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Recensione

I fratelli Rico copertina

Georges Simenon - I fratelli Rico (Adelphi) - La recensione di un romanzo americano del papà di  Maigret


Domanda: cosa rende Hemingway così… come dire? … così Hemingway, ecco?
E cosa fa sì che la “réchèrche” sia tanto… mmmh…. vediamo un po’… tanto proustiana?
Vi siete mai chiesti qual è quella misteriosa sostanza che trasfigura un sostantivo - il nome di un autore - in aggettivo?
Esiste un carisma segreto, una qualità rara che può sancire la differenza fra un buon narratore e uno scrittore autenticamente grande?

Non suonino inutilmente retoriche, le domande con cui apriamo questa recensione di “I fratelli Rico” di Georges Simenon, perché è da interrogativi come questi che bisogna partire per riuscire a godere al meglio del libro, e confermarsi una volta di più nella certezza che il papà di Maigret è stato un grande scrittore, al di là dei pastis, delle nebbie, del civico 36 di Quai des Orfèvres e di tutta quella debordante "francesità" che in generale appare come il suo marchio di fabbrica più vero e rivelatore.

“I fratelli Rico” è per Simenon quello che “La casa di Araucaìma” è stato per Alvaro Mutis: un esercizio, una scommessa giocata con sé stesso, per vedere cosa resterebbe di Simenon al netto di Simenon.
“Di tutti gli azzardi letterari” pare sia stato Gabriel García Márquez a dire una notte al suo amico scrittore Mutis “l’unico davvero irrealizzabile mi sembra quello di scrivere una storia gotica ambientata ai Caraibi”.
Mutis raccolse il guanto, e riuscì nell’impresa: oggi “La casa” è considerato uno dei vertici dell’autore del ciclo di Maqroll il gabbiere.
Ma Simenon? Con chi avrebbe potuto decidere di scommettere sulla riuscita di una classica storia “à la Simenon” senza molti degli elementi che lo resero immensamente celebre negli anni in cui pubblicava libri al ritmo in cui i fornai sfornano baguettes?
Forse solo con se stesso, e “I fratelli Rico” sembra prendere gli stereotipi di un genere e filtrarli attraverso la sensibilità per le psicologie tipica dello scrittore belga, per poi restituirceli rinnovati e freschi.

Certo: il grande belga ci ha regalato anche “Tre camere a Manhattan”, e altri libri d’ambientazione americana. Ma questo, che Adelphi pubblica oggi con una copertina illustrata dal bravissimo disegnatore Loustal (un’illustrazione tratta dall’edizione a fumetti dello stesso romanzo) è un romanzo quintessenzialmente americano, per la vicenda che vi è narrata e per quell’epica mafiosa che di lì a pochi anni avrebbe invaso scaffali delle librerie e sale cinematografiche.
Quando il libro esce per la prima volta è il 1952.
Nel corso del tempo conoscerà adattamenti cinematografici e fumettistici, a riprova della bontà e del materiale, e della riuscita dell’esperimento.
La storia dei tre fratelli Rico, Tony, Gino ed Eddie, è di quelle cariche di tensione.
Una tensione pronta ad esplodere da un momento all’altro, e amplificata dal vincolo di sangue che lega i protagonisti. Il più piccolo dei tre ha combinato un casino; e toccherà al maggiore mettersi sulle sue tracce, cercando di scoprire cos’è accaduto veramente.
Lungo le strade di un’America tradotta dall’occhio di un “europeo al quadrato”, riscopriamo ad ogni pagina situazioni, atmosfere e immagini che credevamo di aver scandagliato fino in fondo, solo per scoprire una volta di più che la differenza fra una buona storia e una grande storia risiede soprattutto nello stile con cui è raccontata.
Quello stile di cui Simenon sembrava poter disporre in quantità illimitata.
Da qualunque parte dell’Atlantico si trovasse.


Georges SimenonI fratelli Rico
Tit.or. Les frères Rico, trad. di Marina Di Leo
176 pag., 18 euro – Adelphi
ISBN 9788845928574

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