Ricerca avanzata
Recensione

La mia lotta (1) copertina

Alla ricerca del tempo perduto: La mia lotta di Karl Ove Knausgård

“Per il cuore la vita è semplice: batte finché può, poi si ferma”.

Leggi l'intervista esclusiva a Karl Ove Knausgård


Esce presso Ponte alle Grazie il primo volume de La mia lotta, di Karl Ove Knausgård, il nuovo fenomeno letterario norvegese. Non è un esordiente, ha pubblicato già un paio di romanzi giudicati molto favorevolmente dalla critica, ma con La mia lotta, un’opera monumentale in sei volumi, è stata celebrata la sua consacrazione nel firmamento letterario.

Definito “il Proust norvegese”, “lo scrittore più originale e promettente della sua generazione”, Knausgård si è già aggiudicato una quantità impressionante di premi letterari e i diritti dell’opera sono stati venduti in molti paesi. In Norvegia i primi cinque libri sono usciti nell’arco di un anno e il sesto è in lavorazione, e ovunque si presenti Knausgård gode dell’accoglienza riservata a una rockstar. I numeri sono impressionanti: 200000 copie vendute in un paese di meno di cinque milioni di abitanti, fra i primi tre in classifica per 25 settimane. Il successo del primo volume è stato tale che, richiesti a furor di popolo, in soli sei mesi sono usciti anche i tre volumi successivi.
Raramente un’opera ha ricevuto un’accoglienza così appassionata da parte dei commentatori e dei critici. E in pochi casi gli editori europei si sono spesi così decisamente per lanciare un autore, con una campagna promozionale che non lascia niente di intentato. Luigi Spagnol, che solitamente non si sbilancia sui suoi autori, accompagna l’uscita del libro con una lettera in cui definisce La mia lotta “uno dei libri più straordinari non solo tra quelli che ho avuto la fortuna di pubblicare, ma tra tutti quelli che ho mai letto” .


"C'è tutto il bene e il male della relazione padre-figlio tanto esplorata dalla letteratura, da Amleto a Kafka... Knausgård non ha paura, va dritto al punto. La sua è la lotta con le cose grandi, importanti della vita."
Information


© Thomas Wågström

La mia lotta è sicuramente un’impresa ambiziosa, un unicum, se non altro per il proposito di raggiungere un vasto pubblico con il genere dell’autofiction. Per una volta, insomma, il caso letterario scandinavo non è un autore di thriller-noir.
Knausgård ha 42 anni. È un dato che fa riflettere, perché a 42 anni questo autore intraprende un progetto colossale, quello di scrivere la propria autobiografia e indagare il rapporto conflittuale con il padre. In sei volumi, per giunta con un titolo assai provocatorio, forse ironico, Min Kamp. Insomma, uno spiazzante amalgama tra la Recherche proustiana e l’autobiografia hitleriana.
Per ora in Italia è stato edito solo il primo volume della serie, ma anche questo è sufficiente per capire che Knausgard ha talento e la capacità di trascinare appassionatamente il lettore nel ricordo della sua adolescenza.
Cosa ha spinto Knausgård a scrivere? Un trauma che lo ha segnato: la figura del padre, morto alcolista nel 1998. Un padre severo, freddo, temuto, poco interessato alla famiglia e ai figli, quasi inumano nella sua glacialità. Knausgård, oggi padre di tre bambini, scrive forse per non diventare come quel padre che ha condizionato così tanto la sua vita. Il racconto è una lunga rielaborazione del lutto, che ripercorre il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza, con i rapporti familiari che si complicano, le amicizie, gli amori, i drammi quotidiani vissuti pur nella loro banalità, le delusioni e i tradimenti. Knausgård racconta la sua lotta, le battaglie combattute per diventare l’uomo che è adesso, mettendo il suo nome e tutta la sua vita nell'opera, sacrificando la sua relazione con una parte della famiglia e con i suoi amici.


Proiettati nella vita dell’autore, trascinati dalla corrente dei ricordi, ci rendiamo conto che la forza di quest’opera sta nel rendere importante un’esistenza qualunque, con tutta la banalità del suo quotidiano. La mia lotta, dunque, è in primo luogo un meccanismo narrativo di autofiction iperrealistica in cui ogni minimo dettaglio acquista peso e rilevanza, secondo una precisa volontà poetica di nominare il mondo per possederlo. Sicuramente il punto di forza di Knausgård sta nella descrizione minuziosa degli elementi naturali e della psiche umana. Ma è l’urgenza, la verità che si respira tra le parole, quello che rende questa scrittura autentica e necessaria .

© Kristian Ridder-Nielsen

A metà esatta del libro si colloca simbolicamente l’episodio cardine, la morte del padre. In un soffio arriviamo alla fine, tra i ricordi e le questioni burocratiche relative all’organizzazione del funerale in casa della nonna. Il distacco del protagonista si contrappone a momenti di doloroso coinvolgimento, dove la sofferenza e l’infelicità accumulata negli anni si mescolano e trovano sfogo.
Eppure alla fine del libro l’autore ci lascia parzialmente insoddisfatti. Abbiamo conosciuto una parte dell’adolescenza del protagonista, alcune vicissitudini familiari, abbiamo messo a fuoco le figure del padre, di una madre quasi completamente assente, di un fratello distaccato, dei nonni. Ma qualcosa in fondo ci sfugge, perché paradossalmente questo padre non ci sembra effettivamente così terribile. È un padre sicuramente autoritario, che non si è molto speso nell’instaurare un dialogo con i figli, che poi si è perso nel tunnel dell’alcolismo dopo il fallimento del primo matrimonio e si è chiuso in se stesso. Insomma, un uomo che in definitiva finiamo per compatire, su cui preferiamo non dare giudizi affrettati e superficiali, che sembra chiedere la nostra indulgenza e che non ci sentiamo di condannare in toto. Vogliamo qualcosa di più dall'autore, pretendiamo di sapere cosa vuole dirci negli altri cinque volumi, perché deve esserci un trauma nascosto, rimosso o dimenticato di cui l’autore ancora non ha fatto parola. O forse quello a cui mirava il primo libro è semplicemente l’accettazione del concetto di morte come parte essenziale della vita nella sua cruda materialità, “niente più di un tubo forato che spruzza, un ramo che si spezza al vento, una giacca che scivola da una gruccia e cade a terra”.
Certo, noi siamo i lettori, non abbiamo vissuto in prima persona le vicende, abbiamo solo una visione parziale e condizionata dei fatti. Sicuramente è una tattica ben studiata per accrescere la curiosità e un incentivo per proseguire nella lettura dei cinque volumi successivi. Dobbiamo cadere nella trappola, correndo il rischio di rimanere delusi, anche se siamo convinti che una maggiore concisione dell’autore non avrebbe fatto poi così male.


Catapultato sulla scena pubblica, sotto i riflettori della celebrità, Knausgård ha raggiunto in un attimo la vetta del successo. Un entusiasmo spropositato, un’accoglienza amplificata evidentemente da un interesse editoriale e pubblicitario. Un acceso dibattito si è subito sviluppato in Norvegia intorno alla scelta dell'autore di esporre senza coperture le vite di amici e parenti. Pochi giorni fa l'ex-moglie Tonje Aursland, in una testimonianza per la radio norvegese RNK, ha dichiarato di essere diventata contro la sua volontà un soggetto dell'autobiografia dell'ex-marito.
Indizi che ci avvertono che forse è meglio mantenere sempre una certa diffidenza di fronte alle proposte del mercato, avanzando cautamente per distinguere meriti reali da montature promozionali .    


Un brano

"Per tutta l’infanzia e l’adolescenza ci sforziamo di stabilire la giusta distanza dalle cose e dai fenomeni. Leggiamo, impariamo, facciamo esperienze, rettifichiamo. Arriviamo quindi un giorno al punto in cui tutte le distanze necessarie sono state fissate, tutti i sistemi necessari sono stati stabiliti. E allora che il tempo comincia ad andare più veloce. Non incontra più nessun ostacolo, tutto è stato fissato, il tempo scorre attraverso le nostre vite, i giorni scompaiono a gran velocità, prima di rendercene conto abbiamo quaranta, cinquanta, sessant’anni... Il senso ha bisogno di essere colmato, per colmarlo c’è bisogno di tempo, il tempo ha bisogno di incontrare resistenza. La conoscenza è distanza, la conoscenza è stabilità e nemica del senso. In altre parole, l’immagine che ho di mio padre quella sera del 1976 è doppia: da un lato lo vedo come lo vedevo allora, con gli occhi di un bambino di otto anni, imprevedibile e spaventoso, dall’altro come un coetaneo, a cui il tempo porta via con sé in un soffio frammenti di significato sempre più grandi."

L'autore


21 ottobre 2010 Di Sandra Bardotti

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti