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HOME | mercoledì 17 marzo 2010 |
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| Titolo |
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Le ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore |
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| Autore |
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Dalla Chiesa Nando |
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| Dati |
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150 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 12,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 12,00 |
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| Editore |
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Melampo |
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| EAN |
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9788889533130 |
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Nando dalla Chiesa
Le ribelliStorie di donne che hanno sfidato la mafia per amore
"Al camposanto ad attenderla c'erano quasi solo donne. circa duecento donne siciliane. A rappresentare le donne di Sicilia. riunite a manifestare l'orgoglio femminile nell'isola che affrontava una delle fasi più dure della sua storia. Visi di ragazze e visi di signore attempate. Tutti ugualmente, splendidamente fieri e commossi in quello slancio di amore verso una ragazza che un mese e mezzo prima si era chiesta, piena di speranza, «chi ci impedisce di sognare?»"
La donna siciliana, occhi sempre bassi, remissiva in tutto, subordinata al proprio uomo: questo stereotipo viene, nell’ultimo libro di Nando dalla Chiesa, completamente smentito. Le sei donne, le sei ribelli qui presentate, testimoniano una realtà femminile in cui forza morale, coraggio, capacità di affermare i propri valori, unite all’amore (un amore fatto anche di stima, per figli, fratelli o mariti, vittime della ferocia mafiosa), sfidano coraggiosamente un sistema, osano opporsi non solo all’organizzazione mafiosa ma alla stessa cultura di cui si è sempre circondata. La prima delle donne presentate nel libro è Francesca Serio, madre del sindacalista Salvatore Carnevale. Una donna sola da sempre che, abbandonata dal marito aveva fatto mille lavori farprendere “il diploma”, cioè la licenza elementare, a quell’unico figlio. Siamo nella prima metà degli anni Cinquanta e l’analfabetismo era una piaga ampiamente diffusa in tutta la Sicilia quando si svolge la vicenda umana e politica di Salvatore Carnevale. La prima “strage di Stato”, quella di Portella della Ginestra, era stata consumata qualche anno prima, il 1° maggio 1947. La prima storia (il termine riprende due precedenti opere dell’autore, Storie, e Storie eretiche di cittadini perbene) non parla solo della grandezza morale di Francesca Serio e di suo figlio Salvatore, ma introduce in un universo per molti lettori poco conosciuto: storia, sociologia e letteratura (bellissimi i passi citati diLe parole sono pietre di Carlo Levi), come premessa necessaria. Salvatore vuole giustizia e non gli importa se il potere dei latifondisti, la mafia come braccio armato, e il silenzio delle forze dell’ordine gli avrebbero consigliato la resa. Fonda una sezione del partito socialista a Sciara. E Francesca, pur temendo per quel figlio, finisce col partecipare, dietro alle bandiere rosse, alle manifestazioni da lui organizzate e a rifiutare le offerte di tradimento fattele quando il figlio era in carcere… Passa del tempo e Salvatore organizza uno sciopero per chiedere il rispetto della legge perennemente evasa dai latifondisti: “in questa contraddizione profonda tra ‘legge’ e ‘ordine’ si anticipava il senso di tutta la storia siciliana dei decenni a venire”. Le minacce arrivano, e anche le lusinghe: sono ignorate le une e le altre, e una mattina all’alba, Salvatore viene fermato per sempre dalle pallottole dei sicari. Si tenta di far passare il delitto per un fatto privato: sarà Francesca a ribellarsi a quell’odiosa menzogna, sarà lei che chiederà aiuto al partito per avere giustizia e in suo soccorso arriverà un deputato socialista, un avvocato: si chiamava Sandro Pertini. Le indagini vengono indirizzate verso i veri colpevoli che vengono arrestati, processati e condannati in primo grado: era il 21 dicembre 1961. L’appello si tenne poi a Napoli, l’intero impianto processuale verrà rovesciato: assoluzione per insufficienza di prove. L’avvocato che difendeva i mafiosi sarebbe stato a sua volta presidente della Repubblica, era Giovanni Leone. Ecco poi le altre donne. Felicia Impastato, madre di Peppino (dalla sua tragica vicenda è stato tratto un film I cento passi), che cosciente del pericolo che il figlio correva, si schiera con lui contro lo stesso marito e che si batterà, morto Peppino, perché non venga fatto passare per un terrorista saltato in aria mentre preparava un attentato. Saveria Antiochia, madre di Roberto: il giovane poliziotto che, trasferito a Roma, va in Sicilia in licenza per non lasciare solo il “suo” commissario Ninni Cassarà, e che verrà ucciso con lui. Michela Buscemi, che la mafia l’aveva avuta in casa perché, dei due fratelli uccisi, uno era contiguo agli ambienti dei clan, e che ebbe il coraggio, avendo contro la sua stessa madre, di essere parte civile al maxiprocesso di Palermo. La giovanissima collaboratrice di Borsellino Rita Atria, sorella del giovane boss Nicola, che si suicida dopo la strage di via D’Amelio sentendosi ormai sola e perduta. E infine Rita Borsellino, sorella di Paolo, che dopo la strage di D’Amelio, sente l’obbligo di un nuovo impegno civile, impegno che culminerà nella candidatura al governo della Sicilia. Sconfitta, prosegue la sua azione pubblica nella lotta alla mafia, vero punto di riferimento di tutto il movimento. Ma il libro, anche solo nominandole, ricorda altre donne, madri, altre mogli, sorelle che hanno raccolto il testimone del loro caro ucciso, che non hanno chinato la testa davanti al potere, indomabili e indomate ribelli. Emozione, rabbia, ammirazione, angoscia: tanti sono i sentimenti che la lettura di questo intensissimo libro suscita e che impegna ognuno, per quanto gli è possibile, a fare la propria parte. Non è un caso perciò che Piero Grasso, il Procuratore nazionale Antimafia, abbia detto che Le ribelli è "ancora più bello di quanto immaginasse" o che Vincenzo Consolo abbia sottolineato come in questo libro sia stato capovolto il cliché della donna siciliana attribuendole invece la speranza di riscatto.
"Bellissimo e lacerante", "commosso e commovente": così definisce Corrado Stajano questo libro in una recente recensione, ed è questa commozione che permette a tutti noi di entrare, al di là del trascorrere degli anni, in empatia con queste donne e con l'autore che, per il proprio privatissimo dolore, con tanta pietà e amore ha saputo interpretarne l'anima e la forza.
Le prime pagine
Scena Prima
Sono la madre di Salvatore Carnevale
Pochi passi felpati. Un breve, garbato inchino. Poi l'onore alla vittima. «Signora, un omaggio a nome della società che non è riuscita a scoprire gli assassini di suo figlio». Il processo in Cassazione si era appena concluso. I quattro mafiosi accusati di omicidio erano stati tutti assolti per insufficienza di prove. Ad avvicinarsi e a parlare così alla madre della vittima era stato uno degli avvocati difensori degli imputati. Una voce flautata e compunta, un inconfondibile accento napoletano. Era un potente onorevole democristiano. Lei si chiamava Francesca Serio. E il figlio per il quale aveva inutilmente chiesto giustizia per dieci anni si chiamava Salvatore Carnevale. Faceva il sindacalista a Sciara, piccolo e sconosciuto paese in provincia di Palermo. L'avvocato dei mafiosi, invece, aveva un nome celebre, tra i più celebri d'Italia. Era stato presidente della Camera dei deputati per otto anni, dal 1955 al 1963. Ed era stato anche capo del governo nel 1963. Pochi anni dopo, nel '71, sarebbe addirittura diventato presidente della Repubblica. Si chiamava Giovanni Leone. In questo frammento di vita pubblica e privata si condensa con cruda potenza evocativa la lunga tragedia della mafia. Qui ne viene anticipata una storia che scorre dentro la più grande e complessa vicenda della Repubblica. C'è già tutto, o quasi, di quanto accadrà nei decenni successivi. E di quanto già era accaduto. Il corso della giustizia. Il doppio volto dello Stato. Il conflitto tra la Storia e i tribunali. La lunga, tormentata, beffarda vicenda giudiziaria era incominciata nella primavera del 1955. Quando Salvatore Carnevale venne ucciso dalla mafia di Sciara. Accadde il 16 di maggio all'alba. Fu uno dei delitti più memorabili compiuti contro i sindacalisti siciliani nel dopoguerra. E quasi suggellò una stagione di sangue che aveva avuto il suo apice nel 1947. Caddero in quegli anni, uno dopo l'altro, molti dei dirigenti più combattivi del movimento contadino dell'isola. Una quarantina. A Trabia, a Favara, a Santa Ninfa, a Casteldaccia, a Sciacca, a Villabate, a Corleone. A Petralia Sottana, a Terrasini, a San Giuseppe Jato. A Partinico, a ripetizione. La cartina geografica della Sicilia era punteggiata, come tracciando una macabra raggiera intorno a Palermo, dai luoghi degli eccidi. E nella memoria dei militanti più anziani resta un manifesto di denuncia della Cgil: un grande camposanto, decine e decine di croci a segnare per sempre l'inaudita violenza. A ricordare i nomi di un'altra Resistenza, tutta siciliana. Nomi che hanno trovato un posto nella letteratura e nella cinematografia popolare. Nomi rimasti solo nella memoria locale. Nunzio Passafiume e Vito Pipitone. Accursio Miraglia e Placido Rizzotto. Leonardo Salvia e Michelangelo Salvia. Epifanio Li Puma e Calogero Cangelosi. Avevano la stessa colpa. Portavano i contadini poveri sui feudi incolti della vecchia aristocrazia terriera, su cui imperversavano da un secolo le famiglie dei campieri, da sempre investiti - dai prìncipi, dai baroni e dallo Stato - della licenza di esercitare arbitrio e prepotenza fisica sulle popolazioni rurali. Protestavano contro la mancata attuazione della legge Gullo, che nel '44 aveva deciso l'assegnazione delle terre incolte ai contadini senza terra. Occupavano quei feudi inscenando festose carovane di popolo. Arrivavano dai paesi per i sentieri suonando musica, chi a piedi, chi su un cavallo, chi su un asino, chi sul carretto. E portando le bandiere rosse. Sistemandosi poi per mangiare a gruppi sui campi ingialliti e senza frutti. Chiedendo terra per chi non l'aveva. I campieri e i nobili non tolleravano né quella pretesa di aver la terra né le bandiere rosse. Anzi, sulle bandiere rosse essi scoprirono di essere in perfetta sintonia con molti rappresentanti delle istituzioni. E perfino con qualche potenza straniera amica. Perciò vi fu la carneficina indisturbata. Prima ancora della Liberazione si era incominciato con Girolamo Li Causi, dirigente del Pci siciliano preso a bersaglio durante un comizio a Villalba, nella profonda provincia nissena. Era il 16 settembre del '44. I mafiosi tirarono le bombe sulla folla, ferendo quattordici persone. Li Causi, colpito a una gamba, si salvò per un pelo. Poi la mafia non sbagliò più. E in mezzo all'interminabile teoria di esecuzioni si stagliò, sanguinosa e minacciosa, Portella della Ginestra. La prima delle tante stragi italiane. Luogo geografico e politico che fissò un punto di svolta nella storia repubblicana e che invano si cercherebbe oggi nelle voci delle enciclopedie. Era il 1° maggio del '47, il mese in cui i socialisti e i comunisti sarebbero stati estromessi per la prima volta dai governi della Repubblica "nata dalla Resistenza". Dieci giorni prima, il 20 aprile, il Blocco del popolo, costituito dai socialisti e dai comunisti, aveva ottenuto una clamorosa vittoria alle elezioni regionali siciliane. E la Democrazia Cristiana aveva perso più di un terzo dei suoi voti rispetto alle elezioni per l'Assemblea Costituente dell'anno prima. Tutti capirono una cosa con assoluta chiarezza. Il grande movimento per la terra aveva portato consensi sempre più diffusi alle sinistre. E ne aveva favorito il radicamento popolare in una misura imprevedibile per una regione che non era stata protagonista della guerra di Liberazione. Da qui la scelta di stroncarlo. In pochi giorni il movimento per la terra divenne oggetto di una vera e propria strategia di intimidazione e di terrore. Quel giorno, anche sulle ali dell'entusiasmo per la vittoria elettorale, i contadini avevano deciso di riprendere un'antica consuetudine del tempo dei Fasci siciliani. E giunsero da San Cipirrello, da San Giuseppe Jato e da Piana dei Greci in contrada Portella per festeggiare. Arrivarono, anche sui tipici carretti siciliani, migliaia e migliaia di famiglie. Si sistemarono alle pendici dei monti Pelavet, Kumeta e Pizzuta nell'attesa che iniziasse il comizio, mangiando pane formaggio e fave. Gli oratori dovevano arrivare da Palermo, ma tardavano di alcune ore. Allora salì su una roccia un calzolaio di San Giuseppe Iato, Giacomo Schirò, il segretario della sezione socialista. Appena iniziò a parlare, dalla cima del monte Pizzuta arrivarono come tuoni raffiche di mitragliatrice. All'inizio i presenti credettero che si trattasse di mortaretti. Poi gli urli, i caduti, i feriti, i cavalli che rotolavano abbattuti, diedero il senso di quello che era accaduto. Era stata la banda Giuliano, primitiva e criminale miscela di brigantaggio, indipendentismo e anticomunismo. Tredici furono i morti, compresi tre bambini. Nemmeno allora vennero trovati i colpevoli. Anzi, sarebbe nata lì la tradizione dei grandi misteri italiani, nel peggiore impasto di infedeltà istituzionale, di illegalità politica e di ingerenze straniere. Giuliano sarebbe stato ucciso nel 1950. Venne trovato morto a Castelvetrano, dove era stato messo in scena, così appurò il processo, uno scon¬tro a fuoco con i carabinieri. E a suo cugino Gaspare Pisciotta, che lo tradì d'accordo con il ministero degli Interni, sarebbe toccato di essere il primo supertestimone ucciso in carcere. All'Ucciardone di Palermo: con un caffè alla stricnina dopo che aveva iniziato a fare rivelazioni sui suoi rapporti con il governo al processo in corso a Viterbo. Era il 1954. Perché non si indagasse troppo sulla verità della strage, i giudici scrissero una specie di salvacondotto a futura memoria. «Non rientra nei compiti della Corte», affermarono, «indagare e accertare le cause che possono spiegare l'atteggiamento assunto» dai funzionari di polizia o dagli organi dello Stato «che non dovrebbero mai formare oggetto di discussione tanto esse devono stare in alto nella estimazione dei cittadini». Né ci si sarebbe fermati lì. Perché molti degli atti relativi alla strage sarebbero rimasti coperti da segreto presso la Commissione parlamentare Antimafia fino alla fine del secolo.
© 2006, Melampo Editore
Dalla Chiesa Nando - Le ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore 150 pag., 12,00 € - Edizioni Melampo 2006 ISBN 9788889533130
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| 17 gennaio 2007 | | Di Grazia Casagrande |
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