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Recensione

Le Le vacche di Stalin copertina

Le vacche di Stalin di Sofi Oksanen

Era imbarazzante. Vedere tutti quei finlandesi nel porto di Tallinn. Proprio come anni dopo sarebbe stato imbarazzante, in quello stesso posto, parlare finlandese. Tutti i finlandesi venivano a fare turismo alcolico o sessuale. […]
Questa sensazione di imbarazzo restava nascosta, proprio come le mie origini estoni. Si era sviluppata in me già nell’utero materno, tanto che non sapevo immaginarmi senza, sebbene solo più tardi sia riuscita a darle un nome. Era così perfettamente parte di me che proclamavo ai quattro venti di non sapere cosa fosse la vergogna, a cosa somigliasse. Io? Mai nella mia vita avevo provato vergogna di qualcosa.
Anna diventò una ragazza che non provava vergogna, per quanto non ci fossero altro che vergogna e silenzio, silenzio per la vergogna e vergogna per il silenzio.
Mi sforzavo di estenuarla, la vergogna, di frustarla fino a farla venire fuori in un rigurgito sanguinolento, in cui galleggiavano pezzi di pane fritto nel burro insieme alla mia vergogna, feti abortiti che spingevo nel cesso insieme alle salsicce e agli acidi della digestione. […] La capacità di crescita del feto era incredibile. Una volta raschiato, tornava a svilupparsi nelle mie viscere, nuovo e tuttavia identico. E io tornavo a esercitare la mia violenza, sbattevo contro gli alberi – avreste detto che ero innamorata! – per abortire quel feto, inciampavo per le scale, mi procuravo lividi con l’anoressia, mi strappavo le budella con la bulimia, per trovare almeno un po’ di requie. […]
Che fosse paura?
Un timore trasformato in vergogna quando avevo dovuto occultare tutto quel che mi pareva limpido e naturale senza riuscire a comprenderne le ragioni? 


La prima volta di Anna: le sensazioni che precedono il momento, le paure, i dubbi; poi il piacere, il languore successivo all’atto. È l’immagine con cui si apre il nuovo romanzo di Sofi Oksanen, Le vacche di Stalin.
Anna ha quindici anni, è nata e cresciuta in Finlandia, anzi “in piena Strafennia”, ma ha origini miste: sua madre Katariina è emigrata dall’Estonia. Tuttavia, dichiarare la provenienza estone, parlare estone, frequentare persone che vengono “di là” o anche solo accennare ai parenti e ai viaggi durante l’estate, è severamente proibito, vorrebbe dire condannarsi a un destino da puttana. Così, nonostante Anna senta fortissima l’appartenenza al mondo materno - le piace la femminilità che contraddistingue le donne estoni rispetto alle finlandesi, adora i vestiti che indossano le ragazze di là, la lingua di sua madre, i luoghi dell’infanzia - ; nonostante sia  “davvero orgogliosa delle sue radici baltiche. In una maniera tenera e dolce, aspra e dolorosa […]”, è costretta a fingere, poiché Katariina le ha imposto sin da bambina di diventare una finlandese autentica, di parlare e di camminare come loro, ma soprattutto di non rivelare nulla del suo passato.

Non importa se Anna non si sente affatto a suo agio nei panni della “principessa di Finlandia”. Se vivere nel mondo in cui è felice è impossibile - poiché l’Estonia è e resterà a lungo un tabù -  ad Anna non rimane che costruire un meraviglioso universo parallelo in cui nulla sfugge al suo controllo, in cui le emozioni e i sentimenti sono banditi e v’è spazio solo per gli eccessi: alimentari, sessuali e comportamentali.



Raggiungere la piena visibilità ed essere accettata grazie a un corpo perfetto è l’unico scopo della sua esistenza. La prima volta descritta in apertura da Sofi Oksanen si riferisce infatti al piacere provato in seguito al rigetto forzato del cibo: la bulimaressia di cui Anna soffre da tempo è tutto ciò che davvero le appartiene; il corpo, suo “Creatore e Signore”, è il suo unico, “magnifico amante”.
I disturbi alimentari di Anna, il rifiuto seguito al rinnegamento della propria identità e a un processo di naturalizzazione forzato, costituiscono però solo la storia principale del libro. Sullo sfondo corrono altri racconti che, contemporanei o distanti nel tempo, contribuiscono a dare al romanzo una struttura stratificata: v’è l’amore di Katariina per il marito finlandese, le vicissitudini di Arnold e Sofia - nonni di Anna - vissuti all’epoca delle purghe staliniane; le deportazioni in Siberia e la vicenda storico-politica dell’Estonia, nazione gemella della Finlandia impoverita dal comunismo; la descrizione del confine sottile che separa la gente “di qua” da quella “di là” che in alcun modo devono confondersi.



Proiettare il destino personale di un individuo sullo sfondo storico, politico e sociale, riuscire a parlare della grande storia, della realtà, attraverso la microstoria di un personaggio, è un’operazione complessa, rimanda ad una tradizione letteraria di lunga durata che fa capo al realismo ottocentesco, ai romanzi di Balzac, Flaubert o Tolstoj.
È proprio questo principio di realismo tuttavia che fa di Le vacche di Stalin un libro importante, oltreché bello: grazie a una scrittura che spicca per il modo frontale di trattare i temi e per il linguaggio forte, a tratti anche aggressivo – come può esserlo la lingua di un’adolescente - Sofi Oksanen dà prova di saper parlare della realtà senza riserve, in modo tagliente, dimostrando di avere la dose di coraggio necessaria per affrontare questioni politiche delicate e in parte ancora oscure, oltreché l’audacia di una grande scrittrice.


Sofi Oksanen - Le vacche di Stalin
Titolo originale: Stalinin lehmät
Traduzione di Nicola Rainò
481 pag., 19,50 € - Edizioni Guanda 2012 (Narratori della Fenice)
ISBN 978-88-6088-761-0



L'autrice



04 aprile 2012 Di Manola Lattanzi

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