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Recensione

Filosofia della sensibilità. Per un'estetica come pensiero mitologico copertina
  • Mati Susanna
  • Filosofia della sensibilità. Per un'estetica come pensiero mitologico
  • Moretti & Vitali
  • 2014

Filosofia della sensibilità. Per un'estetica come pensiero mitologico di Susanna Mati

La riflessione che Susanna Mati compie attraverso il suo ultimo saggio − Filosofia della sensibilità. Per un’estetica come pensiero mitologico (Moretti&Vitali) – parte da un’urgenza a suo avviso ineludibile: accogliere nel discorso filosofico quelle istanze che, essendo espressione di una modalità altra rispetto a quella del logos (della parola declinabile all’insegna univoca della razionalità), sono considerate proprie del mythos, ma che non sono necessariamente/meramente irrazionali, bensì semmai “richiedono di essere pensate” mediante un approccio discorsivo aperto alla “plurivocità della parola”. L’autrice è però ben consapevole di quanto oggi possa apparire a molti contraddittorio e alla fin fine impensabile un pensiero davvero mito-logico, che sappia cioè coniugare filosofia e mito, considerati modalità antitetiche e inconci-liabili. Ma, si/ci domanda la Mati, perché non ipotizzare la possibilità di “dire qualcosa di altamente significante, di umanamente essenziale” nonostante contradditorietà e paradossi?

Ovvio che una nuova discorsività mitologica non sarà più quella articolata un tempo dagli antichi, non potendo più essere teogonica (creatrice di dèi); ma poiché il linguaggio del mito fa riferimento a tutto quanto la ratio/filosofia declinabile tradizionalmente al maschile ha tralasciato di occuparsi (la sfera del pathos: della passione, della sensibilità, dell’intuizione), esso si potrà articolare come un’estetica – chiamiamola pure d’impronta femminile libera di esprimersi tramite una parola immaginativa proprio perché indeterminata, metamorfica e polisemica. Di contro alla parola speculativa/asseverativa appartenente alla filosofia occidentale che, nata con Platone – il quale coniò/utilizzò per primo tale termine –, volle essere affatto altra da quella del mythos, considerato retaggio arcaico da superare/rifuggire.

Così, sottolinea la Mati, a partire da Platone la filosofia tende a guardare con sospetto l’arte e la poíesis poetica giacché esse rimandano a “pathos, aísthesis, singolarità, individualità”: campi in cui rifugge sostare il logos, che vuole, o forse meglio vorrebbe mantenersi apatico, algidamente razionale, universalmente attendibile. Come fossero possibili intelligenza e pensiero autentici che non implicassero: “percettività e movimento all’altro, arrischio di sé, inter-esse” e non dessero luogo sempre e fatalmente a formulazioni segnate dalla provvisorietà, dal porsi come relative a un esserci che è quello della finitudine e del limite; dunque giammai concepibili quali assolute ovvero, vedi l’etimo del termine, sciolte da ogni legame – che invece sempre mantengono − con il linguaggio, i fenomeni, i sensi, le emozioni.

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E, ancora a proposito di etimologia, l’autrice ci invita a tener conto che, se la filosofia della sensibilità prende avvio dalla passività − qui audacemente considerata “disponibilità a lasciarsi affettare” −, pathos, oltre che subire/patire, significa pure recar traccia, portare l’impronta di qualcosa. Quindi, alla pari del sentimento, il pensiero (che non sorge dal nulla) “porta l’impronta di ciò che l’ha impresso”; da cui la nostra conseguente mimesis: una riproduzione che è pur tuttavia atto eminentemente creativo, quantunque esso nasca da un patico subire anteriore che lo attiva. La riflessione estetica, altresì, non fa sua la hybris, la tracotanza del logos illuso di poter dire parole inoppugnabili od oggettive intorno al cosiddetto reale, non essendo essa viziata dalla fiducia ingenua in un “realismo” su cui invece il discorso tecnico-scientifico sostiene di basarsi.

Anzi quello mito-logico è giusto antirealistico, in quanto, nel dichiarare che “il nostro è un mondo di apparenze”, o fenomenico, la filosofia della sensibilità salva a suo modo “l’ulteriorità del senso”, non cercando di imprigionare la o le verità cui essa giunge in formule esaustive, coercitive, animate da velleità di controllo/dominio. Ogni formulazione filosofica, infatti, ha da essere solo provvisoria, ipotetica, metaforica nel significato originario della parola da cui quest’ultimo aggettivo deriva, la quale si riferisce a un’immagine allusiva che conduce (o, se vogliamo, accenna a) oltre e altrove rispetto a essa.

Dice bene a tale proposito la Mati: l’estetica in quanto filosofia “non mira alla dissoluzione dell’enigma dell’esistenza” per quanto continui a riflettere su di essa e a interrogarsi intorno al suo significato per noi, poiché esso “non è qualcosa là fuori” che emerge e si presenta in modo oggettivo, ma è appunto il frutto dell’elaborazione/proiezione di senso da noi effettuata. Un libero conferir senso creato dall’uomo che non esorcizza il venir meno, la perdita, e tutte le contraddizioni, irrisolutezze e ambivalenze del vivere.

Ma è forse l’ultima parte del saggio la più stimolante, laddove l’autrice – rifacendosi al monito plotiniano áphele panta (“rimuovi tutto”) − accenna alla possibilità/necessità d’un oltrepassamento/affrancamento contemplativo che ci faccia approdare a “qualcosa che è non-sensazione, non-discorso, non-pensiero”. Un approdo senza ancoraggio stabile/immutabile, che allude alla prospettiva della mistica d’ogni tempo e luogo, cioè a quell’abbandono (equivalente alla Gelassenheit di Meister Eckhart) che è ascesi onde giungere alla capacità di liberarsi da tutto, tramite uno “smarrimento definitivo” – sono le parole conclusive del saggio inconcludibile di Susanna Mati – “che è il vero/vuoto ritorno a se stessi”.


Recensione di Francesco Roat

Susanna Mati - Filosofia della sensibilità. Per un'estetica come pensiero mitologico
115 pag., 14,00 € - Moretti & Vitali 2014 (Narrazioni della conoscenza)
ISBN 9788871865683


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