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RECENSIONE

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Titolo Voci di muto amore
Autore Kenaz Yehoshua
Dati 300 p., brossura
Prezzo € 15,00
Prezzo IBS € 15,00
Editore La Giuntina
Collana Israeliana
EAN 9788880572534
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Yehoshua Kenaz

Voci di muto amore


"Sono stata molto cattiva. Non potevo invitare i miei amici. Non potevo star da sola con qualcuno. Non avevo un posto per me. Gli facevo sentire che stavano distruggendo la mia vita. C’erano delle notti che non riuscivo a prendere sonno per la rabbia e per l’odio."


C’è una scena significativa, verso la metà del romanzo Voci di muto amore dello scrittore israeliano Yehoshua Kenaz. È appena avvenuto un grave episodio di violenza nei confronti di un infermiere arabo nella casa di ricovero per anziani in cui è ambientato il romanzo, c’è silenzio, si sentono solo le voci che provengono dal televisore, la luce del crepuscolo entra nella stanza, cancellando i lineamenti dei volti, bloccando ogni movimento, “finché quel luogo non fu più una camera d’ospedale, ma una breve sosta nel viaggio senza fine verso il grande oblio.”
Ecco, i colori sfumati del lento finire del giorno, il tempo che avanza a passettini, troppo lento per vivere, troppo veloce per morire, la sosta per guardare indietro perché davanti non c’è più niente: è questa l’atmosfera che avviluppa i personaggi di questo libro in cui il microcosmo è una casa di ricovero dove si vive di ricordi, piacevoli e spiacevoli, si portano avanti i piccoli litigi, i battibecchi, le invidie, le gelosie e meschinità del mondo che gli ospiti hanno lasciato e in cui vorrebbero - ma non tutti - tornare a vivere. 

Perché si pensa che la propria casa sia meglio che una nuda stanza di ospedale, che sia di maggiore conforto morire circondati dai ricordi di una vita e con i visi amati negli occhi - ma, e se la casa è un bugigattolo? E se non abbiamo proprio nessuno, né parenti né amici? Allora l’unica cosa che Allegra desidera è che la lascino morire lì, in quel ricovero, l’unica cosa di cui ha paura è la solitudine. 
È un bel personaggio, quello di Allegra, il caso clinico più grave degli ospiti della casa di cura eppure così serena, così “allegra”, così attiva, almeno finché può, finché le gambe le reggono. E non importa se è raggirata, se firma le carte in cui lascia quel poco che possiede ad Adela - in fin dei conti Adela si sta prendendo cura di lei, con quei massaggi che forse non servono a niente, e ad Allegra non interessa altro.
   
Ha la penna leggera, Yehoshua Kenaz, nel tratteggiare i suoi personaggi, quasi come quella del pittore a cui amputeranno la gamba, impenitente seduttore che flirta con Jolanda, la signora Moskovitch che è il personaggio dominante del libro.

Con un tocco di squisitezza gentile Kenaz non ci dice l’età della signora Moskovitch (l’unica a cui è riservato, ironicamente, il “signora”) - lei continua a tingersi i capelli, a truccarsi, a vestirsi in maniera appariscente, pateticamente convinta di essere diversa dalle altre, di poter interessare qualcuno. Anche se lo specchio le dice altrimenti, come il ritratto impietoso che le fa il pittore per cui lei si fa “bella”.
Kenaz vince il grigiore del luogo con un umorismo sottilmente triste, la capacità di sorridere delle debolezze umane, la compassione affettuosa di chi sa che tutti dobbiamo prepararci a quello che ci aspetta. Molte delle ospiti del ricovero provengono da “laggiù”, un angolo d’Europa non precisato, parlano tra di loro nella “loro” lingua tra le proteste di chi si sente escluso, e comunque nessuno dei personaggi parla un ebraico corretto (interessante la soluzione che l’ottimo traduttore ha adottato per rendere gli errori linguistici), e sono dettagli che ci spiegano, senza nulla dire, la sensazione di estraniamento, di vuoto nella vita, di solitudine di tutti loro.


Leggi l'intervista di Marilia Piccone a Yehoshua Kenaz



Le prime pagine



Dalla porta laterale la signora Moskovitch intravide uno spiazzo erboso al centro del quale c'era un albero alto, folto di rami e carico di grandi foglie verde scuro. Quel giardino era attraversato da un vialetto di cemento che separava l'erba da una superficie piastrellata con grandi mattonelle quadrate, sulla quale erano sparsi tavolini e sedie bianchi protetti dal sole da alcuni ombrelloni chiari. Vi sedevano una decina di visitatori insieme ai loro malati, in sommessa piacevole conversazione. Sono evidentemente dei degenti di un reparto più elegante, prestigioso e segreto, si disse, più vicini al potere, che hanno l’uso esclusivo del giardino. Anche gli abiti dei malati le sembravano più belli di quelli che indossavano i malati del suo reparto. I volti dei visitatori, i vestiti e il loro comportamento testimoniavano l'appartenenza a un ceto elevato. L'atmosfera del luogo faceva pensare piuttosto alla terrazza di un caffè europeo o di un albergo di lusso in una località termale che a un ospedale di quel tipo. Parlavano tutti in modo calmo e cortese, nel giardino e nelle persone era percepibile la tranquillità del riposo e del decoro, senza quei bimbi che correvano continuamente nel suo reparto ridendo e strillando, che si bisticciavano e facevano un gran baccano anche nell’ora del riposo, non obbedivano ai genitori ed entravano nelle stanze dei malati, si avvicinavano ai loro letti e si mettevano a fissarli con occhi curiosi, meditando qualche brutto scherzo.
Per accedere al giardino, la signora Moskovitch doveva passare per quella porticina stretta e salire un gradino che portava alla piattaforma, da cui iniziava il vialetto di cemento. Ai due lati dì questo erano piantati degli arbusti di fiorì arancioni. Tentò di smuovere la sua sedia a rotelle e farla avanzare per salire quel gradino, si sforzò, insistette ma non ci riuscì. Si era quasi data per vinta, stava già pensando di fare marcia indietro con la carrozzella per ritirarsi nel suo reparto. Improvvisamente si accorse che dietro di lei qualcuno sollevava la sedia e le faceva salire lentamente il gradino. Non ebbe nemmeno il tempo di capire cosa  stesse accadendo, di girarsi per vedere chi fosse e ringraziare per l'aiuto: si rese conto che la sua carrozzella, sulla parte più alta del vialetto, cominciava a scendere, all'inizio lentamente e poi, progressivamente, a una velocità terribile. Il vialetto non pareva affatto lungo ma quella discesa non finiva mai, furono secondi interminabili e spaventosi finché la sedia a rotelle si capovolse, e lei perse conoscenza. Rimase così a terra un tempo imprecisato, prima di riaversi. Cercò dì rimuovere da sopra di sé la carrozzella, ma non ci riuscì. Gridò aiuto, ma non sapeva se la sua voce fosse udibile. Passò parecchio tempo prima che quel peso le fosse tolto dalla schiena, che due braccia robuste l'alzassero, la rimettessero seduta e la spingessero su per il vialetto. Spalancò gli occhi. Il giardino era deserto. Nella parte piastrellata non c’era nessuno, i tavolini bianchi erano vuoti e gli ombrelloni chiusi. In quel luogo c'era soltanto lei, insieme all'odiata infermiera Satana che stava spingendo la sedia a rotelle brontolandola con quella sua vociaccia volgare che le sì conficcava nella nuca come unghie: «Ma cosa era venuta a cercare? Avrebbe meritato di morire, avrebbe! Questo posto non è per lei, è fatto per altra gente. Può vivere altre sette volte, che qui non ci arriva». La voce della capo infermiera era carica di odio. La signora Moskovitch non aveva più dubbi: era stata Satana, prima, a farla scivolare verso la morte, da cui si era salvata solo per miracolo. E non aveva alcun dubbio che avrebbe ritentato di ucciderla.


© 2006, La Giuntina Editore

Kenaz Yehoshua - Voci di muto amore
300 pag., 15,00 € - Edizioni La Giuntina 2006 (Israeliana)
ISBN 9788880572534



L'autore



16 maggio 2006 Di Marilia Piccone


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