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HOME | domenica 12 febbraio 2012 |
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| Titolo |
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La signora in verde |
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| Autore |
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Indridason Arnaldur |
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| Dati |
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271 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 14,50 |
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| Prezzo IBS |
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€ 14,50 |
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| Editore |
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Guanda |
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| Collana |
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Narratori della Fenice |
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| EAN |
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9788882468903 |
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Arnaldur Indridason
La signora in verde “Mi pare che stessimo parlando delle violenze domestiche.” “Una definizione accettabile per un assassino dell’anima. Parole innocue per chi non sa cosa ci sta dietro. Lo sa cosa vuol dire convivere con un terrore costante per tutta la vita?”
Il più famoso poliziotto letterario islandese è un tipo depresso di nome Erlendur, che ha l’ossessione di non lasciare casi insoluti, perseguitato com’è dal senso di colpa per aver smarrito il fratellino durante una tormenta. Proprio le tragedie familiari, più crudeli perché nascoste e perché le conseguenze si trascinano per la vita intera, sono sempre al centro dei romanzi di Arnaldur Indridason, quarantacinquenne giornalista e sceneggiatore di Reykjavik. In Islanda i romanzi con le inchieste dell’ispettore Erlendur per ora sono otto; da noi La signora in verde è il secondo a uscire, dopo Sotto la città. Di romanzo in romanzo la figura del protagonista acquista spessore e profondità, con maggiori ragguagli sulla sua vicenda personale: ha fatto un matrimonio sbagliato, ha divorziato da una moglie invelenita che non gli ha più permesso di vedere il figlio e la figlia, i quali, diventati adulti, gli addebitano il peso delle loro vite travagliate. In questo romanzo la figlia tossicodipendente finisce in coma e, passare del tempo accanto al letto di lei per parlarle, sarà terapeutico anche per Erlendur. Le vicende personali del commissario s’intrecciano con quelle professionali: tanto nella vita privata è riservato, sbrigativo, incapace di mostrare sentimenti, tanto nelle sue indagini è minuzioso, abile a far parlare la gente, disposto a scavare nel passato remoto pur di arrivare alla verità. E la soluzione finisce per mettere in evidenza quello che gli è più difficile accettare: la matrice dei crimini è una situazione familiare problematica. In “La signora in verde”, il ritrovamento casuale di uno scheletro dopo mezzo secolo, porta alla luce anche una truce storia di violenze domestiche. L’Islanda di Indridason è squallida e cupa. Reykjavik è una città cresciuta disordinatamente, non preparata alla brusca industrializzazione che ha travolto i ritmi di vita contadini, il legame con la natura, che sembra assente. A simboleggiare questo distacco dagli antichi valori e tradizioni, un’antica bordura di ribes riappare nei racconti dei testimoni, aprendo la strada alla verità.
Le prime pagine
Appena prese l'osso dalle mani della bimba, che era seduta per terra e lo masticava, si accorse che era umano. La festa di compleanno era giunta al culmine e il chiasso si era fatto insopportabile. Il ragazzo delle consegne a domicilio era arrivato con le pizze e se n'era andato, i bambini si erano ingozzati e avevano bevuto bibite gasate senza mai smettere di urlare. Poi si erano alzati da tavola tutti insieme, come in risposta a un segnale convenuto, ed erano corsi via di nuovo, alcuni armati di pistole e mitragliette giocattolo, i più piccoli con macchinine o dinosauri di plastica. Non riusciva a capire a cosa giocassero. Per lui erano solo strepiti; una gran confusione, insomma. La madre del festeggiato era impegnata a preparare i pop-corn nel forno a microonde. Gli disse che per calmare un po' i ragazzi voleva provare ad accendere la televisione e infilare una cassetta nel videoregistratore. Se non avesse funzionato, li avrebbe spediti fuori. Era la terza volta che festeggiava l'ottavo compleanno di suo figlio e aveva i nervi a fior di pelle. Tre feste di compleanno una dietro l'altra! Prima erano andati a mangiare fuori con tutta la famiglia in un locale carissimo dove suonavano musica rock da spaccare i timpani. Poi c'era stata la festa con parenti e amici, un ricevimento degno di una prima comunione. Quel giorno, invece, il bambino aveva invitato i compagni di scuola e gli amichetti del quartiere. La donna aprì il forno a microonde, estrasse il sacchetto gonfio di popcorn, ce ne infilò un altro e pensò che in futuro avrebbe semplificato le cose. Una festa sola e basta. Come quando era piccola lei. Quel giovanotto sul divano, muto come una tomba, non l'aiutava di certo. Aveva cercato di chiacchierare, ma poi ci aveva rinunciato e, anzi, trovava stressante averlo nella stessa stanza. Parlare con lui era impensabile; il fracasso dei bambini era tale che alla fine aveva desistito. Non si era nemmeno offerto di aiutarla. Si limitava a stare seduto e a fissare un punto davanti a sé senza dire una parola. La timidezza lo uccide, pensò la donna. Non l'aveva mai visto prima. Doveva avere circa venticinque anni, il fratellino era stato invitato alla festa da suo figlio. I due avranno avuto quasi vent'anni di differenza. Era molto magro; sulla porta le aveva stretto la mano con le dita lunghe e il palmo umido e reticente. Era venuto a prendere il fratello, ma il piccolo non ne voleva sapere di tornare a casa perché la festa era in pieno svolgimento. Così aveva deciso di entrare un attimo. Finirà presto, gli aveva detto lei. I suoi genitori abitavano nel condominio in fondo alla strada, ma erano all'estero, quindi nel frattempo doveva badare lui al fratellino; normalmente abitava in affitto in centro, le spiegò. Esitava imbarazzato sulla soglia. Il bambino, intanto, si era lanciato di nuovo nella mischia. Adesso stava seduto sul divano e guardava la sorellina del festeggiato, una bimba di un anno, che gattonava sul pavimento davanti alla loro stanzetta; era vestita di bianco, con un fiocco in testa, e di tanto in tanto emetteva dei gridolini, come se stesse parlando da sola. Maledisse mentalmente suo fratello. Non era a suo agio seduto in quella casa sconosciuta. Si chiese se doveva offrirsi di dare una mano. La donna gli aveva detto che suo marito avrebbe lavorato fino a tardi. Lui aveva annuito, cercando di sorridere. Quando lei gli propose Coca-Cola e pizza, declinò l'offerta. Notò che la bambina era seduta e teneva stretto una specie di giocattolo che mordicchiava sbavando copiosamente. Sembrava che avesse le gengive irritate, forse stava mettendo i denti, pensò. Andò verso di lui a gattoni con quell'affare in mano e il giovane si chiese cosa fosse. La piccola si fermò, si girò a sedere sul pannolino e lo guardò a bocca aperta. Un filo di saliva le scendeva sul bavaglio. Si infilò il giocattolo in bocca, fra le gengive sdentate, e gattonò di nuovo verso di lui. Poi cominciò a piangere, così il giocattolo le cadde di bocca; lo ritrovò con una certa difficoltà, raggiunse il giovane, si aggrappò al bracciolo del divano e rimase in piedi accanto a lui, traballante ma determinata. Lui le prese il giocattolo e lo osservò. La bambina lo guardò confusa e si mise a strillare con tutte le sue forze. Non ci mise molto a capire che stava tenendo in mano un osso umano, lungo dieci centimetri; una cestola, quindi. Nel punto in cui si era rotto era biancastro e consunto, le estremità non erano più aguzze e dentro la frattura si vedevano piccole chiazze brune, come di terra. Sospettò che fosse parte di una cestola e si rese conto che doveva avere parecchi anni. La madre sentì la bimba strillare, diede un'occhiata in soggiorno e la vide in piedi accanto al divano e al giovane sconosciuto. Posò la ciotola dei popcorn e le si avvicinò, la prese in braccio e guardò il ragazzo che non pareva prestare attenzione né a lei né alla figlia in lacrime. «Cos'è successo?» chiese la donna preoccupata, cercando di consolare la piccola. Parlava a voce alta per farsi sentire, visto il baccano che facevano i bambini. Il ragazzo le guardò, poi si alzò e le porse l'osso. «Dove l'ha trovato?» le chiese. «Cosa?» rispose lei. «L'osso. Dove ha trovato quest'osso?» «Quale osso?» gli domandò la donna. Quando la bimba vide di nuovo il suo giocattolo, smise di piangere e cercò di afferrarlo, incrociando gli occhi per lo sforzo di concentrazione, un copioso filo di saliva che le gocciolava dalla bocca aperta. Prese l'osso, se lo avvicinò al viso e lo guardò, tenendolo fra le manine. «Credo sia un osso umano» disse il giovane. La bambina se lo infilò in bocca e si tranquillizzò di nuovo. «Che stai dicendo? Quale osso?» chiese la madre. «Quello che sta mordendo adesso la bambina» rispose lui. «Credo che sia un osso umano.» La madre guardò sua figlia che biascicava l'osso. «Non l'ho mai visto prima. Che vuoi dire, un osso umano?» «Credo sia un pezzo di cestola» le spiegò lui. «Studio medicina» aggiunse, come per giustificarsi, «sono al quinto anno.» «Una cestola? Che stupidaggine. L'hai portata tu?» «Io? No. Non sa da dove viene?» le chiese. La madre osservò sua figlia e poi all'improvviso afferrò l'osso, glielo strappò dalla bocca e lo gettò per terra. La bimba ricominciò a piangere. Il giovane lo raccolse per osservarlo meglio. «Magari suo figlio lo sa...» Guardò la donna che a sua volta guardò lui con un'espressione incredula. La madre si accorse che la bambina piangeva forte. Osservò l'osso e si voltò verso la finestra del soggiorno, da cui si vedevano le case in costruzione nei dintorni, si concentrò di nuovo sull'osso e infine vide arrivare di corsa suo figlio dalla stanza dei bambini. «Tóti!» lo chiamò, ma lui non le diede ascolto. Allora si fece largo tra la folla di invitati e lo trascinò di fronte allo studente di medicina, benché con qualche difficoltà. «È tuo?» gli chiese, mentre il giovane gli porgeva l'osso. «L'ho trovato» rispose Tóti, che non voleva perdersi nemmeno un attimo della sua festa di compleanno. «Dove?» gli domandò la madre, e depose a terra la bambina, che la fissò, incerta se ricominciare a piagnucolare o meno. «Fuori» disse il bambino. «È un bel sasso. L'ho lavato.» Aveva il fiatone. Una goccia di sudore gli scendeva lungo la guancia. «Fuori dove?» gli chiese la mamma. «Quando? Che stavi facendo?» Tóti la guardò. Non riusciva a capire se l'aveva combinata grossa, ma dall'espressione della madre pareva proprio di sì e si domandò cosa potesse aver fatto. «Ieri, credo» rispose. «Nelle fondamenta di quella casa là. C'è qualcosa che non va?» La mamma e il giovane sconosciuto si guardarono negli occhi. «Potresti indicarmi esattamente dove l'hai trovato?» gli chiese la donna. «Dai, c'è la festa» controbattè lui. «Andiamo» insistè la madre. «Facci vedere.» Prese in braccio la bambina e spinse il figlio fuori dal soggiorno, verso la porta d'ingresso. Il giovane studente li seguiva a breve distanza. Quando il festeggiato era stato portato via, tra gli altri piccoli invitati era sceso il silenzio e si erano messi tutti a guardare quella signora che spingeva Tóti davanti a sé con un'espressione severa e la sorellina in braccio. Si guardarono tra loro e poi si avviarono dietro al corteo. Era un quartiere edificato di recente, vicino al lago Reynisvatn. Il cosiddetto «Quartiere del Millennio». Era stato costruito sui pendii della collina di Grafarholt, sulla cui sommità troneggiavano i mostruosi serbatoi d'acqua marroni della centrale geotermica, la Òrkuveita Reykjavìkur, una specie di cittadella fortificata che sovrastava i sobborghi della periferia. Su entrambi i lati dei serbatoi passava una strada, lungo la quale in pochi anni era sorta una casa dopo l'altra; qualcuna aveva il giardino, una scorta di torba appena sistemata e piccoli alberelli che dovevano ancora crescere molto prima di poter fare ombra ai residenti.
La truppa di bimbi seguì il festeggiato a passi svelti verso est, oltre l'ultima casa, la più vicina ai serbatoi. In quella piana erbosa si ergevano condomini nuovi, mentre in lontananza, a Nord e a Est, si intravedevano le vecchie case di villeggiatura degli abitanti di Reykjavik. Come accade spesso in un quartiere in costruzione, i ragazzi si divertivano nei cantieri, salivano sui ponteggi e giocavano a nascondino all'ombra di mura solitàrie, oppure scendevano nelle fondamenta scavate da poco per sguazzare nell'acqua che vi si raccoglieva. Tóti condusse il giovane sconosciuto, sua madre e tutta la combriccola proprio nelle fondamenta di una di quelle case, poi indicò loro il punto in cui aveva trovato lo strano sasso bianco. Era così leggero e liscio che se lo era infilato in tasca e aveva deciso di tenerlo. Ricordava bene dove lo aveva trovato, così li precedette e si diresse senza indugio nel punto esatto, nella terra asciutta. Sua madre ordinò ai bambini di tenersi alla larga e, con l'aiuto del giovane, scese anche lei nello scavo. Una volta giù, Tóti le prese l'osso e lo sistemò nel terreno.
«Stava qui, così» le disse, pensando ancora che fosse un buffo sasso. Era un tardo pomeriggio di venerdì e nel cantiere non lavorava nessuno. In alcuni punti erano state sistemate delle assi di legno per preparare la gettata di cemento, ma dove non erano ancora state deposte le casseforme si vedeva la terra. Il giovane si avvicinò e guardò attentamente il punto in cui il ragazzine diceva di aver trovato l'osso. Grattò con le dita e rimase inorridito quando in profondità vide quelli che sembravano i resti di un braccio. La donna notò che stava fissando qualcosa e ne seguì lo sguardo finché non li vide anche lei. Avvicinandosi ancora, le parve di distinguere una mascella e perfino un paio di denti. Rabbrividì, guardò di nuovo il giovane e poi sua figlia e istintivamente si mise a pulirle la bocca.
Traduzione di Silvia Cosimini
© 2006, Ugo Guanda Editore
Indridason Arnaldur - La signora in verde 271 pag., 14,50 € - Edizioni Guanda 2006 (Narratori della Fenice) ISBN 9788882468903
| 05 gennaio 2007 | | Di Daniela Pizzagalli |
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