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Recensione

Non è un paese per vecchie copertina

Non è un paese per vecchie: Loredana Lipperini continua la sua indagine sulla discriminazione

“I vecchi sono numeri. Numeri che ci fanno paura, come quell’uno su tre che riguarda la percentuale di anziani che abiteranno il nostro paese di qui ai prossimi anni. Numeri che, più raramente, ci consolano in una notizia in cronaca regionale, ricordandoci che la vita si è allungata.
I vecchi danno fastidio. È sempre stato così: ma adesso, e soprattutto nel nostro paese, avviene qualcosa di diverso. C’è una sola generazione. A new kind of generation. Quella dei cinquanta-sessantenni. Le altre devono adeguarsi. O svanire.”

Leggi l'intervista a Loredana Lipperini


I vecchi sono numeri che fanno paura, in un paese che invecchia a velocità allarmante e ha uno stato sociale e assistenziale tra i peggiori d’Europa, i vecchi non si vedono e quando li incontri per strada danno fastidio, i vecchi non esistono e non appaiono in televisione, specie se di sesso femminile. I vecchi non vendono, non piacciono, non hanno appeal. I vecchi sono troppi, ignorano e addirittura ostacolano il nuovo, hanno paura dei cambiamenti. Hanno più soldi, hanno avuto buone posizioni professionali, hanno raggiunto la desiderata pensione. Insomma, portano via ai giovani denaro e lavoro, occupano le cattedre e i posti migliori, sono parassiti. L’astio della società in cui viviamo è moderato solo da un fatto: restano pur sempre possibili consumatori. E neppure si ammette facilmente che spesso sono i nonni a contribuire al sostentamento di figli e nipoti, sostituendosi allo stato e provvedendo a coprire le mancanze di un welfare inesistente. Ma nell'immaginario restano sempre le cause del disastro.
L’Italia è un paese di vecchi, ma non per vecchi. Bisognerebbe non invecchiare mai, restare sempre giovani, sconfiggere il tempo. Bisognerebbe negare la vecchiaia, cancellarla, e con essa lo spettro della morte. Ecco il punto, il tabù orrendo della nostra società: la morte. Eppure, l'Italia non è nemmeno un paese per giovani. Solo quelli la cui famiglia d'origine ha possibilità economiche avranno la strada spianata. In Italia esiste solo una generazione che ha il potere nelle sue mani, "a new kind of generation": quella dei cinquanta-sessantenni, che travisa il concetto di giovinezza come quello di vecchiaia, che non si considera né vecchia né matura, eternamente giovane. Nel 2009 Alessandro Rosina, professore associato di Demografia alla Cattolica di Milano, dichiarava: "Il protagonismo della generazione dei cinquantenni ha prodotto scompiglio, ed è la causa prima di una situazione che andrebbe cambiata con urgenza [...] In Italia è saltato il patto generazionale implicito che imporrebbe alle generazioni che conquistano potere di non allargarsi troppo a danno delle successive: il debito pubblico consente invece a chi possiede il benessere di mantenerlo ai danni dei giovani. Il cui silenzio e la cui passività, d'altro canto, inquietano. [...] Le colpe e le responsabilità vanno ripartite fra l'egoismo di una generazione che ha cercato di prendersi tutto il possibile e un'altra, quella dei trentenni, che ha reagito facendosi aiutare dai padri e cercando una felicità dei singoli più che il benessere sociale". In tutto ciò, quelli su cui viene scaricata la colpa sono i vecchi.
I media si occupano dei vecchi esclusivamente quando si tratta di morti violente da cronaca nera, caldo, pensioni, quasi fosse un tentativo di esorcizzare la morte come naturale conclusione di un ciclo vitale. D'estate le notizie sull'abbandono degli animali in autostrada seguono quelle sull'abbandono degli anziani in città.
Tutta schiacciata sul presente la nostra società ha abolito progressivamente anche la memoria e l’identità, e con esse l’importanza dell’esperienza. Anche il termine vecchiaia viene progressivamente rimosso, sostituito da alcuni considerati meno dispregiativi: senilità, terza età. Nonno, parola che addolcisce l'immaginario. Ma cosa c'è di sbagliato nella parola vecchio? Quando questa parola ha cominciato a designare uno status deplorevole? Invecchiare significa non essere riusciti a restare giovani, e questo ci rende perdenti, anche un po' colpevoli. La vecchiaia non è più socialmente ammissibile, è una vergogna. L’Italia è un paese che fa un vanto del corpo femminile giovane ed esibito. Appare chiaramente dal ritratto dell'attuale generazione politica al potere, dai suoi discorsi, dal terrore di invecchiare che si legge nel suo volto imbellettato. Non passa giorno senza che la pubblicità e gli slogan che combattono l’invecchiamento ci ricordino che il decadimento fisico è una malattia, la peggiore. Ci sono i gruppi su facebook, che esprimono odio feroce nei confronti di vecchi in macchina, vecchi in bicicletta, vecchi che guardano i lavori in corso, vecchi che bloccano le file e gli ambulatori...
Se poi rivolgiamo l’attenzione sul mondo femminile, la situazione è anche peggiore. Se non sono nonne o tate, le vecchie sono completamente inutili, e nell’immaginario diventano perfino crudeli come streghe. La loro pensione è inferiore a quella degli uomini, perché anche quando arrivano a occupare una posizione apicale il loro salario è comunque minore di quello di un collega maschio.
L’immagine che la pubblicità e i media offrono è quella di una donna che deve essere eternamente giovane, bella, audace, desiderabile, inserita nel posto giusto al momento giusto. Gli anziani, al massimo, possono pubblicizzare cibo, ponendosi come garanti dei veri sapori di una volta, oppure prodotti sanitari; le donne, in particolare, pubblicizzano i prodotti per la casa, le creme antirughe, una linea di vestiti con taglie “comode”. Negli show, invece, l’immagine di uomini e donne scade fino alla caricatura e al ridicolo. È l’umiliazione più completa, che mette in scena donne che cercano di somigliare il più possibile all’immagine che la televisione vuole della donna. Soprattutto per quanto riguarda le donne, non viene attribuita loro nessuna patente di saggezza, se non nel raro caso in cui ci si trovi davanti a un premio nobel. La morte della bellezza giovanile è considerata morte del femminile, perché al centro di ogni discorso c’è sempre il corpo, secondo un culto esaperato dell’immagine tipico del nostro tempo.


C'è tutto questo e molto altro nell'ultimo lavoro di Loredana Lipperini. Ne viene fuori un ritratto amaro della società in cui viviamo. Non è un paese per vecchie affronta il tema della vecchiaia a tutto tondo, non focalizzando l’attenzione solo sull’universo femminile, perché il tema è urgente e non esclusivamente di genere. Il libro è ricco di spunti di riflessione che potrebbero aprire accesi dibattiti, ed è costruito rivolgendo un’attenzione particolare al mondo di internet, dove vi è ampia circolazione di notizie e pensieri. Loredana Lipperini, blogger di Lipperatura, ha raccolto molte testimonianze in rete, servendosi anche del suo sito, rafforzando le sue analisi con numeri e fonti, dipingendo un quadro allarmante di una società che non accetta più di invecchiare e fa di tutto per ripudiare il pensiero della morte. Le fasce deboli sono escluse sia dalla politica che dalla società. E, come succede per i bambini, c’è chi propone anche di togliere il diritto di voto dopo i 70 anni: i vecchi non sono più neppure cittadini, ma solo assistiti.
La Lipperini aveva affrontato l’argomento anche nel 2007, in Ancora dalla parte delle bambine, ma mentre l’infanzia richiama sempre alla tenerezza e all’empatia, parlare di vecchiaia è più difficile e suscita ripugnanza.
Un libro necessario e coraggioso, che dovrebbe avere una circolazione anche scolastica, avendo al suo centro un tema fondamentale. Si parla di vecchiaia, ma il nodo della questione è sotto e prima: è un problema di immaginario, di rispetto del proprio corpo e di quello altrui, e questo è un valore che tutti dovremmo imparare sin da piccoli .


L'autrice


08 ottobre 2010 Di Sandra Bardotti

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