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Recensione


  • Eco Umberto
  • La memoria vegetale e altri scritti di bibliofilia
  • Bompiani
  • 2007
Umberto Eco

La memoria vegetale

e altri scritti di bibliofilia

“I vecchi, che articolavano il linguaggio per consegnare a ciascuno le esperienze di coloro che li avevano preceduti, rappresentavano ancora, al suo livello più evoluto, la memoria organica, quella registrata e amministrata dal nostro cervello. Ma con l’invenzione della scrittura assistiamo alla nascita di una memoria minerale. Dico minerale perché i primi segni vengono incisi su tavolette d’argilla, scolpiti su pietra… Ma con l’invenzione della scrittura è nato a poco a poco il terzo tipo di memoria che ho deciso di chiamare vegetale perché, anche se la pergamenta era fatta con pelli di animali, vegetale era il papiro e con l’avvento della carta (sin dal XII secolo) si producono libri con stracci di lino, canapa e tela…”

Un’opera di Umberto Eco fa sempre scalpore, scala rapidamente le classifiche di vendita e viene recensita da ogni quotidiano e rivista, anche se si tratta di un complesso testo di semiotica (un esempio per tutti: Kant e l'ornitorinco).
Perché allora di questa La memoria vegetale invece si è parlato tanto poco? La spiegazione è semplice: ne è stato stampato un numero limitato di copie e quindi solo un altrettanto ristretto numero di lettori (circa duemila) può godere del privilegio di avere nella propria libreria di casa questo vero gioiello.


Eco apre il volume raccontando l’importanza del libro fin dalla sua apparizione (ben prima dell’invenzione della stampa) per quanto riguarda l’evoluzione delle civiltà e per la nascita delle grandi religioni monoteistiche. “Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità”. L’essere bibliofili, e collezionisti di libri, non necessita di grandi capitali, tutti possiamo sfruttare le bancarelle presenti nelle strade delle nostre città e acquistare libri, forse non preziosi come certe prime edizioni di grande pregio, ma sicuramente interessanti e sempre più interessanti col passare degli anni. Ma, capiamoci, che cos’è la bibliofilia? È soprattutto l’amore per l’oggetto libro. Può diventare una specie di malattia, una vera mania perché la consapevolezza che col trascorrere del tempo la materia della nostra passione andrà necessariamente esaurendosi, potremmo essere spinti a gesti rovinosi pur di accaparrarci un libro…

Ecco poi, con l’abituale acutezza, humour e competenza, l’autore (uno dei pochi intellettuali italiani che in tutto il mondo, davvero in tutto il mondo, sia conosciuto e stimato) passa in rassegna alcune opere, racconta aneddoti, traccia un criterio di valore, insomma ci guida nel magico mondo della bibliofilia.
Perché, e lo sottolinea più volte, Eco non si rivolge prevalentemente a chi è già un bibliofilo, ma a tutti gli altri, ai potenziali amanti del libro, che sono innumerevoli e che forse non sanno ancora di esserlo.


L’esperienza della lettura è una delle più ricche e complete della vita: non riguarda solo “l’anima”,  tutto il corpo è coinvolto: per questo su di un libro si piange, si ride, si provano le stesse emozioni che altri uomini e donne raccontati in quella pagina stanno provando…
Emozioni, desideri, passioni, piacere, sofferenza, allegria: tutto può venire dalla lettura di un bel libro e quest’ultima opera di Eco sembra volerci far capire, con la leggerezza propria di chi ha una cultura sconfinata, che forse perdiamo delle belle occasioni di felicità e di “futuro” se non leggiamo e non ci occupiamo di libri.


La memoria storica, che tra le pagine si cela, è anche la nostra memoria; le riflessioni e la capacità di approfondimento di grandi pensatori o scienziati, possono arricchire le nostre menti più limitate e diventare realmente anche nostre. Insomma abbiamo tutto da guadagnare nel leggere, nell’acquistare libri, nel conservarli come beni preziosi.
Cerchiamo di ricordarcene e soprattutto cerchiamo di non perdere l’occasione di avere a disposizione un’opera come questa, da leggere e da riprendere in mano ogni volta che si desidera conoscere un po’ di più l’universo del libro.


Le prime pagine

Voglio subito ricordare che questa conferenza - che dovrebbe auspicabilmente essere seguita da altre - è stata organizzata dall'Aldus Club, in collaborazione con la Biblioteca di Brera, non per bibliofili incalliti, o per eruditi che coi libri abbiano molta, e forse troppa dimestichezza, ma al contrario per un pubblico più vasto, anche giovane, di cittadini di un paese dove le statistiche ci dicono che, accanto a una folla di persone che non prendono mai in mano un libro, ve ne sono anche moltissime, troppe, che di libri non ne avvicinano più di uno all'anno - e le statistiche non dicono in quanti di questi casi si tratti solo di un manuale di cucina o di una raccolta di barzellette sui carabinieri.
Se poi l'austerità del luogo e la difficoltà del titolo han convocato qui più arcivescovi che catecumeni, non importa. Propongo il mio come esempio di una serie di discorsi che i lettori potrebbero fare, in varie circostanze educative, a chi lettore è un poco meno.
I. Sin dai tempi di Adamo gli esseri umani manifestano due debolezze, una fisica e l'altra psichica: dal lato fisico, prima o poi muoiono; dal lato psichico gli dispiace di dover morire. Non potendo ovviare alla debolezza fisica, cercano di rivalersi sul piano psichico, chiedendosi se vi sia una forma di sopravvivenza dopo la morte, e a questa domanda rispondono la filosofia, le religioni rivelate, e varie forme di credenze mitiche e misteriche. Alcune filosofie orientali ci dicono che il flusso della vita non si arresta, e che dopo la morte ci reincarneremo in un'altra creatura. Ma di fronte a questa risposta la domanda che ci sorge spontanea è: quando sarò quell'altra creatura mi ricorderò ancora che ero stato io, e saprò fondere i miei vecchi ricordi con quelli nuovi che essa avrà? Se la risposta è negativa, rimaniamo molto male, perché tra essere un altro che non sa di essere stato me, e scomparire nel nulla, non c'è nessuna differenza. Io non voglio sopravvivere come qualcun altro, voglio sopravvivere come me stesso. E poiché di me non ci sarà più il corpo, spero che sopravviva l'anima: ma la risposta che tutti daremmo ci dice che identifichiamo la nostra anima con la nostra memoria. Come diceva Valery « Io sono, in quanto me stesso, a ogni istante, un enorme fatto di memoria ».
E infatti ci paiono più umane quelle religioni che ci assicurano che dopo la morte io ricorderò tutto di me, e persino l'inferno altro non sarà che un eterno ricordare le ragioni per cui sono stato punito.
E infatti se sapessimo che all'inferno soffrirebbe un altro che non sa di essere stato me, peccheremmo tutti allegramente: che cosa mi interessano le sofferenze di uno che non solo non avrà il mio corpo attuale ma neppure i miei ricordi?
La memoria ha due funzioni. Una, ed è quella a cui tutti pensano, è quella di trattenere nel ricordo i dati della nostra esperienza precedente; ma l'altra è anche quella di filtrarli, di lasciarne cadere alcuni e di conservarne altri. Forse molti di voi conoscono quella bella novella di Borges intitolata Funes el memorioso. Funes è un personaggio che percepisce tutto senza filtrare nulla e senza filtrare nulla ricorda tutto:


Noi, in un'occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d'una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell'alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d'un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche ecc. Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva chiesto un'intera giornata. Mi disse : « Ho più ricordi io da solo, di quanti non ne avranno avuti tutti gli uomini insieme, da che mondo è mondo ». Anche disse : « I miei sogni, sono come la vostra veglia ». E anche : « La mia memoria, signore, è come un deposito di rifiuti». Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire pienamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati d'un puledro una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti d'un morto durante una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedeva nel ciclo (...).
Egli ricordava, infatti, non solo ogni foglia di ogni albero di ogni montagna, ma anche ognuna delle volte che l'aveva percepita o immaginata. Decise di ridurre ciascuno dei suoi giorni passati a un settantamila ricordi, da contrassegnare con cifre. Lo dissuasero due considerazioni: quella dell'interminabilità del compito ; quella della sua inutilità. Pensò che all'ora della sua morte non avrebbe ancora finito di classificare tutti i ricordi della sua infanzia.

Ma ricordare tutto significa non riconoscere più nulla:
Questi, non dimentichiamolo, era quasi incapace di idee generali, platoniche. Non solo gli era difficile di comprendere come il simbolo generico « cane » potesse designare un così vasto assortimento di individui diversi per dimensioni e per forma; ma anche l'infastidiva il fatto che il cane delle tre e quattordici (visto di profilo) avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto (visto il fronte). Il suo proprio volto nello specchio, le sue proprie mani, lo sorprendevano ogni volta. Dice Swift che l'imperatore di Lilliput discerneva il movimento delle lancette d'un orologio; Funes discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell'umidità. Era il solitario e lucido spettatore d'un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso. Babilonia, Londra e New York hanno offuscato col loro feroce splendore l'immaginazione degli uomini; nessuno, nelle loro torri popolose e nelle loro strade febbrili, ha mai sentito il calore e la pressione d'una realtà così intangibile come quella che giorno e notte convergeva sul felice Ireneo, nel suo povero sobborgo sudamericano. Gli era molto difficile dormire. Dormire è distrarsi dal mondo; Funes, sdraiato sulla branda, nel buio, si figurava ogni scalfittura e ogni rilievo delle case precise che lo circondavano.
(...) Aveva imparato senza fatica l'inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Nel mondo sovraccarico di Funes non c'erano che dettagli, quasi immediati.

© 2006, RCS Libri

Eco Umberto - La memoria vegetale e altri scritti di bibliofilia
307 pag., 35,00 € - Edizioni Bompiani 2006
ISBN 9788845257858


L'autore


Umberto Eco
Umberto Eco

Alessandria, 1932

Critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale. Nel 1954 si è laureato, all'età di 22 anni, all'Università di Torino, con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d'Aquino. Nel 1956 ha pubblicato Il problema estetico in San Tommaso, (volume edito in una seconda edizione riveduta e accresciuta nel 1970).
Dopo aver lavorato dal 1954 al 1959 come editore dei programmi culturali della Rai, negli anni Sessanta ha insegnato prima, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Milano, poi, presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze ed infine presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Inoltre, ha fatto parte del Gruppo 63, rivelandosi un teorico acuto e brillante.
Dal 1959 al 1975 ha lavorato, presso la casa editrice Bompiani, come senior editor. Nel 1975 viene nominato professore di Semiotica all'Università di Bologna, dove impianta una vivace e agguerrita scuola. Negli anni 1976-'77 e 1980-'83 ha diretto l'Istituto di Discipline della Comunicazione e dello Spettacolo, presso l'Università di Bologna.

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