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Recensione

Zero K copertina

Zero K - Don DeLillo

Zero K è il maestoso canto del cigno di DeLillo e del post-moderno. Impossibile eguagliare la perfezione stilistica di un romanzo che pare il testamento di un autore e di un intero movimento. In questo diciassettesimo romanzo lo scrittore di New York esplora l'illusione tutta umana di un'eventuale sconfitta della morte. Lo fa attraverso il gelido resoconto di un figlio in procinto di perdere i genitori, illusi che la criogenesi possa esonerarli dai limiti biologici di un'umanità alla deriva.

Il post-moderno, che a breve perderà tutti i suoi maggiori esponenti, si pensi agli ottuagenari Roth e Pynchon, pare essere arrivato con questo testo al capolinea. Zero K verrà ricordato come l'ultimo romanzo significativo di DeLillo e forse di un intero movimento. Noi ci auguriamo che non sarà così, perché speriamo che l'autore, presto ottantenne, possa ancora regalarci un capolavoro all'altezza di Underworld o Cosmopolis.
È tuttavia molto improbabile che lo scrittore newyorkese possa avere ulteriori colpi in canna: la perfezione stilistica toccata con questo romanzo non è eguagliabile.
Anzi non esagereremmo nel dire che Zero K è la summa di tutte quelle caratteristiche dello stile di DeLillo che hanno rivoluzionato la narrativa nord-americana dagli anni '70 in poi.

Il presupposto di ogni suo lavoro è il marcato distacco dei suoi personaggi nei confronti del mondo circostante. Una disaffezione espressa con una scrittura asettica e il periodare rarefatto, rappresentazioni plastiche di un disfacimento imminente a cui assistere con rassegnazione.
Come suggerito dalla sinistra e cieca perfezione della statua in copertina, la cifra stilistica dell’autore si avvale di uno slancio più apollineo che dionisiaco. La conseguenza è ovvia. Gli scritti di DeLillo sono divenuti totalmente anaffettivi, impermeabili a quelle mitigazioni ironiche che contraddistinguevano le sue opere fino a Cosmopolis. Non si consideri tuttavia questo appunto come una critica, poiché la progressiva imperturbabilità che anima i suoi ultimi lavori è un punto di arrivo inevitabile, una meta ricercata con impeto chirurgico sin dagli esordi. Se si potesse ridurre a una sola parola l’intera opera di questo autore sarebbe di sicuro “diradamento”.

Si potrebbe considerare Zero K la dimostrazione geometrica della paura della morte, un soggetto fin troppo scontato per un autore giunto alla soglia degli ottant'anni. DeLillo procede enunciando le ipotesi del suo teorema, trasformando i personaggi in vettori quasi acefali, talvolta disumanizzati, guidati da una morale eteronoma, continuamente determinata da agenti esterni alla loro volontà. Le figure che popolano questo testo non hanno infatti autonomia di giudizio poiché ogni loro azione trae la propria giustificazione da un imperativo categorico. Eludere il caos, di cui la morte è il limite tendente a zero, sottraendo l'uomo dai suoi naturali confini biologici. Nulla deve essere lasciato al caso, l’imperscrutabilità del mistero della vita una variabile da decifrare anche a costo di svilire la natura umana.

Tale pulsione viene rappresentata dai presunti valori superomistici millantati dal tempio/laboratorio kazako in cui si recano i genitori di Jeffrey, narratore e protagonista, per farsi ibernare. Qui viene professato un inquietante sincretismo tra filosofia zen e il culto per il progresso, stavolta incarnato dalla fascinazione dei protagonisti nei confronti dell’ibernazione, il mezzo che assicurerebbe loro la vita eterna e la relativa sublimazione dei limiti biologici della natura umana o, secondo un altro punto di vista, la definitiva disumanizzazione.

Malgrado ciò sarebbe semplicistico, e invero poco generoso, ridurre il libro all’esplorazione di un tema tanto battuto, poiché la morte è sempre stata una presenza fissa nei suoi libri. In veste di agente proteiforme, si pensi alla nube tossica di Rumore Bianco, il triste mietitore è il referente nascosto di ogni azione dei personaggi di DeLillo.

Quindi cos’è Zero K?
La spietata dissezione degli affetti di una famiglia, in cui padre e matrigna del protagonista abdicano senza troppi scrupoli dal proprio ruolo, lasciando Jeffrey in balia di uno spaesamento esistenziale. Sintomatica è la costante necessità da parte del protagonista di creare nomi coerenti e apparentemente razionali all’aspetto delle cose e delle persone sconosciute. Un anelito solipsistico di una mente capace di proiettare solo la propria realtà. Si pensi ad esempio al disorientamento incontrato da Jeffrey, durante la conferenza di Convergence, nello scoprire quanto i nomi affibbiati agli sconosciuti si rivelassero totalmente inadeguati una volta appresa la reale identità. Un'incongruenza inaccettabile perché svela l'inattendibilità della propria percezione, ingabbiata da una realtà che nessuno può piegare al proprio volere. La capacità di giudizio, dopo l'episodio della conferenza, del protagonista pare andare in cortocircuito, orfano della guida naturale, quel padre ibernatosi, nonostante il perfetto stato di salute, perché incapace di accettare l’eventuale scomparsa di tutti i suoi affetti, disposto pure a chiedere al figlio di seguirlo nella bizzarra pratica.

Alla fine è la solitudine a dominare le desertiche radure di questo romanzo. Anche in tal caso non è una novità, ma è inutile cercare aspetti inediti in quest’ultimo lavoro di DeLillo. È semplicemente l’ennesimo capolavoro di uno degli autori più importanti di sempre. Punto.Untitled design (16)

Recensione di Matteo Rucco

Zero K - Don DeLillo
240 p., rilegato - € 19,00 - Einaudi
ISBN  9788806232528


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