Ricerca avanzata
Recensione

Lily la tigre copertina
Alona Kimhi

Lily la tigre



“Quando ripenso oggi a quelle cose, mi pare che più che il trauma dell’abbandono mi abbia colpito lo stupore per il cambio di gusti di Amikam. Niente sconvolge più di un mutamento repentino, anche se non è altro che la rivelazione di uno scontento di vecchia data, che ha già mandato segnali in passato ma tu non hai voluto riconoscere.”

Un titolo che mantiene letteralmente quel che promette, Lily la tigre il romanzo fresco di stampa dell’israeliana Alona Kimhi: è il racconto di una metamorfosi femminile, preannuncio forse di possibili scompensi causati dalla crescente aggressività delle donne. Lily pesa più di un quintale, è bulimica non solo nel cibo ma anche nel sesso: dall’autoerotismo col tubo della doccia agli amplessi compulsivi nei bar malfamati, non si nega nulla, inseguendo il ricordo del primo amore, consumato freneticamente con uno sconosciuto giapponese nella toilette di un aereo.

Dopo molte false partenze e altrettante delusioni, Lily rincontra il giapponese - che nel frattempo è divenuto donna ma non per questo meno sfrenato amante - e ne riceve in dono un cucciolo di tigre, che s’impegna ad allevare insieme a due sue inseparabili amiche, la prostituta Ninush e la tassista Mikhaela. Le tre donne, ciascuna nei modi della propria affettività, sono profondamente coinvolte dalla convivenza con la piccola belva: la materna Mikhaela si occupa degli aspetti pratici, l’impreparata Ninush studia i felini sull’enciclopedia, mentre in Lily si compie addirittura un progressivo e irreversibile cambiamento, una mutazione fisica che la trova in parte sconvolta e in parte compiaciuta: “Al colmo dello sgomento mi capita di guardare questo movimento intradermico con una soddisfazione scaturita dal riconoscimento che questo qualcosa di nuovo non è affatto privo di armonia o equilibrio, e contiene invece in sé una bellezza sconosciuta.”

Traduzione di Elena Loewenthal


Le prime pagine

Sfilo il tappo dal collo della boccetta di cristallo e ne verso il contenuto dentro la vasca che si va lentamente riempiendo. Nella trasparenza dell'acqua il viola intenso dei sali da bagno si tramuta in un pallido lillà. Elementi che si scompongono per poi unificarsi di nuovo. Trasparenza e tinta. Flusso e stasi.
Adesso il profumo. La precisione nel dosaggio dei componenti è il segreto della perfezione globale. Una a una verso le fialette nere degli oli essenziali. Non c'è bisogno di agitarle prima: basta guardare le gocce pesanti che cadono da sé come lacrime di felicità, e contare - trenta per ognuna: ylang-ylang, bergamotto e fiori d'arancio per risvegliare le terminazioni nervose. Per sedare la stimolazione aggiungo dieci gocce di olio di rose che dilaverà tutta questa velenosa prurigine con un velo di femminea dolcezza.
Nessuno riuscirà mai a convincermi che un bagno con la schiuma sia un semplice trattamento cosmetico. Piuttosto, è un rituale pagano, fatto per rammentare alla donna che ogni abluzione è un ritorno alla schiuma primordiale da cui è nata la Venere che è dentro di lei. Per questo verso il prezioso gel Guerlain senza levare gli occhi dal getto borbottante, finché tutta la vasca è ricoperta da un ricamo di precoce ciclo primaverile - soffici nuvole squarciate da nastri viola.
Mi spoglio con soddisfazione. Ogni pezzo del mio corpo è passato oggi per un trattamento che l'ha reso degno di questo bagno. Lunghe ore ho trascorso sotto il tocco magico di Marlene: che ha tolto, strappato ed eliminato tutti i peli superflui, a cominciare da quelli solinghi e recalcitranti sopra le dita dei piedi per finire con quelli ostentanti la loro natura animalesca, sotto le ascelle e sul pube. Maschere e creme composte di magici ingredienti mi hanno ricoperto il viso - alghe, polvere di perle, cellule placentari di babbuino. Birichini microgranuli hanno trovato la strada per entrare nelle cellule della mia pelle e metamorfosizzarsi, mentre l'assistente sordomuta di Marlene si prendeva cura dei miei piedi e delle mie mani e mi dipingeva le unghie, che alla fine, quando ormai l'ultimo muscolo era stato affrancato dal ricordo della tensione, brillavano di una tinta ciliegia matura.
Rinvio il più possibile l'incontro con l'acqua. La brezza serale entra dalla finestra alta e incontra la mia nuca. Dal salotto si ode l'opera 100 di Schubert che con la sua nordica malinconia cancella i rumori della strada. Un bicchiere di Pernod con dei cubetti di ghiaccio che lentamente si perdono fa bella mostra sul ripiano del bagno. Ecco il momento, il secondo esatto, il respiro preciso, in cui immergo il corpo nell'acqua.
112 chili di donna.

I miei seni si arrendono alla legge universale dei corpi immersi, emergono dall'acqua. Due isole gemelle, con le torrette di guardia dei capezzoli in punta alle generose vette, che si muovono dolcemente come corpi autonomi ansiosi di staccarsi e spaziare verso lande inesistenti. Scilla e Cariddi, le chiamava Amikam, in nome della sua venerazione per la cultura ellenica. Il suo pene era ovviamente la nave di Odissee, la sua volontà pari a quella degli dei e capace di trasformare le rocce di basalto dei minacciosi orridi in un cullante tessuto umano.
Ero la forza di propulsione, il vento in poppa. Frenavo le morbide isole, tenendole una vicina all'altra, premendole con le mani come fossero palline di un materiale antistress, mentre la nave restava intrappolata lì fra loro, spingeva avanti e tornava indietro, sfregando contro i docili pendii. Il mio tesoro indugiava fra i miei seni.
All'inizio pian piano e poi più veloce, abbandonando l'immagine mitica, tornando alla realtà. Adesso era un fallo maschile che si muoveva fra due grossi seni, che spuntava contro il mio mento e tornava a nascondersi lì sotto. Cucù, Lily, cucù! Avanti così finché Amikam non schizzava il suo seme emettendo un grugnito lamentoso che saliva in falsetto, mormorando il mio nome più volte finché non aveva buttato fuori l'ultima goccia. A quel punto restava carponi su di me, mi guardava concentrato, già vuoto ma con ancora un po' di fiato, uno sguardo piatto aveva - uno sguardo da vincitore sfinito dopo la battaglia, che scruta il corpo del suo avversario, mentre io mi esibivo nella consueta routine erotica con cui esprimevo la misura di piacere che mi aveva procurato - spalmandomi quell'umore maschile su tutto il seno, giocherellando pigramente con il dito bagnato intorno al capezzolo.
Così, con la bocca appena aperta, gli occhi pesanti, socchiusi, constatavo (sempre con una punta di tristezza) che il pene rossastro del mio campione era in avanzata fase di ritirata dalla campagna del momento - il suo bagnaticcio cominciava a rap¬prendersi, già s'avvizziva in mezzo ai lombi del proprietario, ormai era soltanto suo. Oh, illusoria intimità dei giochi erotici, non era te che cercavo nelle mie scorribande.
Ho un tremito di nostalgia sfocata, sento l'amato clic sull'interruttore nelle profondità dell'inguine. È passato, appartiene a un tempo che non c'è più. Ma è troppo tardi, il corpo ingannato dalla memoria è ormai sveglio, risorto. Persino nell'acqua riesco a sentire il calore crescente della pelle, il ritmo dei battiti cardiaci che aumenta di secondo in secondo, l'improvvisa secchezza delle labbra che si aprono per prendere più aria, a servizio del respiro accelerato. Meglio arrendersi piuttosto che lottare contro il desiderio di agire.
Mi siedo, tolgo dal sostegno il tubo della doccia; con un gesto esperto, quasi meccanico, svito la coroncina che sprizza il getto in decine di schizzi e la poso accanto al bicchiere di Pernod. Manovro i rubinetti d'acqua calda e fredda, fino a raggiungere la temperatura familiare, proprio quella che voglio. Sono tutta senso pratico, non ho la pazienza di trastullarmi con i preliminari. Il mio unico desiderio è liberarmi dalla volgare prepotenza del corpo, gettargli il pezzo di carne di cui ha bisogno per poi lasciar spaziare liberamente i pensieri nel loro universo indipendente. La temperatura, la pressione del getto, tutto è pronto. Un ultimo sopralluogo - il tubo scende dentro l'acqua e subito il getto si attenua, vocato al suo ruolo di amante temporaneo. Verifico una prima sensazione all'interno della coscia e di lì lo calo gentilmente al punto cui è destinato. Mmmm, quasi perfetto!
Un'ultima correzione, virtuoso finale di un accordatore puntiglioso, ancora un briciolo a destra. Non male. Niente male. Fra l'altro, bisogna badare a non toccare il punto sensibile fino al dolore, è un centro dove confluiscono molti nervi. È il punto in cui la sensazione diventa troppo violenta, in cui si annulla ogni potenzialità di sviluppo dinamico, che è la condizione indispensabile per un abbandono intenso e preciso. La distanza fra il piacere e il tormento, in situazioni del genere, è poco più di un capello.
Tutto pronto. L'angolazione, la potenza, e adesso - luci spente! Non mi resta che appoggiarmi contro la vasca e lasciare che il piccolo dramma fra l'acqua e il corpo vada avanti da sé. Schubert.

© 2007, Ugo Guanda

Kimhi Alona - Lily la tigre
297 pag., 16,00 € - Edizioni Guanda 2007 (I narratori della Fenice)
ISBN 9788882468897

Ascolta le prime pagine su RadioAlt


L'autrice


Alona Kimhi, nata a L’vov, Ucraina, nel 1966, si è trasferita in Israele con la sua famiglia nel 1972. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha lavorato come attrice.
Attualmente vive a Tel Aviv. I suoi romanzi (tra cui Susanna in un mare di lacrime) sono pubblicati dai migliori editori di tutto il mondo.


12 marzo 2007 Di Daniela Pizzagalli

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti