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Recensione

Il Il messaggero copertina

Il messaggero di Kader Abdolah

"Com'era astuto! Di cosa parlava? Non aveva nessun Libro. Non c'era ancora traccia di un Libro. Parlava a vanvera, ma era bravo. Diceva quel che gli passava per la testa senza preoccuparsi che fosse coerente. Ma quelle sue fantasie senza capo né coda erano poesia di una freschezza incredibile".

Kader Abdolah è uno scrittore eccezionale e noi, suoi lettori, dovremmo guardare ad ogni sua frase come al viatico per una comprensione più piena e profonda delle storie che scrive. Così, quando in apertura de “Il messaggero” troviamo un’avvertenza che recita “benché le storie e gli avvenimenti narrati siano basati su fatti storici, il libro va letto secondo le leggi della letteratura”, faremmo bene a non passare oltre troppo rapidamente, e dovremmo riflettere invece su quanto il rapporto fra immaginazione dell’autore e verità storica possa essere un crinale scivoloso ma fecondo.
“Il messaggero” viaggia veloce su questo doppio binario, e della reciprocità fra racconto e Storia arriva a fare – con uno stratagemma efficace quanto naturale – la propria materia pulsante e vivissima.
Zayd ibn Thalith è, per noi che ne leggiamo la testimonianza, la voce narrante: cronista rigoroso di un’epoca e di un profeta, il suo racconto è frutto degli anni che ha passato a fianco di Muhammad, il “messaggero” di cui al titolo del libro, da noi conosciuto come Maometto.
Zayd ha avuto l’incarico di scrivere la vita di Maometto, e il suo libro (che coincide, guarda un po', col nostro) si compone delle testimonianze di quanti ebbero a che fare col profeta, raccolte l’indomani della sua morte.
Gli anni in cui Muhammad predica la conversione di una società arcaica, corrotta e debole nel segno di una religione che offra ad essa “un libro”, soprattutto, al quale ispirare la propria rinascita, sono raccontati da Zayd in capitoli che – per brevità e potenza della lingua – rimandano alle sure di cui si compone il Corano.
Maometto ci viene presentato come un uomo fra gli uomini, mercante legato ad un clan tribale nella città della Mecca in un’epoca di corruzione e decadenza, dove la Ka’bah, l’edificio sacro che sorge al centro della città, ospita solo idoli “sordi, ciechi e muti” all’intelligenza e ai bisogni della gente, mentre il mondo tutt’attorno prospera nelle religioni monoteiste.  Semianalfabeta e visionario, ma curioso delle altrui culture, attento alle differenze ed insofferente di iniquità e vessazioni, il Muhammad raccontato da Abdolah/Zayd è soprattutto un uomo dotato di straordinario talento per la lingua araba, e il suo Corano è un atto d’amore per la poesia, capace di rinnovare ad ogni pagina il patto fra gli uomini e il mondo che abitano proprio attraverso la lingua e la parola.
In quello che è forse il cuore segreto del libro, è un anziano poeta, Asha, a raccontare a Zayd la sua invidia e l’ammirazione per la dote naturale, non educata ma tremendamente evocativa, del Messaggero: “…sapevo che stava scrivendo un libro fantastico. Parlava una lingua nuova, la sua prosa era di una freschezza sconcertante […] I suoi racconti vanno bene per due generi di persone: gli analfabeti e i dotti. Bisogna ripetere le sue parole finché ti danno alla testa come il vino vecchio”.
E l’intuizione più grande di Muhammad è proprio quella di somministrare questo nettare vivificante ai paria, ai reietti, agli schiavi e alle donne, che nella gerarchia sociale illustrata nel racconto stanno un gradino “al di sotto delle capre”. Così, a cantare per il popolo le sure più belle del Corano, Muhammad chiamerà Bilal, uno schiavo nero dalla voce forte e melodiosa, e gran parte della sua vita adulta sarà vissuta nell’amore e nel rispetto per Khadija, donna di grande intelligenza e carattere che è una delle figure più belle tra quelle dipinte da Abdolah nel libro.
Kader Abdolah, attraverso gli uffici appassionati e sensibili di Zayd, suo autentico alter ego, evita di idealizzare l’esperienza umana di Muhammad, e ci avvicina invece alla sua fallibilità, ci mostra le sue cadute trasfigurate da una volontà e un’ostinazione – queste sì - miracolose, e infine vince la sua scommessa, spezzando il cortocircuito fra immaginazione e Storia grazie all’unico strumento capace di contemplarle entrambe come aspetti di una medesima, più alta verità.
“In verità qualcosa di grandioso, qualcosa di misterioso, sta accadendo/Per il calamo e quel che con esso scriviamo/Deve pur esistere un creatore per questo prodigio”.



L'autore



09 novembre 2010 Di Matteo Baldi

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