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HOME | lunedì 13 febbraio 2012 |
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| Titolo |
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Incontro a Daunanda |
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| Autore |
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Narciso Giancarlo |
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| Dati |
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367 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 14,50 |
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| Prezzo IBS |
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€ 13,05 |
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| Editore |
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Flaccovio Dario |
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| EAN |
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9788877586827 |
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Giancarlo Narciso
Incontro a Daunanda "Era rimasta sveglia per buona parte della notte, su uno stuoino lurido e consunto, le mani legate a un palo di bambù, il freddo e l’umidità che le penetravano sempre più nelle ossa. Sdraiata all’estremità opposta della capanna, la stessa donna che le aveva portato la cena sembrava dormire tranquillamente."
Ha vinto l’edizione 2006 del Premio Scerbanenco, il romanzo Incontro a Daunanda di Giancarlo Narciso. Eppure il colore che viene in mente leggendo il libro non è tanto il nero, piuttosto il verde scuro della giungla. O il blu del mare: si svolge in Indonesia, nell’isola di Lombock, paradiso dei surfisti, meno nota, meno battuta dai turisti dell’isola gemella Bali che le sta di fronte. Lombock come il doppio di Bali - veniamo introdotti così al tema centrale del romanzo, riflessione avventurosa sul doppio, sul lato oscuro della propria personalità, sulla scelta continua davanti a cui si è posti, tra il bene e il male. “Presto incontrerai il tuo gemello. Stai in guardia”, dice una vecchia con la fama di strega a Rodolfo, il protagonista e io narrante di una parte del romanzo. “Tutti abbiamo un gemello al mondo. Un doppio. A volte li incontriamo, più spesso no. Tu stai per incontrare il tuo”. E ancora, “i doppi si combattono sempre. Fino alla morte”. È una predizione che Rodolfo ricorderà, quando veramente si renderà conto di aver incontrato il suo doppio e di essere circondato da almeno altre due coppie di doppi: è chiaro che qualcuno dovrà morire perché altri possano sopravvivere. Rodolfo è un italiano che ama la vita avventurosa e vive da anni all’estero, già protagonista di altri romanzi di Narciso insieme all’amico José Luis che adesso progetta di fare soldi accompagnando in barca i turisti che vogliono fare surf. Ma… fanno la conoscenza di Esther, una ragazza bellissima, pure lei italiana, pure lei amante dell’avventura e della motocicletta. E Rodolfo se ne innamora. I capitoli in cui Rodolfo racconta la vicenda si alternano ad altri in cui la narrazione è in terza persona e ne è protagonista un’altra ragazza che viene rapita nella foresta - non sa da chi, né perché, solo che il capo è un occidentale dagli occhi magnetici. La sensazione che si prova, leggendo le due vicende, è di uno sdoppiamento, come se stessimo leggendo la stessa storia con qualcosa di diverso, con sfumature di un Male che si fatica a cogliere, più un’atmosfera, una percezione. Come se l’innamoramento subitaneo della ragazza di cui non sappiamo il nome ricalchi l’attrazione tra Rodolfo e Esther, con l’aggiunta della sindrome di Stoccolma e un che di selvaggio e di primitivo.
Una ragazza prigioniera, un’altra che si dilegua, Rodolfo che si mette alla ricerca, un riscatto richiesto, un padre ricchissimo che arriva dall’Italia, false piste, accampamenti nella giungla, inganni, ammazzamenti spietati, gruppi pseudomilitari di fazioni opposte. Ma la parte più interessante del libro è lo scorcio che apre sulla situazione politica ed economica delle isole-paradiso che restano tali solo finché non arrivano gli occidentali a mo’ di cavallette, facendo balenare la possibilità di arricchirsi alle spalle degli abitanti indigeni, espropriati delle terre che si avviano verso un impoverimento da calamità naturale. Sono degli illusi idealisti quelli che cercano di fermare questo processo? E combattono veramente solo per quello? La linea tra vero e falso è sottilissima, quanto quella tra bene e male, o quella che distingue un uomo dal suo doppio, tanto da restare sempre in dubbio, fino alla fine di un romanzo in cui l’autore riesce a mescolare generi diversi, il noir ma anche l’avventura del tipo salgariano, combinando violenza e storia d’amore, esotismo e realismo politico, dialoghi molto spontanei e descrizioni brevi ed efficaci.
Le prime pagine
La donna sbucò di corsa da dietro le rocce. Avanzava con la grazia di un'antilope, a falcate ampie, le suole delle scarpette che sembravano appena sfiorare il terreno, i capelli biondi arruffati dal vento della corsa. Dalla fascia gialla che le cingeva la fronte, rivoli di sudore misto a polvere le calavano lungo le tempie e sulle guance. Gialli erano anche i pantaloncini da surf e la maglietta con il marchio Billabong sul petto. Non poteva avere più di venticinque, ventisei anni e se il posto non fosse stato del tutto deserto, avrebbe calamitato su di sé raffiche di sguardi avidi: corpo agile dalle forme armoniche, viso attraente dai tratti affilati, labbra piene e ben disegnate. Ma l'espressione tesa e gli occhi dilatati rivelavano tensione. E paura. Continuò a correre lungo il fondo sabbioso del canalone, superò un'altra curva a gomito e si fermò, di botto. Il sentiero terminava in un groviglio di arbusti bassi e cespugli spinosi. Studiò le pareti di roccia da entrambi i lati, ma erano troppo ripide per essere scalate. Imprecò a bassa voce, il cuore che le pompava nel petto. Esitò ancora un attimo, poi si buttò fra i rovi, incurante delle spine che le graffiavano le gambe tracciandole la pelle di linee rosse. Una ramo le si impigliò nella maglietta, squarciando il tessuto. Andò avanti con impeto, aprendosi un varco nell'intrico dei rami, finché non sbucò all'aperto. Il sentiero, ora quasi invisibile fra l'erba rasa, bruciata dal sole, si inerpicava lungo il rilievo. L'abbaiare dei cani risuonò in lontananza. Accelerò il ritmo e in pochi secondi superò la radura e iniziò a risalire il pendio. Raggiunse la cima della collina e il vento dal mare la investì, facendola vacillare. Si trovò sul ciglio di un precipizio di lava nera che cadeva a picco nell'oceano. Giù sotto, torri bianche di spuma assediavano il promontorio da tre lati. Oltre le onde, il blu solido del mare si estendeva all'infinito verso sud, verso l'Antartide. Si fermò, ansimando, e si premette con la mano l'addome, come se la pressione potesse lenire le fitte che le straziavano la milza. Nonostante il dolore, non poté fare a meno di apprezzare la bellezza cruda del mondo che la circondava. Si voltò a scandagliare con lo sguardo la pianura, cercando di localizzare i suoi inseguitori. Per un momento si illuse di averli seminati, finché l'occhio le si fissò su una macchia di colore in movimento lungo il canalone: erano in cinque, tre di fronte, con i cani, gli altri due di poco staccati. Stavano avvicinandosi al punto in cui si era inoltrata nella macchia di rovi. Sembravano lontani visti dall'alto, ma non si illuse: non aveva più di cinque minuti di vantaggio. Il terrore, che lo sforzo della corsa aveva contribuito a tenere lontano, tornò a farsi sentire e per un attimo si sentì sommergere. Poi reagì. Non poteva permettersi il lusso di abbandonarsi al panico. Riprese a correre verso ovest, tenendosi appena sotto il ciglio, quel tanto che bastava per celarsi alla vista dei suoi inseguitori. Qualche centinaio di metri più avanti il sentiero cominciò a scendere e lei si gettò decisa lungo il declivio, mentre una parte della sua mente continuava invano a chiedersi cosa le stesse succedendo. La giornata era cominciata d'incanto. Quando e perché le cose erano cominciate ad andare così storte? In fondo, era in vacanza, dove non rischi mai di più di un colpo di sole. O di mangiare qualcosa che non va e passare un pomeriggio in preda alla nausea, mal che vada ti ritrovi con la dissenteria, il tifo, che so, l'epatite, e se non basta, se proprio sei sfigata, ti fai beccare dalla zanzara sbagliata e te ne torni a casa con la malaria. Ma questo? Banditi in sarong, armati di mitragliette e machete, che sembravano usciti dal set di un musical indiano? Inciampò in una radice e cadde a faccia in giù, rotolando per una decina di metri. Si rialzò senza nemmeno registrare la botta al ginocchio e riprese la corsa. Il pendio della collina terminava bruscamente di fronte a una parete verticale di terra e sassi. La spiaggia era immediatamente sotto di lei, un salto di non più di tre, forse quattro metri. Si lasciò cadere nel vuoto e atterrò carponi. Si rialzò e avanzò a fatica, sulla sabbia che le cedeva sotto i piedi, le caviglie ormai indebolite dallo sforzo. Alla fine raggiunse il bordo del bosco e ritornò a correre, i talloni che colpivano con un tonfo cadenzato il tappeto d'erba rasa. Quando giudicò di essere abbastanza al riparo del tetto di foglie di cocco, si fermò. Scrutò fra il fogliame, finché riuscì a mettere a fuoco la cima della collina. Non si vedeva nessuno. Riprese ad avanzare più adagio. Una decina di minuti più tardi sbucò dal bosco e si trovò vicino al punto in cui aveva iniziato la sua passeggiata quel mattino, prima che quell’incubo le piombasse addosso. Si fermò, acquattandosi dietro un albero di tamarindo e si guardò intorno. La Suzuki era ancora dove l'aveva lasciata. Si avvicinò lentamente. Nulla si mosse fra il suono delle cicale nella radura. Abbassò la maniglia e aprì la portiera. Fece per sedersi al posto di guida ma prima che riuscisse a fare un altro movimento una mano le afferrò la spalla. Cercò di voltarsi ma qualcuno le gettò un sarong sul volto. Altre mani le si strinsero alle caviglie e sotto le ascelle e si sentì sollevare da terra in un unico movimento. Venne trascinata via fra urla soffocate.
© 2006, Dario Flaccovio
Narciso Giancarlo - Incontro a Daunanda 367 pag., 14,50 € - Edizioni Flaccovio Dario 2006 ISBN 9788877586827
| 10 gennaio 2007 | | Di Marilia Piccone |
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