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Recensione

Un caso di scomparsa copertina

Un caso di scomparsa di Dror A. Mishani


“Leggo romanzi gialli, quando ho tempo, e guardo film polizieschi e serie televisive, e dimostro che l’investigatore si sbaglia.”
Non aveva capito. Nessuno capiva.
“Dimostri a chi?”
“A me stesso. Quando leggo un giallo, svolgo la mia indagine parallela e dimostro che l’investigatore del libro si sbaglia o induce di proposito i lettori a sbagliare, mentre la vera soluzione è un’altra.”


È il chiodo fisso dell’ispettore Avraham Avraham (ma che cosa avevano in mente, i suoi genitori, per dargli un nome uguale al cognome?), è la domanda che rivolge spesso all’inizio di un interrogatorio - perché non si scrivono gialli in Israele? Ma è ovvio, perché in Israele si muore già abbastanza nella guerra senza fine, come è morto il figlio di Ilana, il capo che Avi (meglio usare il diminutivo) tanto ammira. Così, quando si presenta in centrale Hanna Sharabi a denunciare la scomparsa del figlio Ofer, Avi tira fuori il suo tono paziente per elencare tutte le possibili ragioni per cui un sedicenne si allontana da casa. Ritornerà presto, magari è già a casa ad aspettarla. E invece Ofer non ritorna, è proprio scomparso. Era (legittimo pensare che sia morto, con il passare dei giorni) un ragazzo introverso, aveva pochi amici. Sembra che persino sua madre lo conoscesse poco, non sa dire nulla delle abitudini del figlio, di quello che gli piaceva. Eppure Ofer sarebbe dovuto andare al cinema con una ragazza due giorni dopo quello della sua scomparsa - di certo non si è ucciso, ma anche andarsene così, senza soldi, senza carta di credito, senza telefonino?


Ci pensa Dror Mishani con il suo primo romanzo, “Un caso di scomparsa”, a ribaltare l’affermazione del suo personaggio secondo cui non si scrivono gialli in Israele, regalandoci, per di più, un ottimo romanzo tout court che ha i colori del giallo, sì, ma si rivela essere una tragedia famigliare, un romanzo che ha un grande spessore psicologico, che pone domande lasciando la risposta aperta, perché il lettore ci rifletta. Perfino il finale è aperto, sia quello del caso di Ofer sia quello che riguarda il futuro personale di Avi Avraham. Che poi non è l’unico protagonista del romanzo. Condivide la ribalta con un personaggio singolare che fa di tutto per attirare l’attenzione, espressione di un Male non plateale ma ugualmente ‘cattivo’, e il peggio è che lui, l’insegnante Zeev Avni che ha velleità di scrittore, neppure si rende conto della gravità delle sue azioni. Zeev e la moglie abitano nello stesso condominio della famiglia Sharabi, Zeev dava lezioni private di inglese ad Ofer. La scomparsa del ragazzo offre a Zeev Avni l’ispirazione per il romanzo che avrebbe sempre voluto scrivere. Fin qui, passi. Ma Zeev confonde la letteratura con la realtà, porta l’invenzione romanzesca dentro la vita degli Sharabi, suggerisce con una telefonata alla polizia il luogo dove cercare il corpo di Ofer, scrive a nome di Ofer delle lettere ai suoi genitori - e pensare che Zeev Avni ha un figlio a cui vuole molto bene e non riesce a capire la reazione inorridita della moglie quando la mette orgogliosamente a parte di quanto ha fatto. Si aspetta che lei applauda il novello scrittore. Che poi siano proprio le sue interferenze a mettere la polizia sulla giusta traccia, è un’altra faccenda.


Il brancolare nel buio di Avi Abraham è un avanzare incerto in cerca di una verità che sfugge, che si camuffa sotto molteplici sembianze di verità, che è elusiva - pare quasi che Avi Abraham non voglia affrontare la verità. E, quando si alza infine il sipario, quello che è successo è un terribile dramma doloroso. Di quelli da cui ci si ritrae, tanta è la sofferenza per tutti quelli che sono coinvolti.
C’è però un risvolto leggero di tanto dolore - l’ironia affettuosa con cui vengono presentati i genitori del quasi quarantenne Avi (Woody Allen ci ha insegnato come sono le mamme ebree, competono solo con quelle italiane quanto ad iper-protettività), l’imprevisto innamoramento del protagonista per una ragazza incontrata nientemeno che in un viaggio di lavoro a Bruxelles, persino la follia (perché non sapremmo come altro chiamarla) dell’insegnante di inglese di Ofer.


Non è la parola “Fine” a chiudere il bel romanzo di Dror Mishani. È “Segue”, confermando l’originalità di questo libro. Attendiamo il seguito, allora. Pregustandolo.

di Marilia Piccone


Dror A. Mishani - Un caso di scomparsa
Titolo originale: Tik Ne’edar
Traduzione di Elena Loewenthal
pagg. 304, Euro 18,00 - Edizioni Guanda 2013 (Narratori della Fenice)
ISBN 9788860889614


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