i suoi personaggi.

Dal brigadiere Maione, che in questo romanzo ci apparirà ancora più eroico, impulsivo, imprudentemente coinvolto in una questione personale, a Bianca, bellissima e altera, finalmente libera eppure con lo sguardo velato di tristezza, fino alle vere e proprie macchiette che de Giovanni inizia a mostrare con assoluta precisione. La madre di Enrica, la marchesa Berardelli, Nelide assumono in queste pagine dei contorni sempre più distinti che renderebbero i personaggi meritevoli di un capitolo a sé. Mano a mano che l’inquadratura si concentra su uno di loro, emergono dettagli inattesi.

Intermezzato da lunghi interludi poetici - in cui Napoli, la luna, il mare, la brezza di maggio sono descritti con la passione dell’amante – il romanzo scivola via lasciando al commissario Ricciardi una sola occasione, forse l’ultima, per risolvere la sua storia con Enrica. Prima della decisione servirà una lunga accorata confessione. Per chi ci crede, ovviamente, sarà risolutiva. Per chi non crede più a niente, come Ricciardi, dopo questo purgatorio in terra non c’è che una strada a senso unico.


di Annalisa Veraldi


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