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Recensione

Le Le abitudini delle volpi copertina

Le abitudini delle volpi di Arnaldur Indridason

Erlendur aveva alzato la testa.
“Allora deve venire anche Bergur” aveva detto quasi istintivamente, quasi senza pensare.
Suo padre l’aveva guardato. Evidentemente non aveva previsto che il figlio minore dovesse andare con loro. Aveva altre cose a cui pensare.
“D’accordo, allora viene anche lui.”
Era deciso e non ne avevano più parlato. Più tardi sua madre aveva protestato ma non era riuscita a far cambiare loro idea. Entrambi i ragazzi sarebbero andati con il padre. Erlendur era trionfante.


L’ispettore triste Erlendur mancava dalla scena nel romanzo precedente di Arnaldur Indriðason, Cielo nero. Era assente perché era dove lo troviamo ora in Le abitudini delle volpi, sulla costa orientale dell’Islanda, a dormire nella sua vecchia casa che ormai è quasi un rudere, andando a farsi una doccia nei servizi della piscina pubblica, continuando a pensare all’evento tragico che aveva distrutto la sua famiglia - il giorno in cui Erlendur di dieci anni e il fratellino Bergur di due anni più piccolo avevano accompagnato il padre sulla brughiera, si era scatenata una tempesta di neve e ad un certo punto Erlendur si era accorto che non stringeva più nella sua la manina del fratello. Erlendur era stato salvato dalla squadra di soccorso, Bergur era scomparso. A Erlendur è rimasta quell’idea fissa, l’ossessione dei casi delle persone scomparse. Capita spesso che qualcuno svanisca, in Islanda, proprio per le condizioni estreme del clima. E però è anche facile celare un atto criminoso dietro una scomparsa. C’è un caso su cui Erlendur continua a farsi domande, una donna scomparsa nel 1942 di cui si parlava al tempo in cui lui abitava ancora lì con la famiglia. Il fiuto poliziesco di Erlendur lo porta ad indagare, a fare domande in giro, a sospettare che Matthildur non sia stata semplicemente spazzata via dalla tormenta sul sentiero che percorreva per andare a trovare sua madre. Perché quella stessa sera si era perso anche un gruppo di militari del presidio inglese sull’isola ed erano stati tutti ritrovati, persino il cadavere di quello che era stato trascinato in mare dalle acque del torrente. Erano sullo stesso sentiero di Matthildur: come mai non l’avevano incontrata? E, ammesso che fosse morta, perché il suo era stato l’unico corpo che non era stato mai ritrovato?

Ogni volta che leggo un romanzo di Arnaldur Indriðason non posso fare a meno di ricordare quello che mi disse durante un’intervista di anni fa, che non vengono commessi molti delitti in Islanda. E questo spiega, in parte almeno, la particolarità dei suoi romanzi in cui spesso l’ispettore cerca il colpevole di un crimine ormai in prescrizione - e la nostra impressione è che non ce ne sia qualcuno di più recente di cui occuparsi. Inoltre, Indriðason ha una formazione storica e per lui è naturale ritornare al passato. Anche il suo personaggio Erlendur ama tornare al passato, è un uomo del passato, un raccoglitore di memorie. Sono ricordi personali e ricordi di un intero piccolo paese, quelli che affiorano in Le abitudini delle volpi. Una macchinina rossa trovata nella tana di una volpe (Erlendur è sicuro che sia il giocattolo del fratellino) e vecchie lettere che Matthildur aveva scambiato con una sorella. Gli oggetti sono indicatori, sono una traccia lasciata indietro da chi è scomparso, porteranno a ben altre scoperte. Erlendur tira fuori ricordi da persone anziane, una frase lo insospettisce ancora di più, arriverà a fare qualcosa di sacrilego per trovare la verità. Giusto perché la verità deve venire alla luce, perché ormai non si tratta più di punire il colpevole. E poi, come si fa a giudicare una colpa? Quanto a quello che si può trovare nelle tane delle volpi - forse finalmente Erlendur ha in mano qualcosa di più della macchinina rossa che lo ricolleghi a suo fratello.


I romanzi di Arnaldur Indriðason hanno una cifra tutta loro, assolutamente inconfondibile. Non sono dei veri thriller da amanti del brivido. Anzi, di brivido non ce n’è proprio se non quello dato dal freddo d’Islanda. Il paesaggio, con le sue brughiere spazzate dal vento, le rocce laviche e il mare cupo, gioca un ruolo nel creare l’atmosfera dei suoi libri. E poi Indriðason scava nella solitudine dei personaggi che sono sempre, in una certa qual misura, degli ‘stranieri’ tra gli altri (Erlendur significa ‘straniero’), come gli islandesi sono ‘stranieri’ tra gli europei. Così Erlendur empatizza con l’uomo che ha qualcosa a che fare con la scomparsa di Matthildur perché condivide con lui il rovello di una colpa non diretta, di quel tipo di colpa che si appoggia alla domanda, ‘e se io non avessi fatto… se io non avessi detto…?’
La bellezza dei thriller di Arnaldur Indriðason è nell’essere dei romanzi con delitto, che è più che essere dei semplici thriller.


Arnaldur Indridason - Le abitudini delle volpi
Titolo originale: Furðustrandir
Traduzione di Silvia Cosimini
pagg. 303, Euro 18,00 - Edizioni Guanda 2013 (Narratori della Fenice)
ISBN 978-88-2350319-9


L'autore


17 aprile 2013 Di Marilia Piccone

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