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Recensione

Chernobyl copertina

Chernobyl, la storia dimenticata di un luogo antico e maledetto di Francesco M. Cataluccio

"Risalimmo sul pulmino e iniziammo a girare per una pianura completamente deserta. Dopo aver attraversato uno spettacolare ponte sul fiume Pripjat’, trafitto da alti lampioni al neon, ci trovammo all’improvviso di faccia alla Centrale. Come tutte le cose immaginate, e anche viste in fotografia, apparve molto più piccola e innocua. La ciminiera la faceva sembrare un motopeschereccio, attraccato sul canale di raffreddamento che la circondava. L’acqua del canale era ferma e scura come pece. Un tempo pare fosse popolata da buffe rane dai riflessi rossastri."

Quanti di noi avevano mai sentito parlare di Chernobyl prima del 26 aprile 1986?
Prima dell’incidente nucleare, prima delle immagini di desolazione, di alberi scheletrici, della città abbandonata, di bambini colpiti dalle radiazioni - sono soprattutto gli occhi enormi dei bambini con le testoline rasate che vediamo come in un incubo di morte.

Il toponimo della città nell’Ucraina è diventato sinonimo di morte, proprio come Auschwitz.

In tempi diversi, in un contesto storico diverso, Auschwitz e Chernobyl sono diventati luoghi di morte provocata dall’uomo e non dalla natura o dal caso. Ed entrambe le città hanno subito la stessa sorte, di veder cadere nell’oblio quello che erano state nel passato - Oświęcim, che nel 1315 fu addirittura capitale di un ducato indipendente, e Chernobyl, la cui prima menzione in un documento storico risale al 1193 come casino da caccia di un principe.



Nel libro Chernobyl Francesco Cataluccio, che ha vinto nel 2010 il Premio Dessì con Vado a vedere se di là è meglio, descrive il suo viaggio fino alla città morta e, tra presente e passato, le ridà vita, recuperandone la storia, trasformandola da città fantasma in città vera, con le sue glorie e le sue sofferenze.
Perché, come è avvenuto ad altre città in quelle regioni in cui non ci sono catene di montagne ad ergersi come confine, anche Chernobyl ha subito passaggi di mano, ha visto l’alternarsi di guerre tra ucraini, russi, polacchi, e poi, prima di essere invasa dai tedeschi e di versare un ulteriore tributo alla morte, è stata vittima dell’Holodomor.
È una parola che dovremmo imparare a ricordare, Holodomor, al pari di Shoah o di Nakba - la tragedia che ha colpito arabi, ebrei e ucraini. Holodomor deriva dall’espressione ucraina moryty holodom che significa “infliggere la morte attraverso la fame” ed è il nome attribuito alla carestia causata dalla collettivizzazione voluta da Stalin negli anni ‘30 provocando sette milioni di morti. Un genocidio.

Francesco Cataluccio studiava a Varsavia quando accadde il disastro. È in grado, quindi, di raccontarci la ridda di notizie confuse, allarmanti nel tentativo di non essere allarmanti, che arrivavano nella capitale polacca, le precauzioni che venivano raccomandate - iodio sì, iodio no, vitamine, restare in casa. Forse aveva avuto maggiori informazioni da telefonate ricevute dall’estero da parte di famigliari e amici preoccupati per lui.
La sua narrazione, vivace e animata, segue tre filoni temporali con Chernobyl come protagonista assoluta; in secondo piano c’è Pripjat’, la città satellite costruita apposta per coloro che lavoravano alla centrale.
Chernobyl visitata dall’autore oggi, Chernobyl nel 1986, Chernobyl e l’Ucraina in un passato che si srotola lontano all’indietro. Il viaggio nel presente, con lo stridente contrasto tra la drammatica realtà dell’abbandono che cela malattia e morte e l’atmosfera svagata da turismo eccentrico; la ricostruzione degli eventi dei giorni dell’incidente - superficialità, incompetenza, ritardo nei provvedimenti, silenzi colpevoli e poi le conseguenze… le conseguenze… e infine la città che al tempo dei tempi era stata dimora di una numerosissima popolazione ebraica, centro dell’hassidismo: le storie dei rabbini si intrecciano a quelle dei soldati de L’armata a cavallo di Babel’, affiorano nomi di scrittori famosi nati non a Chernobyl ma più a sud, a Berdicev, Vasilij Grossman e Joseph Conrad (il cui vero nome era polacco, Jozef Konrad Kprzeniowski), i morti si accumulano sui morti.
Scomparvero gli ebrei, morì un quinto degli ucraini insieme a polacchi, ruteni e zingari. Infine morì anche la città.
E non stona ricordare come il diavolo, sotto vari nomi, percorra tante pagine della letteratura russa. La catastrofe di Chernobyl è forse una nuova versione del patto faustiano?



Francesco M. Cataluccio - Chernobyl

pag. 151, 12,00 € - Edizioni Sellerio 2011
ISBN 978-88-389-2550-X



L'autore



04 maggio 2011 Di Marilia Piccone

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