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RECENSIONE

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Titolo Nel segno di David
Autore Abulhawa Susan
Dati XIII-367 p., rilegato
Prezzo € 17,00
Prezzo IBS € 14,45
Editore Sperling & Kupfer
Collana Pandora
EAN 9788820041793
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Susan Abulhawa

Nel segno di David


"Con la conquista israeliana della Palestina nel 1967 non potemmo più tornare a Gerusalemme. Non ci era permesso. Durante il primo giorno di occupazione Israele demolì tutti i circa duecento antichi palazzi del quartiere marocchino, dando alle centinaia di residenti poche ore di preavviso per evacuare le loro case, le loro vite, la loro storia."

Suo padre glielo ripeteva sempre, che l’avevano chiamata Amal, con la a lunga, perché così acquistava il significato al plurale: voleva dire “speranze”, tutte le speranze che erano necessarie ai palestinesi per continuare a voler vivere.
Si chiama Amal la protagonista che - ad un certo punto - diventa la voce narrante del romanzo Nel segno di David della scrittrice palestinese Susan Abulhawa. In realtà il titolo originale è La cicatrice di David, perché il fratellino di Amal, rapito da un israeliano per essere “regalato” alla moglie sterile, aveva una cicatrice sul viso e verrà riconosciuto da quella cicatrice quasi vent’anni dopo, durante la guerra dei sei giorni, dal fratello maggiore. Mentre lui neppure sa di essere arabo, di essersi chiamato Ibrahim prima che i nuovi genitori gli dessero il nome di David, di trovarsi davanti ad un nemico che è in realtà suo fratello. E allora il segno di quella vecchia ferita diventa qualcosa di più di un marchio di riconoscimento, è la cicatrice mai rimarginata di tutta una nazione, è una linea di frontiera che una volta non esisteva, sarà un muro eretto come un recinto.

 “La storia la scrivono i vincitori”, è una frase citata da Goering a Norimberga, e fa un effetto strano riferirla in questo contesto in cui i vincitori appartengono al popolo che i nazisti avevano progettato di sterminare.
La Storia dei vincitori - gli Israeliani - parla di una terra promessa da cui sono stati espropriati ma loro di diritto, unica garanzia di vita dopo i pogrom, le uccisioni di massa e i forni che li hanno spinti a lasciare l’Europa.
La Storia dei vinti - i palestinesi - parla del primo grande sopruso di aver dovuto abbandonare, nel 1948, le case e la terra in cui vivevano da un tempo di cui si è persa la memoria, di essere stati sospinti come bestiame nei campi profughi, con scene di violenza che sono pari a quelle di stampo nazista.
La Storia contenuta nei libri cita il trattato di Balfour che ha creato le premesse per mezzo secolo di guerre e guerriglie.

Il libro di Susan Abulhawa racconta la storia dei vinti attraverso quella della famiglia di Amal, con due grandi scene di apocalittica violenza che segnano i due climax del romanzo: la prima è nel 1948, quando la famiglia di Amal deve lasciare Ein Hod, fondata da un generale dell’esercito di Saladino nel 1189, e culmina nel rapimento del bambino; la seconda è nel 2002, quando gli israeliani distrussero Jenin, il campo profughi che era cresciuto a dismisura in mezzo secolo di “provvisorietà”. Covo di terroristi, secondo Israele, ma la rappresaglia operata, che non fa distinzione tra attivisti, vecchi, donne e bambini, è di infausta memoria.

È un romanzo composito, Il segno di David di Susan Abulhawa, a tratti romanzo storico e a tratti saga famigliare. C’è un tono nostalgico nella rievocazione di un passato dorato e scomparso, una vena sentimentale nelle storie d’amore della protagonista, del fratello, dell’amica, una indignazione che unisce la rabbia al dolore nel racconto di fatti che non sono stati riferiti in maniera corretta dai media. Ed è sempre opportuno leggere la storia nella versione dei vinti, ascoltare un’altra voce.

Traduzione di C. Lionetti .


Le prime pagine


1
II raccolto

1941

IN un tempo lontano, prima che la storia si trascinasse oltre le colline mandando in frantumi presente e futuro, prima che il vento afferrasse la terra per un angolino e ne scrollasse via l’immemorabile sudiciume arabo, prima che Amai nascesse, un piccolo villaggio a est di Haifa campava modestamente di fichi e olive, frontiere aperte e luce del sole.
Era ancora buio, ma solo i bambini dormivano mentre gli abitanti di Ein Hod si  preparavano per la salat mattutina, la prima delle cinque preghiere giornaliere. La luna era bassa, come una fìbbia che legava terra e cielo, giusto uno spicchio di promessa troppo timida per essere piena. Le membra di chi si era appena svegliato si stiravano, l'acqua lavava via il sonno, occhi speranzosi si aprivano. Il wudu, l'abluzione rituale prima della salat, diffondeva il brusio della Shahadah nella foschia del mattino: centinaia di sussurri che proclamavano l'unicità di Allah e rendevano omaggio al suo profeta Maometto. Quel giorno pregavano all'aperto e con particolare devozione perché era l'inizio del raccolto delle olive. In un'occasione così importante era meglio salire sulle colline rocciose con la coscienza pulita.
E così, nell'orchestra aurorale di animaletti, grilli e uccelli indaffarati. - cui ben presto si sarebbero aggiunti i galli -, il chiarore della luna proiettava le ombre degli abitanti del villaggio inginocchiati a pregare sui loro tappetini. Chiedevano perlopiù l'assoluzione dai loro peccati, ma alcuni aggiungevano qualche rak’a. Comunque fosse, prima d'incamminarsi verso ovest in direzione di uliveti e frutteti stando bene attenti a evitare i cactus, tutti mormoravano: «Mio Signore Allah, che oggi sia fatta la tua volontà. Ti offro la mia sottomissione e la mia gratitudine».
Ogni novembre la settimana del raccolto portava nuovo vigore al villaggio di Ein Hod, e Yehya, Abu Hasan, se lo sentiva nelle ossa. Usciva di casa presto con i figli, che assillava nella speranza di precedere gli altri per potersene poi vantare. Ma anche i vicini la pensavano come lui e il raccolto cominciava immancabilmente verso le cinque del mattino.
Yehya si voi se imbarazzato verso la moglie Basima, che portava in testa il canestro con teloni e coperte, e bisbigliò: «Um Hasan, l’anno prossimo dobbiamo alzarci più presto. Voglio iniziare un'ora prima di Salem, quel vecchio idiota sdentato».
Basima levò gli occhi al cielo. Era la solita storia.
A mano a mano che l'oscurità si stemperava nella luce, dalle colline sbiancate dal sole della Palestina si levavano i rumori della raccolta del nobile frutto. I tonfi dei bastoni dei contadini sui rami, le proteste delle foglie, il clip clop delle olive che cadevano sui teli e sulle coperte stese a terra per raccoglierle. Durante il lavoro le donne intonavano ballate vecchie di secoli, mentre i bambini giocavano e venivano rimproverati se si allontanavano troppo.

© 2006, Sperling & Kupfer

Abulhawa Susan - Nel segno di David
XIII-367 pag., 17,00 € - Edizioni Sperling & Kupfer 2006 (Pandora)
ISBN 9788820041793


L'autrice



13 novembre 2006 Di Marilia Piccone


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