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HOME | domenica 27 maggio 2012 |
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| Titolo |
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Babilonia. All'origine del mito |
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| Autore |
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Brusasco Paolo |
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| Dati |
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306 p., ill., brossura |
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| Prezzo |
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€ 26,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 22,10 |
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| Editore |
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Cortina Raffaello |
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| Collana |
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Scienza e idee |
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| EAN |
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9788860304414 |
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Paolo Brusasco - Babilonia. All'origine del mito - Cortina Tanto forte è ancora oggi la valenza simbolica della Torre di Babele, sinonimo di confusione delle lingue e di follia umana, da rendere la sua identificazione storico-archeologica, il suo radicarsi in un determinato contesto culturale, del tutto irrilevante. Malgrado ciò, mai come in questa istanza, la leggenda si è sedimentata nella realtà.
“Babilonia era una coppa d’oro in mano al signore, con la quale egli inebriava tutta la terra”. Così diceva Geremia, a proposito della città dei giardini pensili, del palazzo di Nabucodonosor, della torre all’ombra della quale si parlavano tutte le lingue del mondo. Ma, già all’epoca, il profeta si sentiva in dovere di precisare che al glorioso passato della città degli dèi non corrispondeva un presente altrettanto fulgido, visto che “… all’improvviso Babilonia è caduta”. Cos’era successo? Perché, e quando, quel formidabile laboratorio di civiltà si era trasformato in un sinonimo universale di peccato e confusione? Dev’esser stata una caduta ben brusca, quella di Babilonia, se la sua eco si è propagata fino ai giorni nostri, e il solo evocare quel nome disgraziato ci fa pensare non già ad una culla di civiltà, quanto ad un ricettacolo di perfidie assortite. Paolo Brusasco, archeologo di vaglia e storico dell’arte del Vicino Oriente, aggiunge un mattone importante all'indagine sopra un edificio culturale antico più di quattromila anni e gravato da molti pregiudizi, per provare a ristabilire un po' di verita, o almeno concedere il beneficio del dubbio ad una città (con tutto ciò che nel corso della sua storia millenaria ha contenuto) che ha una densità mitica impareggiabile, pur essendo un luogo reale quant’altri mai. Per dire: chi, trovandosi a Baghdad, imboccasse la grande autostrada che porta a sud costeggiando l’Eufrate, dopo un’oretta circa di marcia si troverebbe di fronte a quel che resta della città degli Dei: un parco di divertimenti costruito a ridosso delle mura della città (una delle sette meraviglie del mondo antico), un hotel ricavato nelle stanze di quello che fu un palazzo di Saddam Hussein (con la possibilità per le giovani coppie irachene più facoltose di passare una luna di miele con vista sulle rovine), la statua mutilata di un leone scolpito nella pietra seicento anni prima di Cristo, a perenne memento delle vittorie e delle conquiste ottenute in ogni ambito del sapere umano dai babilonesi, e oggi deturpato dai proiettili esplosi durante la guerra del 2003. Riuscire a vedere al di là di un'attualità deprimente e misera, cercando di leggere nelle rovine e nei documenti disponibili cosa dev’essere stata davvero Babilonia nei suoi duemila anni di splendore, non è impresa facile. Brusasco, però, conosce molto bene l’oggetto dei suoi studi, avendo frequentato Babilonia sin dalla fine degli anni Ottanta nel corso di approfonditi e ripetuti sopralluoghi, ed è questa dimestichezza che gli permette di tastare il polso alla situazione attuale, e redigere una diagnosi severa: Babilonia è ridotta malissimo. Prima di intonare un de profundis per la condizione in cui versano queste vestigia importanti, che sono state disneyficate e saccheggiate, l'autore trova però il modo di passare in rassegna alcuni dei temi che hanno reso persistente nell'immaginario moderno la eco di questa New York del mondo antico, autentica fucina di esperimenti culturali, scientifici, artistici. Babilonia fu il nucleo pulsante di una civiltà che - a più riprese - riunì sotto la sua egida paesi lontani, nel segno dell'opera potente di sovrani la cui aura mitica è sopravissuta al tempo e ne è anzi risultata accresciuta. Hammurabi e Nabucodonosor II, per citare i più noti fra i molti regnanti che si sono avvicendati alla guida della città e del suo impero, furono promotori di un rinascimento lungo più di un millennio - quello a cavallo fra il millesettecento e il quattrocento avanti Cristo - nel corso del quale fra le porte degli dèi (l'etimo del nome stesso della città significa questo) successe veramente di tutto. Babilonia, porta aperta agli influssi che arrivavano da oriente per muovere verso il Mediterraneo, assorbì elementi culturali di grandissima eterogeneità, che ne avrebbero decretato l'espansione e le conquiste intellettuali e tecnico-scientifiche (algebra, aritmetica e geometria, ad esempio), ma avrebbero anche posto le condizioni per la durissima riprovazione morale e la condanna che colpirono la città in seguito. La prostituzione sacra, ad esempio, celebrata una volta all'anno da "tutte le donne e le ragazze" nel tempio di Venere, faticava a trovare piena comprensione persino nell'iperilluminista Voltaire ancora agli albori del diciannovesimo secolo. Naturalmente il peccato originale di Babele, quello dal quale nessun lavacro o abluzione sacra è riuscito a mondarla, è stato il gramelot parlato all'ombra della torre (che oggi gli studiosi sono propensi a identificare nei resti di una ziqqurat alta forse novanta metri). Quel formidabile esperanto ante litteram, autentico precipitato di inaudite mescole linguistiche e culturali, sembrerebbe troppo avanti sui tempi perfino a molti contemporanei, e probabilmente per condannarlo si farebbe ricorso anche oggi alla categoria dell'impuro, non a caso l'accusa mossa più frequentemente alla civiltà straordinaria che a Babele trovò casa. Ma se dietro la condanna ci fosse una questione di incomprensione fra diversi monoteismi? Se la caduta morale di Babilonia (ché quella storica, in realtà, non avvenne se non ad opera del tempo) fosse in realtà l'esito di un rapporto di odio e amore fra culti diversi? Già, perché a Babilonia si celebrava il culto di Marduk, dio che avrebbe - per così dire - potuto metabolizzare in sé anche lo Yawhe dei giudei che nel 587 a.c. furono tradotti in esilio nella cosiddetta cattività babilonese. Le cose seguirono poi il corso della Storia, e come mette abilmente in rilievo Giulio Giorello nella sua intelligente prefazione al volume, la maledizione dovuta al "duro monoteismo del "Dio geloso" infine ha prevalso", finendo per informare di sé le scritture dei libri profetici che sarebbero confluiti nel vecchio testamento. Marduk divenne incarnazione del male, e la città che ne celebrò il culto divenne dannata per sempre: la Babilonia di cui ancora oggi si dice un gran male. Sic transit gloria mundi: e l'orgoglio della più incivilta delle città (è sempre Voltaire) si trasforma in un paradigma di disgrazia solo perché a tramandarne la storia sono gli uffici stampa della concorrenza, gelosi di una simile storia di successi. In questo senso il libro di Brusasco si rivela un'anatema contro i fondamentalismi, condannando la visione a senso unico di una civiltà che fu davvero degna di tale nome, e con la quale siamo molto più in debito di quanto non siamo soliti pensare. Il libro, insomma, ci offre una panoramica di grande fascino su di una storia eccezionale, come eccezionali sono le vicende che ad essa in molti modi si sono intrecciate nel corso del tempo. Ripercorrere la storia di Babilonia e del mito che ha pervicacemente nutrito significa anche imparare qualcosa sulle culture che a quella stessa fonte si sono abbeverate, attingendo all’ideale apollineo di bellezza rappresentato dai giardini pensili e finendo poi per condannare il sincretismo di culture e religioni che in quel luogo incantato trovavano asilo. Una lezione fortissima e attuale. Un libro importante.
Paolo Brusasco – Babilonia. All'origine del mito 306 pag., 26 euro – Cortina editore ISBN 9788860304414
L'autore
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