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Recensione

L' L' impero delle luci copertina

L'impero delle luci di Kim Young-Ha


Aveva trascorso i primi suoi ventun anni in Corea del Nord e gli altri ventuno in Corea del Sud. Cronologicamente la sua vita poteva essere, dunque, divisa in due metà uguali. La prima vissuta nei panni di uno studente del Dipartimento di inglese nella prestigiosa università di Lingue Straniere di Pyongyang, l’altra nei panni di un immigrato illegale. Quelle due metà sembravano pezzi di uno stesso puzzle, ma non combaciavano. Quando era a Pyongyang non avrebbe mai potuto prevedere che la sua vita sarebbe cambiata in quel modo, quando invece era approdato a Seoul aveva dovuto dimenticarsi di quella prima fase, che ormai pareva un’esistenza vissuta ancora prima di nascere.


15 marzo 2006. Le idi di marzo - e non è un caso che sia questa la data scelta, “guardati dalle idi di marzo” aveva avvisato l’indovino rivolgendosi a Cesare nella tragedia di Shakespeare -, una giornata particolare nella vita di Kim Kiyŏng, quarantaduenne abitante a Seoul, proprietario di una piccola società di importazione di film stranieri. Potrebbe proprio essere questo, “Una giornata particolare”, il titolo del romanzo dello scrittore coreano Kim Young-Ha invece de “L’impero delle luci” derivato da un famoso quadro di Magritte - uno dei tanti riferimenti alla cultura occidentale che si incontrano nel romanzo, insieme a quelli a Huxley, a Oscar Wilde, a Camus, ai film di grandi registi. Come nell’”Ulisse” di Joyce, noi seguiamo il protagonista dal suo risveglio alle 7 del mattino fino alla stessa ora del giorno seguente. Accanto a lui, la moglie Mari e la figlia Hyŏnmi al posto di Molly e Stephen Dedalus.


Il mal di testa con cui si sveglia Kim Kiyŏng è il primo segnale di qualcosa di diverso - Kiyŏng non ha mai mal di testa. Quando arriva in ufficio e accende il computer, con la posta elettronica arriva il secondo segnale, quello che sconvolgerà la sua giornata: un messaggio criptato in una poesia del poeta giapponese Bashō che gli ordina il rientro immediato nella Corea del Nord. Da ventun anni Kim Kiyŏng è una spia nordcoreana infiltrata al Sud. Da dieci anni è inattivo e quel suo ultimo intervento, l’ordine di uccidere un amico, era stato un trauma - pensava si fossero ormai dimenticati di lui. Ora questo ordine che scatena in lui domande senza risposta (perché? che cosa vorranno? che cosa succederebbe se non obbedisse?), che fa rinascere il suo doppio che era stato addestrato per fare la spia - sospettoso, previdente, che non si fida di nessuno, con tutti i sensi all’erta. Kiyŏng distrugge il disco fisso del computer, si riappropria di una borsa contenente il passaporto (scaduto, ma non lo sa ancora), la pistola (debitamente nascosta dentro una Bibbia le cui pagine sono state ritagliate per creare un alloggiamento) e dei soldi, si sbarazza del cellulare e se ne procura uno nuovo con carta prepagata (di conseguenza la moglie non gli risponde, non riconoscendo il numero), incontra un’ex amante (insegnante di sua figlia che lo vede nel cortile della scuola) e un compagno che era stato infiltrato insieme a lui, apprende che un altro di loro è scomparso senza lasciare alcuna indicazione.


René Magritte, L’impero della luce (L’Empire des lumières), 1953–54
Olio su tela, 195,4 x 131,2 cm
Collezione Peggy Guggenheim, Venezia


La citazione in copertina, “una spy story mozzafiato”, tratta da Publishers Weekly, non rende giustizia al romanzo di Kim Young-Ha. È inevitabile definire “L’impero delle luci” una ‘spy story’, proprio perché il protagonista è una spia, ma il romanzo non è mozzafiato nel senso più banale e il cuore del libro è un altro. “L’impero delle luci” è la storia di un uomo spaccato a metà, proprio come gli anni della sua esistenza - ventun anni nella Corea del Nord e ventuno in quella del Sud -, che adesso ha solo ventiquattro ore di tempo per ridiventare uno: quale dei due sé vuole essere? Il confronto fra le sue due identità di spia e di commerciante esperto di cinema diventa inevitabilmente un confronto fra la vita nelle due Coree, fra due governi e due ideologie, fra presente e passato, del singolo e delle due nazioni. C’è molto di negativo nella società consumista e superficiale di modello americano della Corea del Sud (la giornata della moglie di Kiyŏng, con la sua tresca con due ragazzi ventenni, ne è un esempio), ma sarebbe capace Kiyŏng di tornare a vivere in un paese in cui esiste una sola verità, un solo tipo di comportamento, obbedienza cieca? Un paese in cui la musica è solo quella delle marce, i bambini vengono istruiti per grandiosi scenari coreografici di massa e la gente ha fame? Sarebbe capace, Kiyŏng, di rinunciare alle belle scarpe e agli abiti che si è abituato ad indossare? E, soprattutto, crede ancora, Kiyŏng, all’ideologia socialista?


La storia di quest’uomo diviso che si trova a dover fronteggiare i ricordi del suo passato (straordinarie le scene nella città-copia di Seoul, costruita sottoterra nel Nord e abitata da sudcoreani rapiti, dove le spie vengono addestrate prima di essere inviate oltre il confine) mentre si appresta ad abbandonare quello che ha costruito nella seconda metà della sua vita, scorre parallelamente alle piccole storie della moglie, della figlia e di altri personaggi minori. Ognuno di loro ha una doppia identità, anche se non in senso politico come Kiyŏng. Ognuno di loro nasconde qualcosa di sé, ognuno deve fare delle scelte - niente è come appare: è il romanzo stesso di Kim Young-Ha ad essere spaccato in due, come la Corea, come il quadro di Magritte a cui si riferisce il titolo, con le sue due zone di luce e d’ombra che attirano lo sguardo per motivi diversi.
Questo è un romanzo psicologico molto bello, ricco di tutta la tensione che vibra in una spy story.

Di Marilia Piccone


Kim Young-Ha - “L’impero delle luci”
Titolo originale: Pich’ui cheguk
Traduzione di Andrea De Benedittis
pagg. 372, Euro 16,50 - Edizioni Metropoli d’Asia 2013
ISBN 9788896317419

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