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Recensione

Il Il sorriso di Pol Pot copertina

Il sorriso di Pol Pot di Peter Fröberg Idling

“Non c’è modo di tornare indietro. E d’altra parte è evidente che, in linea di principio, abbiamo dato il nostro sostegno alla parte sbagliata. E, indirettamente, molto indirettamente, al genocidio. Ma cosa posso farci, oggi?”

I fatti, per prima cosa.
Nel 1970, in Cambogia, un colpo di stato guidato dal generale Lon Nol depose il principe Sihanouk. Poco dopo iniziò la guerra civile tra il regime di Lon Nol, appoggiato dagli americani, e i guerriglieri comunisti che avevano preso il nome di ‘khmer rossi’.
Nel 1975 gli americani si ritirarono dal Vietnam del Sud, cadde il corrotto governo cambogiano e i khmer rossi, capeggiati da Pol Pot, presero il potere, avviando una trasformazione sociale radicale nel paese che avevano rinominato Kampuchea Democratica.
All’epoca di Sihanouk la Cambogia aveva l’aspetto di un paese dell’occidente: Phnom Penh era una città moderna dagli ampli viali, migliaia di chilometri di autostrade percorrevano il paese, la rete ferroviaria era estesa, l’alfabetizzazione era ad un buon livello.
Lo stato comunista e contadino che Pol Pot aveva in mente era agli opposti.
La prima misura fu svuotare le città, ordinandone l’evacuazione di massa. Tutti i simboli della civiltà occidentale vennero distrutti: automobili e macchinari, elettrodomestici e case.
Abolite le scuole: gli intellettuali erano al bando, chiunque venisse sorpreso a scrivere, o fosse semplicemente in possesso di matite, veniva ucciso. Bastava avere gli occhiali per essere smascherato come qualcuno che aveva studiato e che doveva essere eliminato.
Una giacca nera abbottonata fino al collo era la divisa per tutti.
La Cambogia- anzi, la Kampuchea Democratica- divenne un immenso campo di lavori forzati.
Arresti, torture, morte, erano in agguato per la minima trasgressione.
E il complesso-prigione S-21 era la destinazione più temuta dagli arrestati: S-21 come Auschwitz, sinonimo di morte. Quando la dittatura di Pol Pot fu rovesciata dal vicino Vietnam nel 1979, uno su quattro cambogiani erano morti, il 25% della popolazione.

Ancora fatti: nell’agosto del 1978 una delegazione di quattro svedesi guidati da Jan Myrdal (non un intellettuale qualunque, era figlio di Alva, premio Nobel per la pace, e di Gunnar, premio Nobel per l’economia) visitò la Cambogia.
Al ritorno i quattro non ebbero che espressioni di ammirazione, opinioni entusiastiche di quanto avevano visto, smentite di voci negative che circolavano e che, a parer loro, erano tendenziose. La Kampuchea Democratica era uno stato modello, una vera e propria rivoluzione dei modelli di vita occidentale.


Partendo da queste premesse, Peter Fröberg Idling, giornalista, scrittore e critico letterario svedese, ha scritto il suo libro di indagine, Il sorriso di Pol Pot.
C’è una domanda centrale nel libro: come è stato possibile?
Se, secondo le statistiche, un milione e trecentotrentamila persone erano già morte al momento in cui gli svedesi atterravano a Phnom Penh, come è stato possibile, primo: che i khmer rossi siano stati in grado di organizzare quell’enorme finzione di ordine, lindore, produttività, soddisfazione (perché ci sono anche fotografie che parlano chiaro), quella sceneggiata orchestrata per gli occhi e gli orecchi dei visitatori; secondo: che i quattro svedesi si siano lasciati ingannare, non si siano insospettiti (dalla città deserta, ad esempio), non abbiano fatto domande (sulla sorte di parecchi scomparsi di loro conoscenza, compreso il marito di una della delegazione).
Forse gli svedesi hanno visto ma non hanno voluto rivelare nulla per non danneggiare una rivoluzione giusta?
Oppure hanno visto e non hanno compreso del tutto, hanno visto cose che non sono stati capaci di porre nel giusto contesto?
Hanno visto e non hanno voluto vedere?



Incomincia così il viaggio di indagine di Peter Fröberg Idling.
Viaggio sul posto, in una Cambogia ancora segnata dalle cicatrici di guerra
, sulle tracce dei sopravvissuti di quei tempi, di coloro che apparivano nelle foto insieme agli svedesi (l’interprete, ad esempio), di quelli che erano vicini a Pol Pot, delle guardie della prigione.
Viaggio nei ricordi
dei membri della delegazione- e non tutti accettano di parlare con limpidezza.
Viaggio nelle biblioteche e negli archivi
. Nella famigerata S-21 con le fotografie degli arrestati morituri- occhi allucinati, cartoncino identificativo appuntato direttamente sulla pelle.
Viaggio nella biografia di Pol Pot, studente alla Sorbona con il nome di Saloth Sar. Capitoli nel passato con il titolo Come un bianco sfarfallio, raccolta di testimonianze intitolate Ho visto quello che ho visto.
E sempre, in primo piano, ossessive, le domande: come è stato possibile?
Come si passa ad essere, da studente, un assassino di masse?
Quante verità ci possono essere?

Dietro, il sorriso di Pol Pot, uguale a quello di altri, uguale a quello di Mao, che scopriva solo l’arcata superiore dei denti. Un sorriso enigmatico come quello della Gioconda. Un libro molto bello, molto intenso, molto appassionante, con frasi secche come staffilate.

Peter Fröberg Idling - Il sorriso di Pol Pot
Titolo originale: Pol Pots leende
Traduzione di Laura Cangemi
323 pag., 17,00 € - Edizioni Iperborea 2010
ISBN 978-88-709-1181-7


L'autore


04 novembre 2010 Di Marilia Piccone

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