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Recensione

Baracche. Appunti di prigionia 1944-1945 copertina
Alessandro Drietrich

Baracche


Appunti di prigionia 1944-1945

"Travaglio, freddo, fame, umiliazione: queste realtà, perché? ecco il vero problema. La dignità di ufficiale? Il dovere di soldato?! Vale di più la mia verità di uomo."


Dopo l’8 settembre, l’autore di questo diario di prigionia aveva rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e per questo era stato processato e condannato a morte. La pena fu tramutata in prigionia e venne deportato in Germania: prima Dachau, poi Wietzendorf.

Durante i due anni trascorsi in quell’inferno Dietrich, per non perdere del tutto la propria umanità,  decide di scrivere appunti, frasi spezzate, riflessioni, pensieri frammentari con i mezzi di fortuna che ha a disposizione.

Riesce a sopravvivere e, quando torna a casa, riordina quel materiale e lo trascrive correggendolo dove era necessario e completandolo, sostenuto dai ricordi ancora molto vivi e freschi..


Quando si sposa, alla fine del 1949, alla giovane moglie regala tutta la sua memoria raccolta in quelle pagine scritte a mano e piene di dolore. Proprio per l’eccesso di sofferenza che quel manoscritto contiene, non vuole però che lei mostri ad altri quei fogli e la donna mantiene fede all’impegno.

Quando Alessandro Dietrich muore, nel 1985, la promessa è per la moglie come sciolta e, con amore e pazienza, si dedica a quel manoscritto: gli appunti sparsi vengono ripresi, riordinati e trascritti: oggi sono stati pubblicati da Sironi.
Pensieri di fame e di freddo, di litigi forsennati tra disperati che la situazione rende tra loro nemici: per sopravvivere si ruba, si odia, si picchia, si mente…
Ma esistono spiragli dell’anima che portano anche alla poesia e Dietrich annota alcuni versi che meglio di mille pagine descrittive evocano la situazione in cui è stato costretto a vivere, lui e milioni di altri esseri umani: “L’alba mi saluta così: in questo giorno non morirai./ Ieri è passato./ Domani è solo speranza./ Oggi vivi.” Ma paiono versi anche certe frasi, per l’intensità e l’emozione con cui sono state scritte: “Limpida è la prima stella che mi conforta quando guardo lontano da questa angusta finestra”. E ancora: “Sopra di me c’è tanta polvere: sono logoro come un vecchio cappotto: ho bruciato gli incensi ed ho ucciso: mani lorde di sangue e volto ingenuo di fanciullo. Chi sono?...”.

Dietrich Alessandro - Baracche. Appunti di prigionia 1945-1946
218 pag., 14,50 € - Edizioni Sironi 2007 (Indicativo presente)
ISBN 9788851800796


La prima vita di Heschel Rosenthal di Michael Lavigne

È stato recentemente pubblicato da Piemme un altro "diario", questa volta immaginato da uno scrittore, una storia terribile che descrive una menzogna aberrante che un desiderio di espiazione inconfessato porta infine alla luce. L’orrore del nazismo forse avrebbe potuto condurre anche a questo: l’aguzzino che a fingersi vittima, il lupo a  travestirsi, per una vita intera, da agnello.


Quando Heshel, malato di Alzheimer, affida i suoi diari al figlio Michael e questo li legge tutto il mondo sembra crollargli addosso e tutto ciò che aveva sempre creduto rivela la sua totale falsità. Michael aveva sempre pensato, così gli era stato detto fin da bambino, che il padre fosse un sopravvissuto ai campi di concentramento polacchi in cui era stato deportato con milioni di altri ebrei più sfortunati di lui.
La verità invece è ben diversa  e quel manoscritto, tenuto accuratamente nascosto, lo rivela senza ombra di dubbio: il nome del vecchio non è  Heshel Rosenheim, ma Heinrich Mueller (i diari infatti sono scritti in tedesco) e a Bergen Bergen è stato, ma come SS.
Ma com’è possibile che suo padre, il mite ebreo che Michael aveva sempre conosciuto, fosse invece un aguzzino? Com’è possibile fingere un’intera vita e assumere un’altra identità con tanta impudenza? E lui, il figlio, e la sua identità? Vivendo nell’inganno, aveva costruito una vita falsa e ora, alla luce della verità, tutto era da rivedere e da ripensare.
Ma l’orrore per tutta un'esistenza trascorsa dentro a un terribile equivoco non riusciva a cancellare la dolcezza di quegli anni passati e la  pietà per quel vecchio ormai incosciente. Dalla disperazione si può risorgere e per Michael questo poteva significare ritrovare un altro affetto che aveva quasi smarrito, per distrazione e leggerezza, quello di suo figlio.  

Wuz vi presenta una testimonianza di Elie Wiesel
Una bibliografia di titoli sull'Olocausto
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23 gennaio 2007 Di Grazia Casagrande

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