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Recensione

HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich copertina
  • Binet Laurent
  • HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich
  • Einaudi
  • 2011

Laurent Binet - HHhH - Einaudi


Non ricordo con precisione quando mio padre mi ha parlato la prima volta di questa vicenda, ma lo rivedo, nella mia stanza di un alloggio popolare, mentre pronuncia le parole "resistenti", "cecoslovacchia", forse "attentato", di certo "ammazzare", e poi quella data: "1942".

Quanta libertà può prendersi il romanziere nel ricostruire un episodio storico?
Cosa potrà immaginare, delle vite che hanno finito per convergere e scontrarsi in un dato momento, prima che l’evento le consegnasse alla cronaca?
È lecito, per il narratore, mettere nella bocca di un personaggio ricalcato sulle fattezze di qualcuno che è realmente esistito parole e frasi che è la sua lingua di romanziere a formulare?
O non si tratterà piuttosto di una finzione volgare? Di un abuso di potere?
L’unico modo onorevole per saldare la frattura fra realtà storica e ricostruzione romanzata, secondo Laurent Binet, è mettere il lettore a parte dell’operazione cui sta partecipando: spiegargli con cura a quale spettacolo si prepara ad assistere, in un certo senso. 
I primi capitoli di questo “HHhH” si presentano in effetti come un lungo disclaimer, un metaracconto in cui assistiamo all’allestimento del laboratorio narrativo di Binet: è lui a spiegarci come l’episodio di cui scriverà – l’assassinio del braccio destro di Goring, Reynard Heydrich, avvenuto a Praga nel 1942 – lo abbia tormentato per anni, sin dal tempo in cui, bambino, lo conobbe nei racconti del padre, fino a quando, adulto, si vedrà costretto all’esorcismo del racconto.
Ma Binet ci informa da subito che vuole compiere un’operazione ambiziosa: intende dar corpo, sulla pagina, ad un’episodio lontano, e di difficile ricostruzione, senza tradirne le linee storiche e immaginando motivazioni e caratteri che spinsero i protagonisti (da una parte e dall’altra) ad agire proprio in quel modo, e non in uno dei centomila altri modi possibili.
Un libro del genere sembrerebbe dover affondare le radici in quella vena straordinariamente fertile di réportage narrativo che ha prodotto vertici come “In cold blood”; ma qui la materia della cronaca è ormai fredda, le testimonianze di prima mano sono difficilissime da trovare, perché l’episodio è molto lontano nel tempo, e chi intenda ricostruire l’accaduto si deve addentrare nel territorio dello storico calzando però le scarpe del romanziere.
È un terreno scivoloso e infido, come si può vedere. Binet, però, sa trovare la chiave giusta: la bilancia fra fiction e realtà documentale non può che essere tarata sulla sua personale lettura dei fatti, quella che egli stesso ha costruito attingendo alle fonti e colmando le lacune con un’immaginazione rispettosa del dubbio, aperta al possibile.
Quel 27 maggio 1942 lui lo ha immaginato, rivissuto e ricostruito sin da quando, bambino, ne udì il racconto. L’operazione antropoide, nome in codice dell’attentato a Heydrich, va componendosi sotto i nostri occhi, pagina dopo pagina, assieme ai ritratti dello stesso Heydrich, di Gabčík e di Kubiš, i paracadutisti di origine ceca e slovacca che compirono l’azione per conto dell’esercito inglese. In parallelo alle schede relative all’addestramento di Gabčík e di Kubiš, leggiamo anche dell’entusiasmo dell’autore nel ritrovarne traccia presso gli archivi del Museo dell’Esercito di Praga.
Ecco, è questo a portare nell’oggi, rinnovandolo, il lineare fluire degli eventi: tutto quel che è accaduto è stato il prodotto finito e perfetto di una concatenazione di eventi, di caratteri, di storie, alla cui testimonianza d'ora in avanti contribuirà in maniera determinante anche la versione di Binet, con le sue inevitabili mancanze, con la sua coraggiosa assunzione di responsabilità (è questa la parola chiave di tutta questa storia).
La versione di Binet è agli atti, ed ora ha piena cittadinanza assieme ai documenti fra le testimonianze di un fatto che è stato, e che continua ad essere.
Il libro di Binet è un omaggio ai due eroi che dopo aver compiuto l’attentato rischiando la propria vita preferirono suicidarsi piuttosto che cadere nelle mani dei nazisti.
La stessa pietas che muoveva la mano di Patrik Modiano a raccontare di Dora Bruder, ragazza ebrea misteriosamente scomparsa nella Parigi del 1941, per pochi mesi, prima di tornare a casa solo per essere immediatamente deportata ad Auschwitz, anima la scrittura di Binet, che con “HHhH” offre un risarcimento, forse tardivo, forse insufficiente, senz’altro necessario, a tutto ciò che di quel giorno non potrà mai essere raccontato.


Laurent Binet - HHhH
Il cervello di Himmler si chiama Heydrich
Traduzione di Margherita Botto
342 pag., 20 euro - Einaudi (Frontiere)
ISBN 9788806207533



L'autore


16 giugno 2011  

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