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Recensione

Il Il morso della reclusa copertina

Il morso della reclusa di Fred Vargas

Nella nebbia ci vedo benissimo. Anzi, meglio che altrove. Quindi sarò chiaro, Danglard. Non credo a una moltiplicazione delle recluse. Non credo a una mutazione del loro veleno, così grave e così improvviso. Credo che quei tre uomini siano stati assassinati.

Buongiorno Jean-Baptiste Adamsberg, ben tornato! E buongiorno anche al colto e scaltro comandante Danglard: ci è mancato molto, così come la straordinaria Retancourt con il suo metro e ottantacinque di altezza i centodieci chili di peso e l’energia di dieci uomini: una quercia celtica. Finalmente li ritroviamo, insieme agli altri colleghi dell’Anticrimine di Parigi. Possiamo di nuovo gustarci i dialoghi un po’ surreali che caratterizzano i rapporti tra il capo e i suoi collaboratori, curiosare nella vita privata dei protagonisti (ma non troppo, quanto basta per farsi un’idea della solitudine di alcuni e della ricchezza di rapporti di altri), seguirli nelle loro indagini, tutt’altro che lineari.

Una donna investita da un suv. Tre anziani morti in campagna. Un ragno velenoso – la reclusa -, ma non abbastanza per uccidere all’istante. Sono questioni aperte che nella mente di Adamsberg devono trovare una ragione.
Perché quella donna? Perché i tre anziani sono deceduti dopo il morso di un ragno che generalmente si nasconde, non aggredisce e che, se anche lo facesse, potrebbe creare problemi seri, ma non certo la morte per avvelenamento? Chi erano quei tre uomini? Nessuno sembra capire che queste morti non sono tragiche fatalità, ma omicidi. Nessuno tranne Jean-Baptiste, che decide di indagare a dispetto di tutti, anche dei suoi collaboratori.

Fred Vargas è autrice molto seguita e apprezzata. I suoi romanzi si innestano nel filone polar francese, ma superando ogni vincolo di genere. L’atmosfera ombrosa, le nebbie che coprono i paesaggi e il vento gelido che sferza i paesi nordici, eventi atmosferici e geografici che caratterizzano il giallo scandinavo, sfiorano anche queste storie. Ne percepiamo l’odore, ma siamo anche catturati da quell’elemento più mediterraneo (quasi alla Izzo o alla Montalbán) solare e caldo anche nei rapporti umani, che è l’altra componente forte delle sue pagine. Non manca un sottofondo etico, quasi politico, lo stesso che si ritrova in tanti romanzi di Camilleri. La Vargas non è Simenon: nella narrativa di genere ha fatto un passo avanti, rendendola contemporanea. E non è neanche la Giménez Bartlett che sembra quasi divertirsi a usare lo stereotipo. Adamsberg e i suoi compagni sono i poliziotti che troviamo nelle nostre strade e nei nostri commissariati più che personaggi mitici, inarrivabili nella loro unicità come Maigret.

Uno dei primi e più entusiasti lettori dei romanzi della Vargas è Carlo Lucarelli. Ma a dire il vero c’è chi ama moltissimo i suoi personaggi e chi li detesta. Io sto dalla parte di Lucarelli, ma si può dire che la scrittura e le storie di Fred Vargas non lasciano comunque indifferenti.
Ottima premessa per la lettura di un libro!

di Giulia Mozzato


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