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Recensione

Io confesso copertina

Io confesso di Jaume Cabré

“... questo violino non è mio, sono io a essere suo. Sono uno dei tanti che l’ha avuto. Nel corso della sua vita questo storioni ha avuto diversi musicisti al suo servizio. E oggi è mio, ma io lo posso solo contemplare. Per questo volevo che imparassi a suonare il violino e continuassi la lunga catena della vita di questo strumento. Solo per questo devi studiare il violino. Solo per questo, Adrià. Non c’è bisogno che ti piaccia la musica.”

Nascere in quella famiglia era stato un errore imperdonabile: è questa la riflessione d’esordio del libro autobiografico che Adrià Ardèvol sta scrivendo. Un libro doppio, in realtà, come apprenderemo in seguito, quando lo affida al suo migliore amico, Bernat, perché si occupi della revisione e di farlo stampare: con inchiostri di colore diverso Adrià ha scritto la storia della sua vita su un lato dei fogli, dall’altro la storia del Male. Le due storie si intrecciano inestricabilmente nella versione che noi leggiamo, intitolata Io confesso: molto, molto spesso io confesso appare nella universale versione latina confiteor, a rendere senza tempo l’ammissione del peccato, a darle una connotazione etica. Perché le domande che pervadono l’intero libro sono proprio queste: quale è il peso della colpa? Si eredita la colpa? E quale è l’origine del Male? È possibile riparare il Male? È sufficiente espiare il Male per pareggiarne il peso? Sono domande che filosofi e teologi si pongono da sempre, dalla creazione del mondo e dalla ribellione di Lucifero.

La famiglia di Adrià Ardèvol era fortunata e felice, perché gli Ardèvol erano ricchi. Come, poi, Félix Ardèvol avesse fatto i soldi, non era del tutto chiaro - prova ne era la sua morte violenta, circondata da un alone di mistero. Félix Ardèvol aveva un negozio di oggetti d’antiquariato, o da rigattiere, se si vuole tenere maggiormente in considerazione la maniera in cui era entrato in possesso degli oggetti acquistati per pochi soldi in situazioni disperate e rivenduti a cifre da capogiro. Tra questi un violino. Anzi, il violino, uno storioni del 1764. Il violino chiuso in cassaforte che ha anche un nome, Vial. Quando il corpo di Félix Ardèvol viene ritrovato, c’è l’astuccio del violino vicino a lui. Che tuttavia contiene lo strumento comune su cui studia Adrià e non il Vial. Nessuno sa spiegarsi il perché; Adrià si guarda bene dal parlare ma resterà convinto per sempre di aver causato lui stesso la morte del padre.

Ad Adrià mancava l’amore dei genitori nella sua famiglia felice: la madre era fredda, il padre si limitava a dargli degli ordini, a dirgli che cosa si aspettava da lui - grandi cose. Che diventasse un linguista (Adrià finirà con il conoscere dodici lingue), un erudito. Adrià deve eccellere in tutto per soddisfare le ambizioni del padre. Sua madre vuole farne un violinista, invece. Adrià è così solo che parla con due amici che non sono le tipiche creature inventate nelle infanzie infelici - sono due soldatini, il pellerossa coraggioso Aquila Nera e lo sceriffo Carson: saranno al suo fianco per tutta la vita, insieme a Bernat, il ragazzo che incontra  alle lezioni di musica.


Adrià, Bernat, Sara (la donna di cui Adrià si innamora quando sono ancora quasi bambini e che amerà per sempre), una miriade di altri personaggi vivono in questo romanzo di cui, però, il centro focale è il violino di Cremona che diventa un simbolo, di come la bellezza possa coniugarsi con il male e di come il male non abbia confini, nè di spazio né di tempo. E così la storia del violino, che diventa poi integrante di quella di Adrià e di Sara, incomincia con degli alberi, con un artigiano che sapeva riconoscere il canto del legno, con un delitto a cui ne seguiranno altri. Prosegue in paesi diversi, mentre lo storioni passa di mano in mano, sarà confiscato ad Auschwitz. Ma non è così semplice - proprio perchè il Male è nella natura umana, il medico nazista, o il gesuita dell’Inquisizione, o il musulmano che ha diretto la lapidazione di una donna, o il frate che espiava le sue colpe nascosto in un convento, si scambiano nomi e parti, tra di loro e con Félix Ardèvol, l’ultimo di una catena. No, non l’ultimo- come vedremo quando Adrià cerca di rimediare e di restituire lo strumento. Perchè proprio non c’è fine al Male. Se Pietro è stato capace di tradire Gesù, anche quello che si considera il migliore amico può tradirci. Come fa Bernat, come fa il vecchio che riesce ad imitare la voce e il comportamento di un altro vecchio la cui famiglia è stata annientata ad Auschwitz. Bernat che si appropria di una storia non sua e della gloria riservata ad Adrià quando questi ormai non sa più riconoscerlo. Tantomeno sapere il suo proprio nome. E questo finale è doloroso e straziante, quando il Male assume una dimensione personale, di una punizione solo in apparenza indolore.


Io confesso è un libro bellissimo, come i precedenti romanzi di Cabré, Le voci del fiume e L’ombra dell’eunuco. È un romanzo colto che percorre l’intera storia d’Europa, ricco di rimandi (osserviamo l’allusione alle Memorie di Adriano della Yourcenar  e al J’accuse di Zola), teso tra i due estremi possibili per l’essere umano - la bellezza e la conoscenza da una parte e l’abiezione, l’inganno, il Male assoluto dall’altra.

Jaume Cabré - Io confesso
Titolo originale: Jo confesso
Traduzione di Stefania Maria Ciminelli
pagg. 769, 19,50 € - Edizioni Rizzoli 2012 (Scala stranieri)
ISBN 978-88-1705609-0


L'autore


15 giugno 2012 Di Marilia Piccone

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