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RECENSIONE

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Titolo Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco
Autore Bocca Giorgio
Dati 147 p., brossura
Prezzo € 14,00
Prezzo IBS € 11,90
Editore Feltrinelli
Collana Serie bianca
EAN 9788807171253
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Giorgio Bocca

Le mie montagne

Gli anni della neve e del fuoco

"Se non sei un pastore che si è alzato quel mattino all'alba, se non sei un partigiano che deve raggiungere una banda con cinque o sei ore di marcia non lo vedi, perché il miracolo della fioritura dei ranuncoli avviene in pochi minuti ai rpimi raggi del sole, quei calici bianchi o gialli o rosa si aprono tutti assieme nelgiro di pochi minuti, tutti devono mostrare la loro bellezza al buon Dio negli stessi prati, alla setssa ora.
Se non lo avessi visto con i miei occhi non ci crederei, ma ero tornato nella nostra baita la sera prima e c'erano solo alcune margheritine e bucaneve, il verde dei prati dominava e ora, all'alba, una sterminata aiuola, un enorme giardino che non dimenticherò mai, anche perché all'alba adessodormo."


Per chi ha vissuto da protagonista gli anni della Seconda guerra mondiale la montagna ha significato combattimenti, resistenza partigiana, fatica, dolore, freddo. Sono stati gli anni della neve e del fuoco, come racconta Giorgio Bocca.
Sono rimasti in pochi ormai a raccontare quei momenti e quelle montagne, rifugio ma al tempo stesso luoghi in cui la morte era sempre in agguato.
Proprio da allora parte il racconto di Bocca, che aprendo con una veloce introduzione storica generale, arriva alla guerra sulle Alpi, tra la Valle d'Aosta e la Val Roya. E poi lentamente scivola verso l'amata Cuneo, in alto verso Demonte, Boves, o Borgo San Dalmazzo: "sono contadini anche quelli della montagna fra cui vive la ribellione. Spettatori di rpima fila, spesso coinvolti. Sanno poco dei motivi politici della ribellione e scoltano senza convinzione le promesse dei partigiani: avrete una casa nuova, avrete la luce, la strada. Ascoltano e tacciono: conoscono la storia, nella montagna quasi niente è cambiato, di case e di strade se ne sono viste poche. Non è il calcolo che decide a favore della ribellione, ma l'istinto, le memorie".

Rivivono nelle sue pagine personaggi sconosciuti di una guerra importante: Duccio, Detto, Livio, Nanni... e protagonisti celebri come Enrico Mattei ("grande capo partigiano") o che magari di guerre non ne hanno combattute ma che Bocca ricorda con rispetto, come Luigi Einaudi.


Mario Rigoni Stern parla della guerra sulle Alpi orientali, Giorgio Bocca racconta quella nelle regioni più occidentali della penisola, al confine con la Francia.
E parla del suo amatissimo Monte Bianco, della Courmayeur in cui ha a lungo vissuto, del vino di Langa, dello sci pionieristico, di una grande aquila, di un branco enorme di stambecchi in fuga e della fioritura dei ranuncoli... per chiudere con un capitolo finale sull'Italia a misura d'uomo.
È un libro di memorie e di montagna, ma è anche un libro politico, di denuncia e di coraggiosa presa di posizione. Non è provocazione è sincerità, analisi obiettiva, se volete punto di vista personale, che è comunque tutt'altra cosa. Il coraggio delle opinioni, come quello espresso da Bartolo Mascarello, un grande produttore di barolo recentemente scomparso, che era stato denunciato, come lo stesso Bocca ricorda in un capitolo del libro, per offesa al capo del governo: in una delle sue etichette aveva scritto "no barriques (per una vecchia polemica con i nuovi produttori più attenti al denaro che alla qualità), no Berlusconi". La denuncia non ha avuto seguito: "anche Berlusconi - scrive Bocca - beve il barolo di Macsarello".


Chiudiamo con la frase finale dell'Introduzione che spiega, meglio di qualsiasi altra parola, lo spirito di questo libro.
"Come Dino Buzzati potrei scrivere che 'tutte le mattine della vita, alzandomi dal letto e affacciandomi alla finestra della mia camera, ho visto una cerchia di monti. I monti della mia esistenza, stampati non solo nella memoria ma nel profondo delle coscienza, da quei monti strettamente condizionato'. Su quei monti ho conosciuto le guerre della mia vita, la fascista e la partigiana, i miei nemici e i miei maestri, fra cui ritorno in queste pagine".


Le prime pagine

Non è più tempo di cirioleggiare

Ho visto Mussolini dal vero tre giorni prima della dichiarazione di guerra. Eravamo a Roma per la consegna della M d'oro, la spilla data ai vincitori dei Littoriali invernali, e noi del Guf Torino avevamo vinto la staffetta di fondo a Madonna di Campiglio. Si era nel giugno del 1940, ma a Roma faceva un caldo africano, almeno così pareva a noi costretti a girare per la città in divisa fascista, sahariana nera e stivaloni. Ci avevano sistemati in una pensione che dava sulle terme di Caracalla vicino all'Esedra, in un palazzo che aveva il colore del mattone antico. C'era una padrona in sottoveste nera sciabattante e al nostro piano una cameriera ciociara con un viso contadino rugoso. Prima di andare dal Duce a Palazzo Venezia, pranzammo in pizzeria e ci facemmo qualche litro di frascati, vino traditore che va giù come l'acqua ma ti taglia le gambe. C'eravamo avviati cantando e fischiettando quando una signora anziana in abito nero chiuso al collo alzò severa un suo bastoncino e disse: "Giovanotti, un po' di rispetto, siete nella capitale d'Italia". Con me c'erano due valdostani, e il valtellinese Radaelli che aveva un'osteria a Ponte e ogni mattina stava per ore con il binocolo a seguire i movimenti dei camosci sui pascoli alti di Michelini, camosci che cacciava di sfroso per ricavarne un sugo buonissimo. Al fatto che Roma fosse la capitale d'Italia o di Mussolini o del papa non ci avevamo proprio pensato, troppo complicato per dei provinciali montanari.
A Palazzo Venezia c'erano anche quelli del "Lambello", il giornaletto del Guf Torino che conoscevo. Mi dissero che erano stati ricevuti dal Duce quel mattino e che il Duce aveva fatto loro un discorso poco chiaro ma preoccupante: "Camerati, non è più il tempo di cirioleggiare". Usciti dall'udienza avevano cercato su un vocabolario cosa volesse dire "cirioleggiare", ma sul vocabolario non c'era. Solo più tardi qualcuno avrebbe spiegato loro quella stramba erudizione del Duce autodidatta. Voleva dire: non è più il tempo di esitare, di cercare scuse. Per che cosa se non per evitare la guerra?
Il Duce quel pomeriggio aveva altro da fare che la consegna delle M d'oro; arrivò nella sala in cui eravamo stipati, passò rapido fra noi inneggianti e lasciò ad altri il compito di distribuire i distintivi. C'era un treno per il Nord l'indomani presto. Arrivai a Cuneo in tempo per l'adunata straordinaria davanti al Palazzo Littorio. La folla era taciturna, il camerata Dardanello forse si era già pentito di aver scritto per "la Sentinella delle Alpi" un articolo dal titolo Duce slegateci le mani. Il Duce ce le slegava, ci diceva che la dichiarazione di guerra era già stata consegnata agli ambasciatori inglese e francese. Io mi sentii gelare, un pensiero rapido come uno spasimo m'inchiodò al muro cui stavo appoggiato, della casa di via xx settembre della mia infanzia, una coincidenza che aumentò il triste presagio: questa volta ci lascio le penne. In verità lo sapevamo da anni che sarebbe finita così, che il "testone" non avrebbe rinunciato alla tentazione di giocare d'azzardo, uno degli azzardi che gli erano riusciti nel Ventennio. E da mesi sapevamo che potevamo perderci la dolcissima vita; lo sapevamo dai grandi richiami del 1938.

© 2006, Giangiacomo Feltrinelli Editore

Bocca Giorgio - Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco
147 pag., 14,00 € - Edizioni Feltrinelli 2006 (Serie Bianca)
ISBN 9788807171253


L'autore



05 gennaio 2007 Di Giulia Mozzato


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