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Recensione

Le Le quattro stagioni dell'estate copertina

Le quattro stagioni dell'estate di Grégoire Delacourt 

Giacinto: lo conoscevo. Si dice che questo magnifico fiore a bulbo sia comparso per la prima volta in Grecia. La mitologia narra che il fiore sia nato dal sangue di un giovane uomo, Giacinto, ucciso da Zefiro durante il lancio di un disco. Apollo, addolorato per questa tragedia, aveva fatto sbocciare un giacinto rosso dal sangue del ragazzo, affinché lui potesse vivere eternamente.
Si dice anche che un giacinto rosso significhi: vuoi giocare all'amore? (con una punta di erotismo).

Leggi anche l'intervista a Grégoire Delacourt


Sono quattro le stagioni dell’estate del 1999, sulla spiaggia del Touquet. La spiaggia affollata del 14 di luglio dove l’amore si consuma e muore nell’attesa della fine del mondo. Nell’attesa del nuovo millennio, il Duemila, che si porterà via tutto, secondo le premonizioni. Porterà via gli uomini e i loro sogni d’amore, i granelli di sabbia ricopriranno tutto, se ne andranno anche le canzoni, sulle note dei Noir Désir: Le vent nous portera.
Ha ancora senso amarsi, sulla spiaggia del Touquet quel 14 di luglio, quando il futuro non lascia scampo a nessuno? Quanto ci si può amare nello sfondo di una morte annunciata?

Il primo fiore di questa storia è una Pimpinella.
Louis ha quindici anni e il suo primo e ultimo amore ha il nome della vittoria. Victoire sa di buono, di gelato e di ginocchia sbucciate. È bella e dannata come il colore dei suoi occhi, maliziosa come quello dei suoi capelli. Per l’ultimo 14 luglio del secolo Louis e Victoire, amici d’infanzia, sono insieme per le vacanze sulla spiaggia del Touquet. Insieme a loro, i passeggini, la folla e lo zucchero a velo, le crêpes alla Nutella, la vita. Siamo alle soglie della fine del mondo, ma per due giovani amanti un bacio non è mai la fine del mondo. Louis la vuole aspettare, ma Victoire ha fretta di crescere, altrove, perchè a lei non tremano le mani quando sono insieme. Un giorno il suo odore si trasforma nell’odore del sangue e della pelle. I suoi seni si rivolgono verso uomini più grandi, verso un desiderio di pericolo, verso l’attrazione di un disagio annunciato, quello della malinconia dei suoi occhi, della tragedia che appartiene alle giovani donne passionali, della catastrofe di chi vuole uccidere la propria infanzia e travolgere tutto con sé. Anche chi l’ha amata.

 Paul Gauguin Spiaggia Le Pouldu
Paul Gauguin, Spiaggia a Le Pouldu

Il secondo fiore di questa storia è una rosa Eugénie Guinoisseau.
Isabella vive nel «profumo polveroso e soffocante della noia»; ha un figlio e un marito alle spalle; un amore adolescenziale che non ha mai smesso di ossessionarla: Jérôme. E, soprattutto, Isabella non ha mai avuto fortuna con gli uomini. Per l’ultimo 14 luglio del secolo la giovane donna è al Touquet, balla sola sulla spiaggia alla ricerca famelica di un uomo che possa riempire quel vuoto assordante che l’assenza le sta scavando dentro. L’assenza di un amore, l’ossessione di un ricordo, sempre e solo lui: Jérôme. Quella sera Isabella incontrerà un uomo: non l’amore tanto atteso, tanto desiderato, ma un anziano quasi annegato a cui salverà la vita. Quell’assenza che la sta tormentando sarà colmata da un’altra storia d’amore, quella di quest’uomo che ha sulle labbra una sola parola: Rose. E da Jérôme che capiterà nuovamente sulla sua strada, ricordo chimerico trasformato in corpo bruto, famelico, un corpo che ancora una volta, se ne andrà. Isabella non ha mai avuto fortuna con gli uomini.

Jachinte è il fiore che dà il nome alla terza storia, quella di una donna e del suo corpo maturo, di un matrimonio al capolinea della noia, di figli grandi che lasciano il nido, di ventri flosci e segnati, ma della voglia di riscoprirsi ancora viva, desiderata e desiderabile, di sentire ancora il bruciore della libidine. Monique, dal 14 luglio Louise, scappa sulla spiaggia del Touquet per sentirsi ancora amata. Lascia il marito a casa alla ricerca del desiderio, di quella scabrosità dimenticata, di quel bisogno di erotismo che non la faccia sentire madre di due figli maggiorenni. Louise cerca il tremore, cerca l’esistenza di un corpo di donna, ancora desiderabile, quell’ultimo 14 luglio prima della fine del mondo.

E infine c’è la storia di una Rosa e di un amore nato molti anni prima di quel 14 luglio 1999, un amore nato sulla spiaggia del Touquet durante i bombardamenti della guerra. Una storia che le racchiude tutte, che nasce a quindici anni e penetra nelle spine di una vita. Una storia che si disfa nei corpi e che risorge ogni giorno come se ogni giorno fosse la fine del mondo.

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Grégoire Delacourt scrive questa storia con i colori, gli odori e la consistenza di un solo linguaggio: quello dei fiori. Un romanzo che parla d’amore ma che non lo fa con la solita retorica dell’amore. Un romanzo che parla di donne, di timori, desideri e forza, di corpi giovani e corpi che sfioriscono nell’impeto di cuori che non sono disposti a lasciarsi andare ma che vogliono sentire la loro pelle, nel dolore, nel piacere, fino all’ultimo giorno promesso su questa terra.
Delacourt, con la delicatezza delle sue parole, sceglie con cura dove posare i petali di ogni fiore, racchiudendo tutte le sue storie in un unico grande disegno, quell’ultimo 14 luglio, prima che il vento e la sabbia si porti via tutto, prima che il mondo finisca.

Delacourt Grégoire - Le quattro stagioni dell'estate
221 pag., 14,90 € - Salani
ISBN 9788869184918


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