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RECENSIONE

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Titolo Ventotto Barbary Lane
Autore Maupin Armistead
Dati 373 p., brossura
Prezzo € 17,00
Prezzo IBS € 17,00
Editore Rizzoli
Collana 24/7
EAN 9788817014083
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Armistead Maupin

Ventotto Barbary Lane


“Michael si sentiva decisamente più in forma, quando si svegliò alle nove meno un quarto del giorno dopo nella camera da letto che sapeva di muffa. Nella strada una betoniera impastava rumorosamente cemento e qualcuno stava friggendo delle aringhe della casa di fronte, ma nulla avrebbe potuto togliergli il dubbio nascente che la vita stesse finalmente per cambiare in meglio.” 

Sembra proprio che il vecchio Armistead non sbagli un colpo.
Ma non vi tedierò con la gloriosa storia degli inquilini del 28 Barbary Lane, iniziata nel 1976 sulle pagine del San Francisco Chronicle. Vi basti sapere che questo è il quarto romanzo dell’ironica, tenera e trasgressiva saga, ma in America ne sono usciti già sette, e che il successo è stato, ed è, tanto e tale, che una strada londinese è stata dedicata alla Signora Madrigal, psichedelica chioccia del variopinto condominio. Nel frattempo, i Tales of the City sono diventati anche una miniserie e il vecchio Armistead un’icona pop della scena omosessuale e letteraria.
E adesso veniamo a noi, anzi a loro: siamo nel 1984 e il primo personaggio che dà voce a San Francisco è la regina Elisabetta, in visita ufficiale negli USA di Reagan. Come può la venuta di una testa coronata del vecchio continente sconvolgere la vita semiseria di  un gruppo di amici inquilini? Può eccome, se fra quella cerchia di quasi conviventi c’è una giornalista televisiva con un marito fatalista, e se un marinaio della nave Britannia decide di disertare e, per caso, incontra il bel mezzo busto in cerca di scoop regali. Con ciò abbiamo dato il benvenuto a Mary Ann, Brian e Simon.
Quindi il destino ha voluto che questo libro divenisse A Tale of Two Cities, e difatti dobbiamo andare a Londra per conoscere bene il resto della bizzarra famiglia.
La leggerezza, mai frivola, che tante volte caratterizza le vicende dei protagonisti, si tinge di sofferenza soprattutto di fronte a Micheal. Il prezzo della libertà (etero-bi-omo)sessuale lo si scopre proprio in quegli anni. È finito il periodo post-hippy e pre-Aids, e per qualcuno è già troppo tardi. Per fortuna il mondo è piccolo e ci fa incontrare vecchi amici dove meno ce lo aspetteremmo, così ci imbattiamo in una inedita versione di Mona, desaparecida di Barbary Lane. Ma, per fortuna, il mondo è anche grande, e ci fa conoscere nuovi amici, meglio se sono un giovane gay squatter figlio di un ubriacone e una nana ex soubrette che a tratti ci ricorda la Signora Madrigal.
Ed eccoci a lei, che è il nume tutelare della casa e delle vite che vi si intrecciano dentro. Avvolta nei suoi kimono colorati distribuisce consigli e joint a tutti i suoi figliocci, senza essere invadente o presuntuosa. Del resto, oltre al suo orticello di marijuana, ce ne sono di vicende stravaganti da scoprire nella storia dell’attempata signora, che sembra sempre sapere dove andranno a parare i suoi pulcini.
Sarei curiosa di vedere la miniserie tratta dai Tales, inedita in Italia, ma credo che ne resterei delusa, visto che mi aspetto un mix shakerato di Friends, Sex & The City, Desperate Houswives e The L Word. Che ci volete fare, sono una tipa esigente.

Traduzione di Valentina Guani e Elisabetta Humouda.


Le prime pagine

Un’accoglienza regale

Aveva cinquantasette anni quando vide San Francisco per la prima volta. Mentre la Limousine si allontanava dal labirinto di cemento dell’aeroporto, guardò fuori dal finestrino la pioggia battente e sospirò per quel tempo da lupi.
“Lo so” disse suo marito, leggendole nel pensiero “ma secondo le previsioni più tardi migliorerà”.
Lei ricambiò il suo mezzo sorriso, poi si mise a frugare nella borsa in cerca di un fazzoletto. Da quando avevano lasciato il ranch dei Reagan, aveva avvertito i primi sintomi di un raffreddore, ma non aveva alcuna intenzione di lasciargli prendere il sopravvento.
Il corteo di automobili si immise in una strada più ampia – probabilmente una di quelle che gli americani chiamavano freeways – e poco dopo si ritrovarono a costeggiare, sotto la pioggia, squallidi motel e insegne dalle proporzioni agghiaccianti. Alla loro sinistra si intravedeva un pendio senza alberi, di un verde così innaturale da assomigliare all’Irlanda, su cui spiccava a grandi lettere di pietra bianca la scritta: SOUTH SAN FRANCISCO – THE INDUSTRIAL CITY.
Il marito notò la sua espressione e si sporse per studiare quei curiosi geroglifici.
“Strano” mormorò.
“Mmm” ribatté lei.
Non le restava che sperare di non essere già arrivati in città.
Quello scalcinato quartiere commerciale doveva essere l’equivalente di Ruislip o Wapping, o di una di quelle orribili periferie intorno all’aeroporto di Gatwick. Non era il caso di fasciarsi al testa prima del tempo.
In un primo momento aveva pensato di arrivare a San Francisco a bordo del Britannia, un ascelta che avrebbe comportato la piacevole prospettiva di passare sotto il Golden Gate a vele spiegate. Le condizioni del mare, però, si erano fatte proibitive quando era arrivata a Los Angeles e le stesse perturbazioni che avevano fatto straripare sei fiumi della California avrebbero sicuramente disturbato il suo poco affidabile pancino.
Per questa ragione aveva optato per un’entrée meno solenne in aereo e in automobile. Avrebbe passato la notte in albergo per tornare al Britannia appena fosse entrato in porto il giorno seguente e, dato che era quasi sedici ore in anticipo sulla tabella di marcia, per quella sera non aveva nessun  impegno. L’idea di una simile libertà le fece correre brividi di eccitazione lungo la schiena.
Dove avrebbe cenato quella sera? All’hotel, o magari a casa di qualcuno? La scelta di chi l’avrebbe ospitata era a dir poco spinosa: aveva ricevuto già frenetici inviti da tutte le grandi dame del posto tra cui – e qui fremette per un istante – l’orrenda moglie di un magnate del petrolio con la sua vistosissima acconciatura.
Smise per un attimo di pensare alla cena e tornò a guardare il paesaggio. La pioggia sembrava un po’ meno insistente e, qua e là, si iniziavano a intravedere piccole chiazze di azzurro nel cielo grigio ardesia. Poi la città si materializzò dal nulla: un guazzabuglio di scatole di biscotti rovesciate che le ricordò vagamente Sidney.
“Guarda!” esclamò suo marito, indicando lo stupendo arcobaleno che, come unatrafficata, represse l’impulso e si accinse a ritoccarsi il rossetto. corona, aleggiava sulla città.
“Davvero splendido” rispose lei in un sussurro.
“Sì. Il protocollo è molto più efficiente di quanto mi aspettassi.”
Sempre più emozionata, ridacchiò della battuta di lui. Sarebbe stato il momento adatto per salutare con un gesto allegro della mano la popolazione cittadina, ma siccome era impensabile che ci fosse un assembramento su un’arteria così trafficata, represse  l’impulso e si accinse a ritoccarsi il rossetto.   
Piovigginava soltanto quando giunsero in un’area di magazzini bassi e squallidi caffè. Al primo incrocio, la limousine rallentò di colpo e suo marito le fece un cenno.
“Laggiù, tesoro. I tuoi primi ammiratori.”
Lei voltò leggermente il capo e salutò varie decine di persone che si erano raccolte all’angolo e che ricambiarono calorosamente, mostrando uno striscione di pelle nera su cui era scritto con borchie d’argento GOD SAVE THE QUEEN. Fu solo quando sentì le loro grida di giubilo che si rese conto che erano tutti uomini.
Filippo sorrise assonnato.
“Cosa c’è?” gli chiese.
“Omosessuali” rispose lui.
“Dove?”
“Là, tesoro. Quelli con lo striscione.”
Lei si voltò di nuovo a guardare e vide che erano davanti a un edificio con la scritta ARENA. “Non dire stupidaggini” replicò. “Saranno atleti.”

© RCS libri

Maupin Armistead - Ventotto Barbary Lane
373 pag., 17,00 € - Edizioni Rizzoli 2006 (24/7)
ISBN 9788817014083


L'autore



18 dicembre 2006 Di Silvia Del Ciondolo


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