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Recensione

Il Il libro di Morgan. Io, l'amore, la musica, gli stronzi e Dio copertina

Il libro di Morgan. Il memoir del giudice più discusso di XFactor.

“Sono una specie di personaggio di un romanzo, sono uno che attira l’attenzione e non sempre volontariamente. Sono uno di cui si parla e si scrive, sono uno che la gente conosce anche se non mi conoscono, perché io sono pubblico, statale. In pratica ho cambiato tanti mestieri nella vita ma in ognuno di questi c’è sempre stata la presenza di due elementi, o concetti: un palco, degli spettatori. Un uomo di spettacolo, ma non generico, non ho mai fatto il presentatore, preferisco essere presentato, per rappresentare qualcosa. Quasi esclusivamente musica”.

Quando si dice Morgan, si dice provocazione irriverente.
Si dice scintillio del genio, si dice dark side della follia, si dice musica d’autore, si dice meraviglia del volo pindarico, si dice fascino luccicante della cultura spropositata.
Quando si dice Morgan, però, non si dice libro.

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Essere all’altezza di se stessi è il più arduo dei compiti; così come lo è tentare di racchiudere in 224 pagine l’essenza di un uomo complesso, renderla comprensibile e comunicabile. Un tentativo dall’alto valore simbolico – chiunque venga continuamente esposto al mondo credo senta la necessità di dare, almeno una volta, la propria versione. Dall’alto valore simbolico, dunque, ma non perfettamente riuscito.
Se è vero, come diceva Bergson, che la verità è come una sfera, di cui noi vediamo solo lo spicchio che ci è permesso vedere, ne Il libro di Morgan lo spicchio è effettivamente uno solo, ed anche piuttosto confuso. Lo scritto del cantautore (ma anche giudice, mentore, indiscutibilmente uomo di cultura e maître à penser) è un ininterrotto flusso di coscienza, uno stream of consciousness di woolfiana memoria, in cui è facile assistere a picchi di altezza immensa – come quando Morgan ci incanta scrivendo di Bach, di Nietzsche, di Heidegger (“Vogliamo il ritorno dei filosofi, ce ne è tanto bisogno, ma il genio assoluto di Heidegger ha fottuto tutti!”), della sua musica sperimentale; a immagini di poesia quasi commovente – come quando racconta con estrema delicatezza e amore la nascita della figlia Anna Lou, o quando rimembra la sua infanzia, impregnata dell’estasi provata davanti ai concerti a cui veniva portato, piccolissimo “per me il concerto è l’occasione per ripetere questo momento grandioso in cui la società si organizza attraverso uno scopo culturalmente nobile, alto, quello dell’ascolto”; a brani di assoluto e dedito riconoscimento – come quando viene narrato un Battiato inedito e mitizzato come il “padre spirituale”, o quando Marco scopre che Robert Fripp ha ascoltato il suo disco.

Riflessioni importanti sul ruolo dell’artista, della televisione come “moderna liturgia”, sul senso della vergogna che lo tiranneggia da quando è uomo del piccolo schermo, l’amara presa d’atto della catastrofe culturale in cui è piombato il nostro paese negli ultimi vent’anni: in tutto ciò Morgan è lucidissimo, e illuminante.morgan factor

C’è da dire, però, che non tutto è all’altezza delle aspettative (che sono sicuramente alte... lui ci ha abituati così): nonostante la scrittura sia sempre aulica e strutturata, il tono quasi sempre coinvolgente e acuto, capita che l’artista ecceda negli intellettualismi sciolti, e trasformi un’illuminazione in un accecamento disarmante.
Seppur denso di concetti, il suo è un libro sintetico, in cui ogni parola è una sassata, che cerca impotente di definire il suo altrove.
Il fil rouge di questo libro, a metà tra un memoir e un manifesto di maturità artistica, se proprio lo si vuole trovare, potrebbe essere il ricordo. Dalle nebbie di Monza emerge un mobilificio, dirimpetto ad un negozio di sintetizzatori; si ricorda il trauma della morte del padre; l’incontro con Andy che porterà ai BluVertigo; si rileggono note scritte decenni addietro; si riporta alla luce l’amore morboso con Asia Argento; la notte di Natale a Los Angeles passata per strada, quando quella stessa Asia cui aveva votato la sua vita gli chiude la porta per sempre.

Ma c’è anche – inaspettatamente – tanto fiducioso amore per il futuro: l’impressione che si ha è che Marco Castoldi, non completamente spogliato dal ruolo di Morgan voglia, disperatamente, essere riconosciuto come contraddittorio.morgan5

Se c’è qualcosa da riconoscere, è che Morgan non cede mai ai sentimentalismi: racconta, e non concede. Si apre, ma non si spalanca. Consegna la sua versione, ma non la Storia tutta. Ed è un suo diritto: nell’epoca dell’esposizione universale, forse la più grande libertà è quella di concedersi a sprazzi. Luminosi e affascinanti, ma sempre parziali.
D’altra parte, Cyril Connolly diceva: “tutte le persone affascinanti hanno qualcosa da nascondere: di solito la loro totale dipendenza dall’apprezzamento degli altri”.
Questa pare la debolezza: Morgan vola alto, brilla di luce propria, e proprio perché è una luce umana, capita sovente che si offuschi.
Ci restituisce un autoritratto complesso, a tratti confuso, quasi mai risolto – ma forse va bene così.
Forse la vera salvezza è l’inconcluso.
Magari capita quando la dedica è una di quelle troppo importanti “a me stesso, ad Anna-Lou e Lara, a Johann Sebastian Bach, Maria De Filippi e Gesù di Nazareth”.

La domanda è: si può perdonare Morgan di volare troppo alto?

La risposta – lucida e sensatissima, pienamente condivisibile – ce la fornisce lui stesso: “Quand’è che l’artista è libero? Quando è capace di rischiare su di sé le conseguenze della sua libertà. E la libertà costa. A me è costata tantissimo. Ho perso praticamente tutto il resto – dalla patente in su – che non sia la musica. Va bene così, bisogna saperla pagare la libertà. Anche in un’epoca fascistella come questa, dove te la fanno pagare veramente a peso d’oro”.
Si può, dunque, perdonare Morgan? Si. Ma con riserva.

Recensione di Martina Gambarotta

Marco Castoldi - Il libro di Morgan
160 pag., 17,50 euro - Einaudi
ISBN 9788806220136


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