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Recensione

Qui non ci sono bambini. Un'infanzia ad Auschwitz copertina
  • Geve Thomas
  • Qui non ci sono bambini. Un'infanzia ad Auschwitz
  • Einaudi
  • 2011

Qui non ci sono bambini di Thomas Geve

"Sono nato nell'ottobre del 1929 a Stettino, sulle rive del Baltico.
Avevo poco più di tre anni quando Hitler salì al potere, nel gennaio del 1933.
L'unico universo di cui avessi memoria fu quello della repressione e della persecuzione."



LIBRO SCELTO DA WUZ PER IL GIORNO DELLA MEMORIA 2011


Un libro davvero fuori dal comune, un libro doloroso, difficile, straordinario nella sua unicità.

Molti disegnatori hanno espresso l'anima dei campi di sterminio attraverso le loro opere, ma la testimonianza diretta di un ragazzino che lì dentro ha vissuto per due anni è qualcosa che va molto al di là di ogni opera d'arte, persino di ogni parola.
I suoi disegni sono infantili, la sua scrittura adulta che li descrive è semplice, chiara, non letteraria.


Il valore di questa pagine sta nella fotografia della tragedia fatta da un tredicenne con i suoi schizzi. E non ci sono parole per presentarle, perché tutto ciò che potremmo scrivere risultarebbe superfluo, ridondante, inutile.

Per questo la cosa migliore è proporvi alcuni esempi di ciò che troverete nel libro.




Dall'Introduzione dell'autore


   "Avevo tredici anni quando fui mandato ad Auschwitz con mia madre. Era la fine di giugno del 1943. Poiché dimostravo più della mia età, ebbi la fortuna di essere considerato abile al lavoro. I bambini sotto i quindici anni erano inviati direttamente alla camera a gas. A parte un altro ragazzo, uno zingaro di nome Jendros, allora ero il più giovane dei 18000 internati nel campo di Auschwitz I. Avevo il numero di matricola 127003. Mia madre fu mandata a Birkenau e lavorava alla fabbrica «Union». Purtroppo non sopravvisse. Dopo l'evacuazione di Auschwitz sono stato nel campo di Gross-Rosen, nel gennaio del 1945, e poi a Buchenwald, dove sono stato liberato l'11 aprile 1945. Prima di quel giorno non avevo mai conosciuto la libertà.
    Ero gravemente debilitato e avevo perso le unghie dei piedi per l'attrito contro gli zoccoli di legno e per la denutrizione. Troppo malridotto per lasciare la mia baracca, il blocco 29, quello dei prigionieri antifascisti tedeschi, vi rimasi più di un mese dopo la liberazione del campo. Fu allora che eseguii una serie di settantanove disegni miniaturizzati, a colori, delle dimensioni di una cartolina, per illustrare i vari aspetti della vita in campo di concentramento. Li feci essenzialmente con l'intento di raccontare a mio padre la situazione cosi com'era realmente stata.


[...] Sono tornato per la prima volta a Buchenwald per l'inaugurazione della mostra dei miei disegni, nel febbraio del 1995, cioè esattamente mezzo secolo dopo la liberazione dei campi. Sono forse stati i giorni più importanti della mia esistenza, peraltro assai semplice. Ho potuto esprimere tutta la mia passata amarezza nel corso delle riprese filmate, delle interviste e dei vari incontri organizzati per l'occasione. Dal 2000 vengo regolarmente in Europa, essenzialmente in Germania, dove porto la mia testimonianza nelle scuole.
   Quando le mie orecchie percepiscono sonorità che rievocano i due inverni gelidi, rudi, pericolosi, trascorsi nel campo di Auschwitz, mi salgono le lacrime agli occhi. Non per il ricordo degli ordini gridati dai ka-po e dai guardiani delle SS, ma per quello delle melodie suonate dai miei compagni di sventura, dei cori di prigionieri russi, dei violini zigani, delle melopee ebraiche... A commuovermi è soprattutto una vecchia regi¬strazione di Soldati delle paludi, cantato già nel 1936 in Spagna dalla Brigata internazionale. Ascoltandolo, penso ai miei compagni del campo di concentramento che in gran parte morirono prima della liberazione, e ai sopravvissuti, molti dei quali non sono più fra noi.
   Per l'inaugurazione della mostra dei miei disegni, al Memoriale di Buchenwald venne dato un concerto durante il quale due ragazze di Wei-mar eseguirono Soldati delle paludi. Di quel gesto sarò per sempre riconoscente. Durante la cerimonia feci questo discorso: «Caro pubblico, vi ringrazio di essere disposti, cinquant'anni dopo, a compiere un viaggio a ritroso per contemplare questo lungo cammino. Ciò che vedrete è forse arte ingenua, pittura mediocre, una semplice illustrazione dei fatti, insomma, non so cosa sia. Allora avevo tentato di rappresentare le cose su uno sfondo simmetrico - cerchi, triangoli, diagonali, curve, ecc.
   Vi prego, sostenete i nostri sforzi intesi a preservare la verità della storia contemporanea, almeno per i prossimi cinquant'anni»."

Thomas Geve - Qui non ci sono bambini. Un'infanzia ad Auschwitz
Titolo originale: Il n'y a pas d'enfants ici. Dessin d'un enfant survivant des camps de concentration
Traduzione di Margherita Botto
180 pag., ill., 24,00 € - Edizioni Einaudi e Yad Vashem Publications 2011 (Frontiere Einaudi)
ISBN 978-88-06-20348-1



Un altro mondo - la porta di Birkenau
È da questa porta del campo di Birkenau che passavano le vittime. Non sono state centinaia di migliaia, come scritto all'epoca, ma milioni.  


I detenuti di Buchenwald si liberano
Era l'11 aprile 1945, fra le tre e le quattro del pomeriggio.
[...] Il mio disegno si è rivelato sorprendentemente fedele alla realtà... Cinque riflettori, l'orologio del campo segna le tre e un quarto, come oggi. Di questo disegno è stato fatto un ingrandimento, che è stato scelto per simboleggiare il cinquantenario della liberazione del campo di Buchenwald.


L'autore



21 gennaio 2011 Di Giulia Mozzato

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