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| Titolo |
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Sangue mio |
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| Autore |
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Ferrario Davide |
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| Dati |
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191 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 16,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 13,60 |
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| Editore |
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Feltrinelli |
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| Collana |
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I narratori |
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| EAN |
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9788807018213 |
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Sangue mio di Davide Ferrario"E tutto è di nuovo come prima. Allora si alza, mi tende la mano e dice: «Torniamo a casa, Gretel». E io lo seguo. Seguo Ulisse Bernardini, mio padre, sangue mio."
Leggi l'intervista esclusiva a Davide Ferrario
Nostos in greco vuol dire ritorno. Il nostos più famoso che conserviamo nella memoria è quello di Ulisse, da Troia a Itaca. Nostalgia è dunque la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare. Dove? A casa, intendendo per il termine qualunque luogo, persona, cosa, che rappresenti in noi l’idea di “casa”.
Ulisse è il protagonista dell’ultimo romanzo del regista Davide Ferrario, Sangue mio, edito da Feltrinelli. Ulisse è un ex rapinatore detenuto da 18 anni nel carcere delle Vallette. Pochi giorni prima della scarcerazione riceve la visita di sua figlia Gretel, di cui sapeva l’esistenza ma che non aveva mai conosciuto. Gretel comunica al padre di essere affetta da una rara e grave malattia, la sindrome di Hallerworden e Spatz, al momento latente ma che potrebbe in breve tempo portarla alla paralisi e alla morte, e gli propone di accompagnarla a Maratea, al santuario di San Biagio, per bere la manna e chiedere il miracolo della guarigione. Gretel non è credente, ma stavolta ha bisogno di credere che alla sua giovane età esista un’alternativa alla dannazione di una malattia. Ulisse accetterà di accompagnare la figlia appena ritrovata e inizia così un lungo viaggio che li avvicinerà, talvolta in modo drammatico. Giunti a Maratea Ulisse scoprirà che il santuario era solo un espediente, il posto più lontano che Gretel aveva trovato per guadagnare tempo e iniziare la conoscenza del padre. E alla fine del viaggio Gretel avanzerà al padre una richiesta terribile, da cui quest’ultimo però non potrà sottrarsi.
È il viaggio dunque il protagonista del romanzo, un viaggio di andata e ritorno da un capo all’altro dell’Italia, tutt'altro che lineare, alla riscoperta del significato della vita e dei suoi valori. È questo il nostos di Ulisse e della sua figlia con un nome da fiaba, due personaggi nostalgici in cerca delle proprie radici. L'uno che dopo l'esperienza del carcere non dà più alcun senso al passare dei giorni e desidera solo scomparire in un luogo lontano e sconosciuto, l'altra che proprio dalla scoperta della malattia capisce l'importanza di ogni singolo istante. Giunti a Maratea, dopo aver ripercorso insieme le loro vite, avranno raggiunto la consapevolezza di aver ritrovato una “casa”, cioè degli affetti che li legheranno per tutto il resto della vita. Una “casa” a cui legare dei ricordi, il passato con il presente e il futuro, e prendere coscienza di non essere il vicolo cieco, il binario morto dove andrà a spegnersi una storia, il ramo secco dell’albero genealogico, quello che resta lì, monco, senza più speranza di creare nuova vita. Ferrario scava a fondo nella coscienza umana e nelle contraddizioni del sentimento, mosso dalla consapevolezza della necessità che la gente ha di amarsi e di appartenere a qualcuno o qualcosa. Il senso dell'appartenenza è il tema centrale, come si evince sin dal titolo e dalle parole di Gretel: “quando dico ‘appartenere’ intendo il senso che non sei sola nel mondo, l’idea che le tue parole non sono un vaniloquio ma c’è qualcuno che le ascolta, le ascolta davvero, e sa cosa significano per te che le dici”. Così si scopre che il desiderio di vivere e trovare il proprio posto nel mondo è più forte di qualsiasi evento negativo, malattia, carcere, violenza. E che la libertà non è fuori dalla realtà, ma sta nell'assumersi la responsabilità di una relazione. Sangue mio racconta anche il carcere, attraverso episodi di vita quotidiana dei detenuti, grazie all’esperienza sul campo svolta per una decina di anni da Ferrario come volontario in alcune case di detenzione italiane. “Frequentando il carcere ho capito che l’essere prigionieri è un qualcosa di diverso dall’essere delinquenti”, dichiara Ferrario, perché quella del prigioniero è una condizione affine a quella della malattia: una strada senza via di fuga che ti costringe a tirar fuori qualcosa che ti dia la forza di resistere, qualcosa che spesso non si è neppure consapevoli di avere.
La scrittura di Ferrario è intensa, a tratti molto femminile, capace di indagare a fondo il sentimento e le sue sfaccettature, e non ha paura di apparire talvolta sentimentale. È evidente che scrivere è per Ferrario, in primo luogo regista, un fatto estremamente privato, un luogo dove non esistono freni e il sentimento è messo a nudo. Ferrario è estremamente coinvolto nella vicenda e alla fine del romanzo resta nel lettore la sensazione che solo uno sia il personaggio: l’autore, con la sua necessità di raccontare storie e tirare le somme delle sue esperienze. Affiora dal racconto qualcosa di più profondo e si evidenzia in quella specie di confidenza vicina e distante che l'autore ha con i suoi personaggi, un'umanità ulteriore sulla quale non viene espresso un giudizio morale. Sangue mio è scritto con il "sangue" dell'autore, che si nasconde dietro ogni parola con la sua moralità non giudicante. E questo atteggiamento deriva in Ferrario dall'idea della vita come destino e casualità, oltre ogni fede, che ci richiama all'elemento puramente biologico dell'esistenza: siamo corpo, quello che ci portiamo addosso, e questo è meraviglioso.
L'autore
| 30 settembre 2010 | | Di Sandra Bardotti |
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