Ricerca avanzata
Recensione

La famiglia Fang copertina

Kevin Wilson - La famiglia Fang - Fazi edizioni

"Dove sono mamma e papà?", chiese.
Buster distolse lo sguardo, fece un respiro profondo e rispose: "Sono dentro il furgone a fare piani. Hanno avuto un'idea".
"No", mormorò Annie, mentre il suo corpo si irradiava di un calore familiare. "Ti prego, no".
"Bentornata a casa", disse Buster, e si avvicinò al nastro trasportatore per prenderle la valigia.


Le colpe dei padri – è noto - non dovrebbero ricadere sui figli, ma nessun padre ha ancora inventato un modo sicuro per non far ricadere sui figli i propri meriti.
Nel caso della famiglia Fang, parlando di meriti, c’è di che cingersi ben più di una corona d’alloro intorno alla testa.
Ad esempio una corona simile a quella che il piccolo Buster – per brevità identificato con la semplice lettera B dai suoi genitori – indossa durante la premiazione del concorso “Garofano selvaggio” cui mamma e papà l’hanno caldamente invitato a partecipare, dopo averlo opportunamente acconciato con gonne, pizzi e trine, e un’abbondante razione di smalto per le unghie.

Siete stupiti? Beh, avete pagato il biglietto a tariffa piena, perciò è giusto vi godiate il viaggio per intero.
Ed ecco allora che diremo di questo libro surreale, arguto, ben ideato e ben scritto; postmoderno fino all'ultima pagina, e soprattutto divertente.
I Fang sono una famiglia sui generis, a voler essere generosi.
A partire da quel cognome dall’eco sinistra (“zanna”, in lingua inglese), che però non basta a dar conto dell'autentica, profondissima stravaganza del quartetto composto da papà Caleb, mamma Camilla e i loro due figli  A e B (oltre al succitato Buster c’è l’angelica Annie).
A metà strada fra l’eccentricità senza compiacimento degli Addams e il disagio indossato come una veste un po’ fané dai Tenenbaum, i Fang ardono del sacro fuoco dell’arte, e ogni occasione è buona per inscenare performances situazioniste attraverso le quali mettere alla berlina gli ipocriti rituali della società.
Ma il problema delle rappresentazioni che inscenano nel cuore di giganteschi centri commerciali, agli incroci delle strade e in ogni situazione possibile, è che i pennelli e le tele che i Fang usano per dipingere le loro apocalissi borghesi in sedicesimo sono sé stessi e - quel che è peggio - i loro incolpevoli bambini.

Generazioni a raffronto. Ladies and gentlemen, i Fang!


L’impianto pedagogico, insomma, lascia un po’ a desiderare, anche se le intenzioni sono buone, e quando seguiamo Annie e Buster nelle loro peripezie adulte, non possiamo far altro che prendere atto dei danni che sono stati commessi: i buoi sono scappati, e nessuno ha intenzione di chiudere la stalla.

Annie è un’attrice che si spende sui set di film di serie B, discretamente disillusa quanto alla speranza di sfondare.
Arrivata ad un passo dalla consacrazione, A è rimasta impastoiata in un limbo artistico sfocato dal quale, come punte di un iceberg triste, emergono giusto i suoi seni sulle copertine dei rotocalchi o su internet.

Buster, invece, percorre le ingrate orme del gonzo journalist, dedicandosi a cercare di affabulare ogni sorta di storia esotica e improbabile.
Per dirne una: alle prese con quello che si rivelerà essere l’articolo peggio pagato della sua (non folgorante) carriera, sta compiendo una dettagliata ricognizione sulle vicende belliche di un cannone che spara patate nel mezzo del Nebraska, e sugli artiglieri che occupano il proprio tempo tirando quelle salve ricche di amido fra le spighe del midwest.

Uno di questi colpi - nemmeno a dirlo - produrrà delle conseguenze decisamente nefaste per Buster, innescando una catena di eventi che costituiranno il motivo della seconda parte del libro, e condurranno la storia verso la sua definitiva catarsi. 

Incurante di nascondere i propri debiti con il cinema (soprattutto quello di Wes Anderson), La famiglia Fang poggia sul sicuro senso per i dialoghi di Wilson, e fa perno su una struttura che intercala il presente narrativo con estratti da un ipotetico catalogo d'arte. Nel catalogo, ovviamente, c'è un'antologia dai momenti più riusciti della parabola artistica dei Fang.
Ovvero ci sono sabotaggi di concorsi di bellezza, false promozioni commerciali messe in atto nelle ore di punta al supermercato, e via dicendo. 
In filigrana vediamo chiaramente come la sabbia che quei simpatici guastatori dei Fang versano copiosamente negli ingranaggi del sistema sia una sostanza in fondo preferibile all'olio che quegli stessi ingranaggi provano a far girare alla massima velocità: ma non è forse scritto che la vera arte, quella che scaturisce da una risata disperata sulle cose del mondo, debba alla fine risolversi in un fallimento, per potersi dire completa?

La stravaganza orchestrata da Kevin Wilson riesce a non trasformarsi in un catalogo di eccentricità fini a sé stesse, tessendo piuttosto l'affresco di una famiglia (forse) disfunzionale ma (tutto sommato) unita.
E il ritratto che campeggia sulla copertina del volume, disegno che cattura bene lo spirito del libro, non sembra una rilettura pop e sbilenca di American Gothic, l'archetipico dipinto di Grant Wood che nel 1930 diede un volto alla crisi nata l'anno precedente dal crollo di Wall Street?

Già.
Anche i Fang, a loro modo, sono dei sopravvissuti, e la loro rivolta permanente ha fatto più guasti in casa di quanti non ne abbia fatti nei centri commerciali. Ma loro non si piangono addosso, mai.
Ed è bello rigirarsi in bocca il sapore agrodolce di questa commedia smart & funny anche dopo aver chiuso l'ultima pagina. 



Kevin Wilson - La famiglia Fang
Tit.or. The family Fang, trad. di Silvia Castoldi
400 pag., 18 euro - Fazi edizioni
ISBN 9788864115290 



L'autore


20 giugno 2012  

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti