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Recensione

La La manomissione delle parole copertina

La manomissione delle Parole di Gianrico Carofiglio

Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle.
Nei nostri seminari chiamiamo "manomissione" questa operazione di rottura e ricostruzione. La parola manomissione ha due significati, in apparenza molto diversi. Nel primo significato essa è sinonimo di alterazione, violazione, danneggiamento. Nel secondo, che discende direttamente dall'antico diritto romano (manomissione era la cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato) essa è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione.
La manomissione delle parole include entrambi questi significati. Noi facciamo a pezzi le parole (le manomettiamo, nel senso di alterarle, violarle) e poi le rimontiamo (le manomettiamo nel senso di liberarle dai vincoli delle convenzioni verbali e dei non significati).
Solo dopo la manomissione, possiamo usare le nostre parole per raccontare storie.


Quello che avete appena letto è un brano da un romanzo di Carofiglio del 2006, Ragionevoli dubbi, in cui il suo protagonista, Guido Guerrieri, cita il libro di cui parleremo ora. Ma il libro non esisteva ancora, era un immaginario saggio intitolato La manomissione delle parole. Appunti per un seminario sulla scrittura, che tuttavia ha suscitato curiosità e interesse nei lettori (questi sì, veri) al punto da portare Carofiglio a scriverlo sul serio questo volumetto, lanciando un sasso nello stagno del dibattito sulla lingua italiana nel nuovo millennio.

In una recente, interessantissima puntata della trasmissione televisiva L'Infedele condotta da Gad Lerner si è dibattutto sulla perdita di significato, sullo spostamento di senso, sul disperdersi delle parole. Tra gli ospiti anche Gianrico Carofiglio che a questo tema importantissimo - perché ne va della nostra capacità di comunicare, di trasmettere idee, concetti, valori, posizioni politiche e prospettive sociali - ha dedicato questo libro.
Sono pochi, densi spunti di riflessione su termini importanti della nostra esistenza come libertà, democrazia, vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta, che si riferiscono a una conoscenza collettiva, a un'esperienza comune che non deve essere in alcun modo travisata per non perderne i valori profondi. Carofiglio ci propone queste parole anche attraverso le frasi, le citazioni di grandi autori come Calvino, Gramsci, Levi, Camus, Carroll, Orwell, Toni Morrison, Wittgenstein, Paul Auster, Goethe, Nadine Gordimer e molti altri.


Cambiare il rapporto con il linguaggio può trasformare anche la politica, la società.
Al centro dell'analisi c'è anche la questione del potere e della capacità di quest'ultimo di mutare il mondo delle parole, che è forte e vero.
Le parole possono avere un potere straordinario e trasformativo, nel bene e nel male. Uno studio dell'antropologo Bob Levy svolto negli anni Cinquanta a Tahiti ha messo in luce come qui vi fosse un tasso di suicidi più alto che altrove. Analizzando la situazione si scoprì che i tahitiani non possedevano parole per indicare la sofferenza morale, per esprimere ed espellere la sofferenza in modo innocuo per se stessi. Chi non ha le parole per risolvere i problemi e per dire le cose importanti della vita, come i criminali sprovvisti di termini (e dunque concetti) che indichino vergogna e sofferenza, reagisce con gli atti a ciò che non può dire a parole.

Un linguaggio semplificato e comprensibile non significa tuttavia che sia un linguaggio povero e non comunicativo. Viceversa la complessità può indicare incomprensione, incomunicabilità. Spesso però le persone non riescono più a raccontarsi e non si sentono raccontate: da valore positivo la cultura sta diventando un disvalore sia per la destra che per la sinistra, per la politica in generale. E questo fenomeno è sempre negativo e spesso pericoloso.


"George Steiner ha osservato - scrive Carofiglio - che le ideologie cosiddette competitive, come il nazismo non producono lingue creative, e solo di rado elaborano nuovi termini: molto più spesso 'saccheggiano e decompongono la lingua della comunità', manipolandola e usandola come un'arma".
"L'usurpazione, il furto delle parole è un fenomeno lento, progressivo e ricorrente", sin dall'antichità.
È dunque compito di tutti far vivere queste parole nel loro giusto e completo significato, non farsele rubare, difenderle e tramandarle.



Gianrico Carofiglio - La manomissione delle parole
A cura di Margherita Losacco

188 pag., 13,00 € - Edizioni Rizzoli 2010 (Rizzoli la scala)
ISBN 978-88-17-04368-7



l'autore



19 ottobre 2010 Di Giulia Mozzato

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