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Recensione

Stoner copertina

Stoner, di John Williams

È per noi che esiste l'università, per i diseredati del mondo. Non per gli studenti, non per la disinteressata ricerca della conoscenza, né per le altre ragioni che sentite dire. Quelle sono solo una copertura, come quei pochi individui normali, idonei al mondo, che di tanto in tanto accogliamo tra noi. Ma è tutto fumo negli occhi. Come la Chiesa nel Moedioevo, cui non interessava un fico secco né dei laici né di dio in persona, ci servono pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così dev'essere.

Stoner è stato pubblicato per la prima volta nel 1965 e poi è stato ristampato dalla New York Review Books Classics nel 2003 diventando un cult grazie al passaparola. Peter Cameron nella postfazione al romanzo di John Williams, parla di miracolo letterario. E un'aura che il libro si porta appresso, quasi in ogni recensione che incontri. Cosa sconvolge tanto? Soprattutto che la vita di un anonimo professore universitario, che Peter Cameron definisce "materia non troppo promettente per un romanzo" possa risolversi in pagine di grande letteratura. William Stoner nasce nel 1981 in una fattoria del Missouri. I suoi genitori sono contadini. Nel 1910, all'età di diciannove anni si iscrive all'università per frequentare i corsi di Agraria ma presto rimane folgorato dalla letteratura. Ottiene un dottorato in Filosofia ma non supererà mai il grado di ricercatore. Pochi studenti si ricorderanno di lui. È strategica la scelta dell'autore di presentarci nell'incipit del primo capitolo la scialba estetica del suo protagonista. Ed è una sfida che in qualche modo gioca con il lettore da subito.
Potrebbe essere definito un romanzo accademico, perché ambientato nel mondo universitario, e racconta l'alienazione di un uomo di fronte al mondo moderno. Stoner potrebbe definirsi un fallito: schiacciato da un matrimonio sbagliato (sua moglie non lo ha mai amato, ostacolerà il suo rapporto con la figlia Grace), nessuna vetta in ambito professionale (subirà una sorta di mobbing). Siamo testimoni della sua esistenza che si consuma sempre all'interno di quel mondo accademico americano a cui non riesce a rinunciare. Nemmeno per l'amore, quello che conosce e apprende a quarantatré anni, l'amore per la studentessa Katherine Driscoll che lo trasporta per un breve periodo in un isola di felicità. Con Stoner John Williams realizza un elogio all'integrità morale e intellettuale. Come reagiamo? Con l'ammirazione per la stoica resistenza che Stoner oppone alle punizioni che la vita gli infligge ma anche con la rabbia per il nodo di impotenza che l'uomo non riesce a sciogliere. Nel finale la figlia Grace chiederà al padre "le cose non sono mai state facili per te, vero?" e Stoner risponderà "No. Ma forse non ho neanche voluto che lo fossero". Ma perché allora quest'uomo mediocre, di cui spesso disprezziamo la passività, quest'uomo che si è limitato a costeggiare l'orlo del baratro, con l'equilibrio dei puri, ci conquista e appare meraviglioso? Perché John Williams lo assolve, sì e anche noi lo facciamo, commossi dalla sua onestà, da come egli stesso identifichi il suo fallimento, coltivi una filosofia di non aggressione al prossimo. Stoner non sa guardare alla vita se non nella sua interezza, costanza, ma la felicità è fatta di picchi e rovinose cadute, di dettagli.

John Williams - Stoner
Traduzione: Stefano Tummolini
Traduzione postfazione: Giuseppina Oneto
332 pagg., 17,50 € - Edizioni Fazi 2012 (I narratori)
ISBN 9788864112367


l'autore


06 aprile 2012  

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