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HOME | lunedì 06 settembre 2010 |
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| Titolo |
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Cuore di mamma |
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| Autore |
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Matteucci Rosa |
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| Dati |
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136 p., brossura, 3 ed. |
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| Prezzo |
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€ 10,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 10,00 |
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| Editore |
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Adelphi |
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| Collana |
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Piccola biblioteca Adelphi |
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| EAN |
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9788845920950 |
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Rosa Matteucci
Cuore di mamma "Alla stregua degli animali selvatici la madre vecchia di Luce aveva sempre usato il sacello in cui vegetava come una tana, provvisorio ostello atto a soddisfare i bisogni di prima necessità: un covaccio dove appallottolarsi e dormire, un riparo inespugnabile in cui divorare le piccole prede catturate; le finestre sempre chiuse, la porta sprangata per tutti. Ada non si era mai curata del governo della casa in senso proprio perché non le era mai venuto in mente, perché non ci era portata, cosi che quelle quattro stanze malsane e desolate erano presto diventate sudice e inospitali."
Il grottesco, l’ironico e il mordace si passano il testimone in questo ilarotragico romanzo breve della Matteucci, che ha per protagonista una donna alla soglia della mezza età alle prese con un’anziana madre tanto lagnosa quanto astiosa: ormai del tutto incapace a prendersi cura di sé e del proprio alloggio ma assolutamente refrattaria all’idea di assumere una badante. Questo è invece il progetto che ha in mente sua figlia Luce; intento destinato a farsi cruccio sin dall’avvio del romanzo perché sarà davvero dura convincere la “vecchia” Ada, testarda e misantropa com’è da quando l’è morto il marito e lei s’è murata viva in casa. La prosa dell’autrice, così visiva e sapida, è davvero magistrale nel descriverci i caratteri di queste due sue protagoniste nonché l’ambiente squallido dell’appartamento materno: sconsacrato “tabernacolo dell’idea di famiglia” nel quale si reiterano i rituali sempre più immiseriti d’una religione domestica in cui nemmeno la stessa vegliarda da tempo ha cessato di credere. Così, alla vigilia di Natale, nell’algida “tana” materna si fronteggiano “una zitella e una vedova”; anche se, ad essere precisi, Luce è pur stata sposata in gioventù quando s’era illusa di trovare rifugio e protezione dalla madre entro gli “usi e costumi ordinari ingenuamente borghesi” d’un matrimonio con uno “scialbo” impiegato che poi l’aveva piantata per una partner più giovane. L’atmosfera della narrazione è dunque all’insegna del disincanto e di una amarezza invasiva che, a mano a mano che le pagine scorrono (e sono davvero assai scorrevoli/godibili), si fanno via via maggiormente carichi di una delusione cocente; anche grazie all’episodio del furto subito dall’anziana signora per mano di due abili imbroglione, volatilizzatesi con tutti i risparmi della povera Ada. Ma, all’improvviso, un colpo di teatro all’interno della storia viene a mutare – almeno per Luce – le prospettive a dir poco esaltanti di un Natale da trascorrere al “centro anziani” in compagnia di vecchietti senza parenti disponibili a gestirli. La donna incontra infatti Gianluca, ex conoscente mai rivisto da decenni, e la gentilezza che egli le manifesta la fa ben sperare (ma, a differenza di Luce, il lettore sa che lui è a caccia solo di soldi, non di donne, per estinguere un grosso debito). Anzi illudere di potersi rifare una vita con quest’uomo, da lei visto ormai come un virtuale novello sposo. Il prosieguo è un crescendo di fantasie proiettive che rasentano l’allucinazione, sfiorando l’alienazione. La spirale di fraintendimenti, coniugati al brusco passaggio fra sconforto ed euforia ingiustificata rendono estremamente/argutamente comica (farsesca) e al contempo desolante (drammatica) la vicenda. Specie se si tiene conto che, in parallelo, assistiamo al crollo psicofisico di mamma Ada, colpita da un ictus destinato a ridurla invalda su una sedia a rotelle. Ma non è affatto impietoso o cinico il romanzo. Nel capitolo sulla crisi dell’anziana signora gli accenti, da ironici, si fanno empatici e sofferti; specie quando Ada ricorda la propria vita di stenti, finendo per assurgere a figura emblematica di tutta un’umanità minore e dolente, mutandosi da personaggio da commedia all’italiana alquanto macchiettistico – costretto dapprima com’è nel ruolo un po’ stereotipato della vecchietta acida – in persona credibile, in impotente voce afona che invano tenta di emettere, di urlare agli astanti il proprio grido di dolore. Da ultimo il cambio di scena conclusivo (da scaltra e navigata scrittrice quale si dimostra per l’ennesima volta la Matteucci), il davvero inatteso e sorprendente finale che da tragico si fa elegiaco e quindi pacificato, in una chiusa nel segno della speranza se non della gioia. Attraverso l’apparizione nella notte natalizia di una figura singolare, che parla ad una Luce ormai spenta con toni sapienziali, spalancando in quella tenebra angosciosa uno spiraglio di serenità e conciliazione che ha il sapore della beatitudine di un semplice Giobbe-fornaio bastonato dalla vita, il quale non conosce teodicee ma confida in una fede salvifica nel segno d’una spiritualità scandalosamente gioiosa.
Le prime pagine
Per il fine settimana Luce va sempre a casa di sua madre vecchia. Verso una resa dei conti, il giudizio universale dei vincoli di sangue. Stavolta deve affrontare la battaglia decisiva per la sua salvezza e deve farcela. Non può più permettersi alcun errore, alcuna distrazione nel valutare il rischio. Deve celebrare le esequie e seppellire i suoi sentimenti. Deve essere forte. Nessun cedimento è più ammesso. La strategia vincente è stata architettata in maniera perfetta, come ogni singolo passo verso la soluzione. Parola per parola; stratagemma e bugia, inganno a fin di bene e diktat. Sua madre sarà costretta a capitolare, ad accettare per sempre, da lì fino alla fine del mondo e al momento dell'eterna armonia, le nuove regole di condotta decretate per la sua sopravvivenza e per quella della figlia. Dovrà sottomettersi al rispetto delle opportune garanzie, volte ad assicurare un minimo sindacale di serenità alla sua unica figlia, la quale non può sopportare oltre il peso della responsabilità dell'esistenza di una vedova che si ostina a vivere da sola, indocile e selvatica, abbandonata e triste. Ada dovrà accettare l'estremo atto di tutela, consistente nell'elezione intra moenia di una guardiana con qualifica di badante. Luce sa bene quel che vuole: costringerà una volta per tutte la vecchia ad arrendersi, a obbedire. Che sia ristabilita la legge domestica in nome della quiete e dell'ordine. Per propiziarsi gli dèi e per obliare i tormenti, i dubbi e le incertezze da cui deve difendersi, Luce porta a sua madre un regalo di Natale: un cuscinetto rosa pieno di chicchi di grano che, scaldato nel microonde, irraggia il suo tepore per quasi tre ore; perché la matriarca patisce il freddo nella casetta inospitale dove il più delle volte il riscaldamento si blocca, oppure non viene neanche acceso, per risparmiare. Quindi si bubbola. Quando si parla, si vede il fiato condensarsi e a nulla vale battere le mani o i piedi, accendere tutti i fornelli. La vecchia combatte il generale inverno all'arma bianca, opponendogli una borsa dell'acqua calda che tiene perennemente incollata al petto, come se allattasse un neonato. La sua carcassa, già preda dell'artrosi, assorbe così un calore umidiccio e malsano che finisce per imbibire le ossa. Il moderno scaldino, trasportato sul sedile anteriore dell'auto, lato passeggero, tintinna lieto a ogni curva, simile a uno scacciaspiriti foriero di gioie e buona sor¬te. «Ti prego, aiutami, aiutami, aiutami» mormora Luce. Ma nessun dio l'ascolta. A mano a mano che divora chilometri e si avvicina alla meta, un'esca avvelenata le serra l'esofago; le viene così da deglutire, e non può far altro che assecondare meccanicamente lo stimolo, quasi ciò servisse a cancellare il dolore e ad allontanare da sé la preoccupazione che, allocata nel centro del petto, cresce minacciosa come un lievito istantaneo per pizza e pane. Ma per quanto deglutisca, quel diabolico malloppo di pena rimane lì, sospeso da qualche parte nella strozza fra la mente e il cuore. Proprio come quando si tira a sé un cassetto e questo nello scorrimento si inceppa e si arresta a metà strada perché qualcosa di non visibile, al suo interno, un misterioso intoppo, ne impedisce l'apertura. Allora, in preda a risentimento e contrarietà, un po' si strattona, si forza, ma non più di tanto, finché si è costretti, anche se non lo si vorrebbe, a sferrare dei colpi brutali, ed ecco che sotto la gragnuola si avverte definitivo, nel vedere il cassetto aprirsi con uno stridore che aggriccia la pelle, il senso dell'irreparabile ormai compiuto. Così - più o meno nello stato d'animo con cui ci si avvia al plotone di esecuzione -, Luce corre in automobile nella nebbia, oltre il cui sudario grigiastro si intuisce l'opaco disco del sole che non scalda la campagna dicembrina, sul limitare di una boscaglia rinsecchita dove gli unici alberi ad avere ancora le foglie sono certe querce striminzite. Pur nel rispetto dei limiti di velocità imposti dal codice, Luce insegue il sogno di una mitica serenità domestica, che non le è toccata in sorte, che per supreme disposizioni ultraterrene pare non esserle stata concessa in vita, ma che tuttavia lei è ben decisa a tentare di agguantare. Luce sa che in ogni famiglia la madre rappresenta la custode degli affetti, della tradizione e dei ricordi. A tale compito la donna maritata non può sottrarsi per alcuna ragione al mondo; questa la regola dell'umano consorzio, il fulcro dell'economia domestica. La madre ha degli obblighi di vestale cui è tenuta nei confronti della prole e dello sposo, sia da abile che da malata. Possiede il battipanni, il mestolo e l'arca del pane. La mater deve filare la lana, deve dar da mangiare ai figli, deve proteggerli. Deve stare zitta, inghiottire lacrime e delusioni, rammendare calzetti, sopportare la puzza dei piedi dell'uomo che l'ha sposata e assecondarne le voglie, sempre legittime perché all'interno del santo vincolo del matrimonio. I legami ancestrali vanno onorati e rispettati anche se la famiglia è dimezzata e, come in questo caso, manca di un elemento essenziale: il pater. Il tempio deputato all'esercizio del moderno culto domestico è, e non può non essere, la casa, che la madre deve custodire e pulire. La casa come asilo primario, rifugio, tabernacolo dell'idea di famiglia; il riparo certo e inviolabile dove trovare un sicuro conforto alle avversità della vita, il solo luogo in cui si può godere della dolce intimità degli affetti familiari, tutti conglobati nell'immagine del focolare domestico: un fuoco di legna sempre acceso su cui borbotta una negra pignatta di fagioli. Senza casa e senza fuoco non c'è famiglia.
© 2006, Adelphi Edizioni
Matteucci Rosa - Cuore di mamma 136 pag., 9,00 € - Edizioni Adelphi 2006 (Piccola biblioteca Adelphi) ISBN 9788845920950
| 06 dicembre 2006 | | Di Francesco Roat |
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