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RECENSIONE

John Grisham

Innocente

Una storia vera

“Passarono le ore e alle quattro e mezzo arrivò la notizia che la giuria era pervenuta a un verdetto. L’aula si riempì rapidamente, il giudice Jones prese posto e raccomandò calma e silenzio a tutti i presenti. Annette e Renee si tennero per mano e pregarono.
Anche i Carter, dall’altra parte della sala, si tenevano per mano e pregavano. Il loro strazio stava per finire.
Alle 16.40 il portavoce della giuria consegnò all’assistente del giudice il verdetto, che lo sbirciò e lo passò a Jones. Il giudice lo lesse ad alta voce: Ron Williamson era stato dichiarato colpevole di tutti i reati ascrittigli.”


Quando si parla di Grisham il pensiero corre immediatamente ai suoi avvincenti legal thriller, genere di cui è praticamente l’inventore, e sicuramente il massimo rappresentante.
Questi riferimenti però non sono corretti per quanto riguarda il suo ultimo libro: certamente si parla di omicidi, certamente c’è un uomo ritenuto  colpevole e condannato a morte, certamente c’è una vera e propria inchiesta, ma la differenza sostanziale è che qui è tutto vero, nulla è fiction.


Ron Williamson è un condannato a morte che si trova a un passo dall’esecuzione.
L’omicidio di cui è stato ritenuto colpevole è davvero odioso: una giovane donna, Debbie Carter è stata trovata morta sul pavimento di casa da un’amica, sul suo corpo nudo e coperto di sangue qualcuno ha scritto parole incomprensibili.
Nella tranquilla cittadina il delitto sconvolge non solo gli abitanti, ma la stessa polizia che per cinque anni brancola nel buio.

Infine viene trovato un colpevole: è Ron Williamson, un ragazzo con problemi psichici, un giovane che per un incidente aveva dovuto interrompere una promettente carriera di giocatore di baseball, e che non aveva saputo tenersi più né un lavoro stabile né una rete di relazioni amicali. Anzi i suoi comportamenti asociali, i suoi precedenti per piccoli reati, l’alcolismo e l’aggressività avevano allontanato da lui anche la sorella: quel ragazzo doveva essere curato, invece fu condannato per un omicidio mai commesso.
Proprio questa condizione di emarginazione gli aveva infatti impedito di difendersi in modo adeguato e la sua condanna a morte appare subito inevitabile, nonostante si fosse sempre professato innocente.
Grisham venuto a conoscenza di questo caso, quando ormai l’esecuzione è imminente, si dedica con passione (e competenza) a studiare il caso: il libro è frutto di questa indagine appassionata e che mette in discussione l’intero impianto del sistema legale americano. Anche perché quello di Ron Williamson non è l’unico caso di abuso presentato: la violenza  degli interrogatori, la necessità di trovare sempre e comunque un colpevole sono descritti con crudezza e rabbia dallo scrittore americano che sottolinea anche come certi metodi siano profondamente lontani dalla Costituzione degli Stati Uniti. Quando dopo tanti anni degli esami del DNA di alcuni peli trovati sul luogo del delitto scagionano Ron, così come era già avvenuto per l’esame del liquido seminale, non ci sono scuse da parte dell’accusa, nessun risarcimento per gli anni ingiustamente passati in carcere, ma la vita di un innocente era stata salvata anche se la serenità non sarebbe stata mai più recuperata. Il carcere, il bere, gli psicofarmaci: Ron si ammalò e, cinque anni dopo essere uscito dal carcere, anni tormentati e difficili, morì.

In questo periodo che vede l’Italia impegnata per far bandire dall’Onu la pena di morte in tutto il mondo, questo Innocente, è una testimonianza importante che giunge proprio dagli Stati Uniti paese in cui è ancora in vigore questa inutile, crudele e primitiva forma di vendetta sociale.

Traduzione di Annamaria Biavasco


Le prime pagine

1.

Le dodici colline del Sudest dell’Oklahoma, da Norman fino al confine con l’Arkansas, un tempo erano ricche di petrolio. La campagna è punteggiata di vecchi impianti di trivellazione. I pochi ancora in funzione tirano su a fatica quantità così esigue di greggio che passandoci vicino è inevitabile chiedersi se ne valga la pena; molti sono dimessi, strutture di metallo corrose fra il verde a ricordare tempi più prosperi. Intorno a Ada, una cittadina di sedicimila abitanti con un college e un tribunale di contea, gli impianti sono fermi ormai da tempo, perché i pozzi sono esauriti. Ormai a Ada l’economia ruota intorno alle fabbriche di mangimi e alle coltivazioni di pecan.
Il centro della città è vivo. Non ci sono palazzi abbandonati o botteghe chiuse da assi di legno: i commercianti sopravvivono, benché la maggior parte dei negozi si sia trasferita in periferia, e all’ora di pranzo bar e ristoranti sono pieni.
Il palazzo di giustizia è piccolo, vecchio e sempre pieno di gente. Vicino, ci sono uffici amministrativi, diversi studi legali e il carcere, un bunker privo di finestre, occupato prevalentemente da spacciatori e tossicomani.
In fondo alla via principale della città, Main Street, c’è il campus della East Central University, che ha quattromila iscritti, molti dei quali vanno e vengono dalle città vicine. L’università rende la cittadina più vitale, attira molti giovani e dà un tocco di multiculturalismo al Sudest dell’Oklahoma.
Il quotidiano locale si chiama “Ada Evening News”, copre tutta la regione e cerca di competere con “The Oklahoman”, la principale testata. In genere la prima pagina tratta notizie nazionali e internazionali, e all’interno ci sono fatti di cronaca statale e locale, politica, sport e necrologi.
Gli abitanti di Ada e della contea di Pontotoc sono un gradevole mix fra meridionali di provincia e occidentali indipendenti. Il loro accento non è molto diverso da quello del Texas orientale o dell’Arkansas, con e vocali allungate. È la terra dei Chickasaw. Nell’Oklahoma ci sono più nativi americani che in qualsiasi altro Stato del Nordamerica e quasi tutti i bianchi hanno un po’ di sangue pellerossa. Un tempo se ne vergognavano, adesso ne vanno fieri.
Ada è compresa nella cosiddetta Bible Belt, e vanta cinquanta chiese e una ventina di confessioni cristiane diverse. Ci sono anche una chiesa cattolica e una episcopale, ma niente templi né sinagoghe. La maggioranza della popolazione è o si dichiara cristiana, in genere appartiene a una congregazione specifica, è attivamente praticante e non si limita ad andare in chiesa la domenica. Lo status sociale è spesso determinato dall’affiliazione religiosa.
Con i suoi sedicimila abitanti, Ada è considerata una città grande nell’Oklahoma rurale e ha parecchi stabilimenti industriali e centri commerciali che attirano gente dalle contee vicine. Si trova circa centotrenta chilometri a sud di Oklahoma City e tre ore a nord di Dallas. Tutti conoscono qualcuno che lavora o che abita in Texas. 
Il suo vanto principale sono i cavalli da corsa. Alcuni dei più grandi campioni vengono infatti da allevatori locali. E quando gli Ada High Courgars vincono il campionato statale di football, la città festeggia per anni.
La gente è cordiale, tutti si parlano, sono cortesi con gli sconosciuti e sempre pronti a dare una mano a chi ne ha bisogno. I bambini giocano nei giardini davanti a casa, di giorno la gente lascia la porta aperta e la notte i ragazzi fanno le loro solite bravate, ma senza mai causare grossi problemi.
Se non fosse stata teatro di due omicidi all’inizio degli anni Ottanta, Ada sarebbe rimasta sconosciuta al mondo. E la gente della contea di Pontotoc sarebbe stata più contenta.
Come obbedendo a una legge non scritta, la maggior parte dei night e dei locali malfamati di Ada erano in periferia, relegati ai margini in maniera tale da tenere la marmaglia lontana dalla brava gente. Il Coachlight, una baracca di metallo male illuminata, con birra scadente, jukebox, pista da ballo e musica dal vivo il weekend, era fra questi. Nel suo ampio parcheggio di ghiaia si contavano sempre molti più pick-up che berline. Era frequentato perlopiù da operai che si fermavano per un bicchiere dopo il turno in fabbrica o da ragazzi di campagna in cerca di divertimento, specie quando c’era la musica dal vivo o si ballava. Vi si esibivano anche Vince Gill e Randy Travis, agli inizi della loro carriera. 
Era un locale popolare e sempre pieno, con parecchio personale fra baristi, buttafuori e cameriere. Una di queste si chiamava Debbie Carter, aveva ventun anni, era nata e cresciuta lì, si era diplomata alla Ada High School e viveva da sola. Faceva altri due lavoretti part-time e ogni tanto faceva anche la baby-sitter. Aveva la macchina e abitava in un appartamento di tre locali sopra un garage in Eighth Street, vicino alla East Central University. Era graziosa, bruna, snella, con un bel fisico scattante, piaceva ai ragazzi ed era molto indipendente. 
Sua madre, Peggy Stillwell, era preoccupata del fatto che la madre passasse tanto tempo al Coachlight e in altri locali del genere. L’aveva educata a solidi principi cristiani e avrebbe preferito che facesse una vita diversa. Invece, dopo il liceo Debbie aveva cominciato a uscire sempre la sera e tornare tardi. Sua madre protestava e spesso bisticciavano. Così Debbie si era cercata casa ed era andata a vivere da sola. Voleva la propria indipendenza, ma era comunque molto affezionata alla madre. 
La sera del 7 dicembre 1982, Debbie era di turno al Coachlight. Serviva ai tavoli, ma c’era poco lavoro e lei era impaziente; a un certo punto chiese al suo capo se poteva smontare prima, visto che erano arrivati dei suoi amici. Lui acconsentì e Debbie andò a sedersi al tavolo con Gina Vietta, che conosceva dai tempi del liceo, e altra gente. A un certo punto un ex compagno di scuola, Glen Gore, la invitò a ballare. Debbie accettò, ma prima che il pezzo finisse si allontanò arrabbiata. In seguito, nella toilette, disse che si sarebbe sentita più sicura se una delle sue amiche fosse andata a dormire da lei, senza però specificare perché.         

Grisham John - Innocente. Una storia vera
332 pag., 18,60 € - Edizioni Mondadori 2006 (Omnibus)
ISBN 9788804559948


L'autore



10 gennaio 2007 Di Grazia Casagrande


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