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RECENSIONE

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Titolo Una vita da lettore
Autore Hornby Nick
Dati 280 p., brossura
Prezzo € 15,50
Prezzo IBS € 13,18
Editore Guanda
Collana Biblioteca della Fenice
EAN 9788882468910
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Nick Hornby

Una vita da lettore


"In parole povere: a leggere certi libri mi annoio, e quando mi annoio tendo a diventare irritabile. Eliminare la noia dalla mia vita di lettore si è dimostrato sorprendentemente facile."

Nick Hornby è un uomo fortunato, almeno come lettore. Per il resto, non saprei (non so, ad esempio, quanto possa influire sul proprio ritenersi fortunati l’avere un figlio autistico, problema di cui, per altro, tratta a più riprese in questo libro).
È fortunato, dicevo, perché viene pagato per scrivere, in modo del tutto libero ed informale, di qualcosa che avrebbe fatto comunque, cioè leggere libri che già voleva leggere. L’opportunità di tenere una rubrica sulle sue esperienze di lettura, gli è stata offerta, a partire dall’estate del 2003, dal Believer, una rivista nata poco prima e aperta ad artisti di ogni genere.

Il codice etico dei suoi fondatori e la sua natura specifica ha dato “uno scossone” al modo di leggere di Hornby: innanzitutto, ci racconta, ha letto più libri di quanto avrebbe fatto altrimenti, inoltre, ha dovuto rispettare l’unico comandamento imposto: NON STRONCARE.  Posizione che l’autore ha compreso e condiviso - almeno fino a quando non ha dovuto scrivere di libri che non gli erano piaciuti! L’unica soluzione possibile è stata quindi quella di cercare di scegliere libri che prevedeva essere di suo gradimento.
Ecco dunque raccolte nel suo Una vita da lettore, le «non recensioni» apparse sul Believer nel corso degli anni, dal settembre 2003 al giugno 2006, così come fossero i consigli di un amico che, a considerazioni di carattere letterario, aggiunge impressioni e pareri del tutto soggettivi, legati ad esperienze personali, ma spesso più efficaci degli articoli ufficiali.

E il risultato è sorprendente, perché il lettore sente di avere finalmente un alleato, qualcuno che non solo condivide le sue sensazioni, ma che le afferma pubblicamente. Non siamo soli, facciamo parte di quella schiera di lettori che a volte si annoiano, e finiscono per preferire la TV a un libro; che si sentono in colpa e si considerano ottusi se non riescono a godere di un romanzo reputatissimo; che si sfiancano su romanzi seriosi perché erroneamente convinti che “o i libri costano fatica, o sono inutili”; che a volte si imbattono in “buoni libri” che sono un vero e proprio incubo… Qualcuno insiste nell’affermare che se non si legge qualche cosa di importante, tanto vale non farlo. Ma che cosa è importante? Quali sono e di chi sono i libri che ci renderanno più intelligenti? Hornby ci confessa una cosa che nessuno ci dirà mai: se non leggiamo i classici o l’ultimo romanzo che ha vinto un premio prestigioso, non ci succederà niente di male; e, soprattutto, se li leggiamo può darsi che non ci succederà niente di straordinario. L’importante è leggere e l’unico consiglio che si sente di dare, se un libro costa fatica, è questo: “per favore, vi prego: mollatelo lì. Non lo finirete mai. Iniziatene un altro”.
Impossibile qui tracciare gli intricati percorsi di lettura dell’autore inglese, nei quali non solo vengono delineati i rapporti familiari, di amicizia e di lavoro, ma dove si  riconoscono anche la sua nota passione per il calcio e per la musica, e lo stile diretto, sentito e ironico. Dei 151 scrittori menzionati, io ne conosco appena 30 (qualche tempo fa me ne sarei vergognata, ma ora, dopo Una vita da lettore, posso dirlo a testa alta). E su 30, credo di aver letto qualcosa di circa la metà (a mia parziale discolpa, anche se non sarebbe necessario sottolinearlo, va il fatto che alcuni volumi non sono stati tradotti in italiano). Che cosa ho imparato, in definitiva, dalla lettura di questa raccolta di recensioni di Hornby? Oltre ad aver accumulato una lunga lista di possibili buone letture, mi sono convinta che è possibile, e ugualmente interessante, scrivere - e leggere di libri - in modo empatico, semplice, sincero e diretto. Che non devo più giustificarmi quando qualcuno cita un autore o un titolo a me sconosciuti. Che non arriverò mai a leggere nemmeno la minima parte di tutti i libri pubblicati: perché perdere tempo con quelli che mi risultano pesanti o noiosi? E che, infine, i libri sono davvero “il meglio di tutto il resto”. Eccezioni a parte.

Le prime pagine

Introduzione

Ho cominciato a tenere questa rubrica nell'estate del 2003. Avevo appena fatto l'esperienza di lettura descritta all'inizio del libro e mi sembrava che quanto avevo scelto di leggere in quelle poche settimane contenesse nell'insieme una specie di filo narrativo, cioè che un libro portasse all'altro facendo emergere temi e motivi che sarebbe valsa la pena di considerare. Inutile dire che quella è stata praticamente l'ultima volta che le mie letture hanno potuto vantare una qualsiasi logica o forma complessiva. Da allora la mia scelta è sempre stata fortuita, capricciosa e del tutto disorganica.
E tuttavia sembrava divertente scrivere sulla lettura, invece che sui singoli libri. All'inizio della mia carriera di scrittore ho recensito molta narrativa, ma dovevo fingere, come è prerogativa dei recensori, di avere letto i libri fuori dal tempo, dallo spazio e dal mio carattere: in altre parole, dovevo fingere di non averli letti mentre ero stanco e nervoso, o bevuto; di non invidiare gli autori, di non avere una mia agenda di impegni, né gusti estetici o problemi personali; di non aver già letto altre recensioni della stessa opera, di ignorare chi fossero gli amici e i nemici dell'autore, di non avere in corso trattative per piazzare un mio libro allo stesso editore, di non essere stato invitato a pranzo da un'addetta stampa dagli occhi di cerbiatta. Soprattutto, dovevo fingere di non aver scritto la recensione perché mi servivano urgentemente duecento sterline. Essere pagato per leggere un libro e per poi scriverne crea una dinamica tale da compromettere il recensore secondo ogni modalità possibile, nessuna delle quali gli è di aiuto.

Perciò questa rubrica sarebbe stata diversa. Sì, d'accordo, anche qui mi avrebbero pagato, ma per scrivere di qualcosa che avrei fatto comunque, cioè leggere libri che già volevo leggere. E qualora avessi sentito che l’umore, il morale, i livelli di concentrazione, il clima o le vicende familiari avrebbero influito sul mio rapporto con un libro, avrei potuto e dovuto ammetterlo. Tuttavia, manco a dirlo, la consapevolezza di dover scrivere qualcosa per il Believer alla fine di ogni mese ha profondamente mutato le mie abitudini di lettore. Tanto per cominciare, credo proprio di avere letto più libri di quanto avrei fatto altrimenti. Ho idea che prima mi concedevo intervalli più lunghi fra un libro e l'altro, diciamo un paio di giorni, durante i quali mi portavo appresso una copia del New Yorker o di Mojo, mentre ora mi affretto a passare al libro successivo per paura di non avere materia sufficiente su cui scrivere (o di sembrare scarso, ignorante e indegno della vetrina concessami da una pubblicazione prestigiosa come il Believer). Vere vittime di questo nuovo corso sono state le riviste (anche se l’Economist si è salvato, forse per rimpiazzare i giornali che non sto leggendo).
E tuttavia è stata la natura specifica del Believer a dare uno scossone al mio modo di leggere, spero per sempre. La rivista (nata cinque mesi prima della mia rubrica) è una chiesa aperta, e scrittori di ogni genere (nonché artisti, registi e altri tipi creativi) sono liberi di salire sul pulpito e fare la loro predica, ma rispettando un comandamento: NON STRONCARE. Per come l'ho capita io, i fondatori dell'impresa volevano un posto, un angolino di mondo in cui gli scrittori potessero essere certi di non venire presi a sberle: e come - ahinoi - prevedibile, tale ambizione è stata sbeffeggiata senza pietà, soprattutto da quei critici i cui figli patirebbero la fame se i loro genitori non coprissero di ingiurie gli autori di quei libri che non gli sono piaciuti molto.
Ho compreso e condiviso la posizione della rivista, che mi è sembrata ammirevole e ineccepibile, fino a quando non mi è toccato scrivere di libri che non mi erano piaciuti molto. Le prime due volte ci sono state serie discussioni con i direttori del giornale, convinti che avessi superato il limite e che dovessi riscrivere i passaggi offensivi in un tono più conciliante o nascondere i libri e gli scrittori offensivi sotto l'anonimato. A me non importava un fico secco della cosa, che anzi mi dava modo di prendere spietatamente in giro le ambizioni del Believer (per la cronaca: i Polysyllabic Spree non esistono. Ho come referenti Vendela Vida e Andrew Leland, rispettivamente direttore e direttore esecutivo, ai quali non manca il senso dell'umorismo e non sono evangelici. Credo addirittura che guardino la televisione).
Peraltro, il codice etico del Believer mi ha fatto pensare a cosa leggo e perché leggo. Non volevo continuare a riscrivere le pagine offensive della mia rubrica, né tantomeno servirmi di formule come «scrittore innominabile» o «romanzo anonimo». Che fare, allora? La mia soluzione è stata tentare di scegliere libri che prevedevo di mio gradimento. Non sono sicuro che l'idea sia paurosamente ovvia come sembra. Spesso leggiamo libri che pensiamo di dover leggere o che avremmo già dovuto aver letto, o che altri ritengono che noi dovremmo leggere (incontro a ogni pie sospinto persone che hanno un loro elenco mentale, e a volte anche materiale, dei libri che pensano di dovere aver letto quando compiranno quarant'anni o cinquanta, o quando moriranno); sono sicuro di non essere l'unico che procede lungo le pagine di un romanzo baciato dagli elogi generali fra raschi di gola e alzate di sopracciglia: sgomento, ma in realtà piuttosto compiaciuto, che tanta gente abbia preso fischi per fiaschi. Di conseguenza» il primo alimento a venire tagliato dalla mia dieta di lettore è stato la narrativa contemporanea «alta». Che a me sembra la categoria più a rischio - almeno per me, dati i miei gusti.
Non nutro un particolare interesse per il linguaggio. Meglio, nutro interesse per quello che del linguaggio può servirmi, e ogni giorno trascorro ore cercando di far sì che la mia prosa sia la più semplice possibile. Ma non ambisco a creare una prosa che attiri più attenzione su di sé che sul mondo che descrive, né certamente ho la pazienza di leggerla (e temo di non essere il solo: tendenzialmente questo genere di scrittura è più ammirato dai critici che da chi compra i libri, se valgono come prova le liste dei best seller: i romanzi che hanno raggiunto un pubblico di massa nell’ultima decina di anni di solito richiedono ai loro lettori di guardare i personaggi attraverso una lastra di vetro relativamente trasparente). Non voglio asserire che i libri che mi piacciono siano «meglio» dei romanzi scritti in modo più opaco: sto solo mettendo in chiaro i miei gusti e i miei limiti come lettore. In parole povere: a leggere certi libri mi annoio, e quando mi annoio tendo a diventare irritabile. Eliminare la noia dalla mia vita di lettore si è dimostrato sorprendentemente facile.

© 2006, Ugo Guanda Editore

Horby Nick - Una vita da lettore
280 PAG., 15,50 € - Edizioni Guanda 2006 (Bibliteca della Fenice)
ISBN 9788882468910


L'autore



16 gennaio 2007 Di Lidia Gualdoni


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