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RECENSIONE

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Titolo La ballata di Iza
Autore Szabò Magda
Dati 304 p., rilegato
Prezzo € 18,00
Prezzo IBS € 15,30
Editore Einaudi
Collana Supercoralli
EAN 9788806178321
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Magda Szabò

La ballata di Iza


"In seguito, quando avrebbe cercato di rievocare il viso di Iza la memoria gli avrebbe riportato spesso quel giovane viso senza tempo, quello sguardo da giovane soldato, quell’Iza con l’aria protettrice che accompagnava Vince con i guanti ciondolanti e le labbra troppo pallide."

C’è una ballata che Iza Szocs non sopporta e che piace invece a suo padre e al suo ex marito, perché la cantavano nel collegio dove entrambi avevano studiato in tempi diversi. Parla di una vergine che giace su un catafalco, “il viso e il petto pallidi / come neve sulle rocce”: 
A Iza non piace perché non vuole commuoversi neppure per i versi di una canzone - e forse non le piace perché, in qualche modo, vede se stessa nella figura della vergine fredda e senza vita.
Quando è diventata di pietra Iza, uno dei tre personaggi principali de La ballata di Iza della scrittrice ungherese Magda Szabò?
Forse quando era solo una bambina e aveva dovuto farsi una corazza per avanzare a testa alta negli anni in cui suo padre, il giudice Vince, era stato destituito per non aver ossequiato il regime fascista. Come sopportare, altrimenti, la miseria, l’emarginazione, il bruciore di vedere il suo nome - l’unico - nella colonna dei non ammessi all’università? Poi qualcuno aveva interceduto per lei, Iza si era laureata in medicina, nel frattempo suo padre era stato riabilitato, Iza si era sposata con Antal.

Sono i quattro elementi che assicurano l’equilibrio del cosmo - terra, fuoco, aria, acqua - che danno il titolo alle quattro parti in cui è diviso il romanzo della Szabò.
E nella prima parte c’è il ritorno alla terra dell’ormai anziano Vince Szabò che muore in ospedale, lasciando inspiegabilmente in eredità all’infermiera il quadro di una fonte che era sempre stato appeso sopra il suo letto e che nessuno aveva mai osservato. Della vita di Vince, di come fosse rimasto orfano dopo il crollo della diga, avesse studiato grazie alla carità altrui e fosse diventato un magistrato integerrimo (bella la sottile ironia del titolo originale, “Pilátus”), sappiamo attraverso i ricordi della moglie Etelka, chiamata per lo più “la vecchia” in tutto il romanzo.
Vince ed Etelka, Iza e Antal - questo è quello che è straordinario nello stile narrativo di Magda Szabò: ogni personaggio è unico, ognuno giganteggia, ognuno potrebbe essere il protagonista assoluto in un racconto in terza persona che però riesce stranamente a creare a tratti l’effetto di un monologo interiore.
Quello di Etelka, che perde il compagno di una vita, l’uomo che ha rifiutato di condannare degli scioperanti ed è vissuto senza stipendio per ventitre anni, fino alla riabilitazione nel ‘46, e che si ritrova sola e accetta di andare ad abitare con la figlia a Pest. Sarà come passare attraverso il ‘fuoco’- si sciolgono tutte le illusioni che la vecchia si faceva, resta di ghiaccio il cuore di Iza. Iza è una figlia perfetta, colma di attenzioni, Iza ha predisposto tutto, Iza ha deciso tutto. Quello che la madre può tenere e deve buttare, quello che può fare e deve evitare, dove può stare e dove non deve immischiarsi.
Etelka e Iza sono il vecchio e il nuovo, la tradizione e la modernità, il passato e il presente che non si accordano. Forse è proprio perché Etelka rappresenta quel passato che è meglio dimenticare che Iza è così dura con lei - “povera infelice”, dice alla fine l’infermiera che diventerà la nuova moglie di Antal, “crede che il passato dei vecchi sia ostile, non si è accorta che è invece la misura per spiegare e capire il presente”. E, lentamente, mentre in “Acqua” leggiamo del passato dell’ex marito Antal che ha tanto in comune con quello del giudice Vince, iniziamo a capire meglio che cosa allontani le persone da Iza, perché anche sua madre la lasci per tornare al paese, alla vecchia casa, per seguire nell’ ‘aria’ la chiamata del marito.
Avevamo già ammirato nel romanzo La porta, pubblicato lo scorso anno da Einaudi, la qualità tersa della scrittura di Magda Szabò. E avevamo pensato che lo straordinario acume con cui era raffigurata l’anziana Emerenc fosse in parte dovuto all’empatia di un’età condivisa (La porta è del 1987 e la scrittrice è nata nel 1917).
Dobbiamo ricrederci perché La ballata di Iza è del 1963, eppure il dolore, le speranze, i tremori, il senso di inutilità e di vuoto della vecchia Etelka sono rappresentati con la stessa sensibilità con cui una relativamente giovane Szabò tratta gli altri personaggi, riuscendo nel contempo a tracciare un quadro acquerellato della situazione politica e sociale in Ungheria.

Traduzione di Bruno Ventavoli.


Le prime pagine

Terra

1.


La notizia arrivò al mattino, la sorprese mentre abbrustoliva va il pane.
Iza le aveva mandato tre anni prima un pratico apparecchio dove le fette di pane si doravano di una crosta color rosa pallido in mezzo a filamenti elettrici; lei se l'era rigirato tra le mani, l'aveva esaminato per un po', poi l'aveva riposto nella sua scatola e messo in fondo all'armadio in cucina da dove non l'aveva più tirato fuori. Non si fidava delle macchine, non si fidava nemmeno di qualcosa tanto abituale e quotidiano come l'elettricità. Se un corto circuito o un temporale interrompevano la corrente per un paio d'ore, tirava giù dalla credenza il candelabro di rame a due braccia, con le candele sempre pronte per precauzione, lo portava fuori dalla cucina, e quei rametti ardenti che teneva sopra la testa attraversando l'ingresso a piccoli passi sembravano le corna di un vecchio, mite, cervo. Non era riuscita neanche ad abituarsi all'idea del tostapane elettrico; le sarebbero mancate le soste accoccolata accanto al fuoco, il respiro particolare della brace simile a quello di un organismo vivente. I colori ininterrottamente cangianti dei tizzoni conferivano alla stanza una particolare vivezza; quando il fuoco era acceso, non si sentiva mai sola, anche se nell'appartamento non c'era nessun altro a parte lei.
Era là, accoccolata sul panchetto davanti allo sportello aperto della stufa, anche quando Antal suonò il campanello, li per li non seppe dove appoggiare il tridente in miniatura che usava per abbrustolire la fetta di pane e così se lo portò dietro fin nell'ingresso. Antal prima la guardò in silenzio, poi le afferrò il braccio, e il goffo gesto col quale la sfiorò tradì subito quel che non avrebbe voluto dire. Gli occhi della vecchia si inumidirono, ma le lacrime non colarono come se una forza misteriosa e tenace le trattenesse in bilico sul ciglio delle palpebre. Il suo senso di cortesia più forte di un riflesso naturale, istintivo e al tempo stesso inculcato dall'educazione, la costrinse a mormorare un gutturale «Grazie figliolo».
Delle due piccole stanze solo quella interna era riscaldata. Quando vi entrarono, la vecchia si risistemò sul panchetto, Antal si riscaldò le mani sul fianco della stufa. Non parlarono, si intesero però perfettamente nel loro mutismo. «Devo raccogliere le forze - pensò la vecchia, - l'ho amato tanto». «Riprenditi, abbiamo tutto il tempo che vogliamo - le rispose Antal mentalmente. - In realtà non ha senso che tu venga, perché là non c'è più nessuno. Chi c'è ora, dall'alba di questa mattina, non è più quello che conoscevi tu. Ma ti accompagno lo stesso, perché hai diritto di andare da lui, anche se non è più niente».
Al momento di partire, la vecchia s'infilò nel braccio la sporta per la spesa. In clinica andava sempre con la sporta, ci metteva dentro le cose che Vince aveva chiesto, o quelle che secondo lei gli sarebbero state utili: fazzoletti, biscotti, limoni. Le sfere gialle splendevano anche ora attraverso le maglie della rete. «Vuole esorcizzarla - pensò il medico. - Vuole esorcizzarla con quei tre piccoli, miseri limoni. Crede che la morte si spaventi se le mostra di non temerla. Crede di trovare papa ancora vivo se gli porta i limoni».

© 2006, Giulio Einaudi editore

Szabò Magda - La ballata di Iza
304 pag., 18,00 € - Edizioni Einaudi 2006 (I Coralli)
ISBN 9788806178321




L'autrice


Magda Szabó, nata a Debrecen (Ungheria) nel 1917, è autrice di numerosi romanzi, drammi, raccolte di poesie ed è considerata una delle più grandi scrittrici ungheresi.
In Italia è stata "riscoperta" con la pubblicazione del romanzo La porta.





19 gennaio 2007 Di Marilia Piccone


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