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Recensione

Mammut copertina

Mammut, la classe operaia in crisi nel libro di Antonio Pennacchi del 1987

"Mammut è un libro doppio, ambivalente. Come doppia e ambivalente è la realtà operaia oggi. Sembra la storia di una fabbrica, con la sua vita collettiva, la tecnica, la produzione. In realtà è la vicenda umana, politica, esistenziale di un solo individuo. Sembra una narrazione epica, con gli eroi a tutto tondo, le battaglie, il ferro e il sangue. In realtà è il resoconto lirico di un distacco interiore. Sembra un libro pieno di vitale allegria, è in realtà un racconto velato di morte. Inaugura un genere nuovo: gli operai che fanno letteratura. Non più fantasmi, come il Metello Salani di Pratolini, o il Tino Faussone di Primo Levi, o l'Albino Saluggia di Volponi, evocati dalla fantasia dell'autore. E nemmeno uomini in carne e ossa come l'Antonio di Balestrini, costretti però a farsi prestare la penna se non le parole dall'altro, dallo 'scrittore'. Gente, piuttosto, che vive e che scrive. O forse, si dovrebbe dire, che ha vissuto e che scrive, come se l'accesso alla letteratura potesse avvenire solo dopo che si è consumata la vicenda collettiva. Solo dopo che la "classe" ha cessato di esser tale, e si è infine decostruita nei suoi singoli atomi."

Marco Revelli, L'Indice 1994


Stiamo lentamente dimenticando il mondo operaio. Non che non esistano più gli operai (le recenti dolorose vertenze della Fiat ce l'hanno ricordato), ma lo spirito di socializzazione, di condivisione, che aleggiava un po' di anni fa nelle fabbriche e si spandeva anche intorno, allargandosi ai quartieri dove queste fabbriche sorgevano e alle intere città, è evaporato rapidamente, lasciando il posto prima alle città da bere e poi (a furia di berle le città di seccano) a quelle dell'incomunicabilità, dell'isolamento, del consumismo sterile. Da "uno per tutti, tutti per uno" a "ognun per sé".

I sindacati si sfaldano, la classe operaia non va più in paradiso, non lotta più con l'animo ribelle degli anni Settanta, si adatta, si conforma alle nuove esigenze, non più supportata neppure dalle contestazioni studentesche.
Rileggere oggi un libro scritto nel 1986-87 (è la prima opera dello scrittore vincitore dello Strega nel 2010 con Canale Mussolini) e che parla di questi temi è come prendere in mano un saggio storico, anche se non lo è.
Sono trascorsi 25 anni e si vedono tutti.


La Supercavi, la fabbrica del romanzo di Pennacchi, ricorda molte altre officine speciali (le Grandi Motori, le Ferriere, gli Altiforni): alcune stanno chiudendo, alcune sono già chiuse (come quella in cui Pennacchi ha lavorato, la Fulgorcavi) altre resteranno ancora aperte, ma in tutte si vive un'esistenza in fondo meno libera, meno combattuta ma anche meno amata e condivisa. Colpa delle divisioni sindacali, della crisi dei Consigli di fabbrica, della globalizzazione e delle nuove esigenze del mercato, colpa anche della politica.

Nel romanzo di Pennacchi, incentrato sulla figura di Benassa, capo storico del Consiglio di fabbrica e rappresentante sindacale - intraprendente, combattivo e colto - della Supercavi di Latina, si leggono i prodromi di questa evoluzione, i primi accenni a una certa stanchezza, alla rassegnazione, all'abbandono di un ruolo trainante di lotta offensiva sostituita, quando va bene, da un'affannata lotta difensiva.



"E poi io credevo a una cosa. Avevo in testa un mito. Un'idea. Purtroppo la storia è andata avanti: la classe operaia, come classe che doveva dirigere tutto, come diceva Marx... oramai è una specie in via d'estinzione. Anche numericamente. Come il lupo... Ci siamo estinti già da un pezzo. Come il bisonte dell'Europa. Come i Mammut".

Questo il pensiero di Benassa che, dopo aver guidato la "sua" fabbrica in azioni importanti ed eclatanti come l'occupazione della centrale nucleare di Nettuno, deve comunicare ai compagni di lavoro di aver accettato la proposta dell'Azienda, che elegantemente vuole toglierselo dai piedi: due anni a casa, a stipendio pieno, per scrivere un libro sulla Supercavi. Una scelta sofferta per lui, ma che genera anche una tormentata autocoscienza operaia per tutti i suoi colleghi di lavoro.


Scriveva Revelli nel 1994:
"Benassa è diventato un 'intellettuale'. Di nuovo tipo: un intellettuale per disperazione. È uscito dalla collettività, ha conosciuto il prezzo della solitudine, lo strappo dal gruppo di appartenenza, come iniziazione alla letteratura. Ed è nato questo libro, duro manifesto sull'insopportabilità del lavoro operaio quando viene meno l'ethos dell'alterità. Quando cade l'orizzonte collettivo e conflittuale. L'hanno rifiutato 33 editori, per un totale di 56 volte, a dimostrazione di quanto acuta sia la sensibilità dell'editoria italiana per la 'questione sociale'."


Stiamo parlando del 1994, quando Donzelli alla fine lo pubblicò. Cosa succederebbe oggi?

Antonio Pennacchi - Mammut
188 pag., 17,00 € - Edizioni Mondadori 2011 (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 978-88-04-61071-7


L'autore

16 febbraio 2011 Di Giulia Mozzato

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