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HOME | giovedì 24 maggio 2012 |
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| Titolo |
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Il silenzio dell'innocenza |
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| Autore |
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Mam Somaly |
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| Dati |
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174 p., ill., rilegato |
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| Prezzo |
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€ 13,60 |
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| Prezzo IBS |
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€ 11,56 |
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| Editore |
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Corbaccio |
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| EAN |
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9788879728171 |
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Somaly Mam
Il silenzio dell'innocenza
“Le ragazze non sono mai consenzienti, soprattutto le più giovani. Piangono tutti i giorni di vergogna e di orrore per essere costrette a eseguire quel che i clienti, uno più orribile dell’altro, pretendono da loro.”
Ci sono persone che decidono di cambiare il mondo, e a volte ci riescono. Somaly Mam, nata attorno al 1970 in un villaggio cambogiano, ha vissuto gran parte della sua vita nell’orrore, prima come vittima poi per strappare migliaia di vittime alla schiavitù e alla violenza: ha fondato nel 1996 l’AFESIP, “Agir pour le femmes en situation précaire” per assicurare, fornendo assistenza e istruzione, una vita autonoma e dignitosa alle ragazzine scappate dai bordelli della Cambogia, del Vietnam, della Tailandia, luoghi tristemente noti anche da noi come mete del turismo pedofilo.
Nel febbraio 2006 Somaly è stata tra le donne-simbolo invitate a sfilare alle Olimpiadi invernali di Torino, accanto al premio Nobel per la pace Wangari Maathai Kenia, alla scrittrice Isabel Allende, all’attrice Susan Sarandon, ambasciatrice dell’Unicef.
In questi giorni è uscito in Italia il suo libro autobiografico Il silenzio dell’innocenza in cui ripercorre le varie tappe di una vita fin dall’inizio segnata dalla povertà e dalla fatica: l’infanzia da orfanella affamata in un villaggio di capanne di bambù; l’adolescenza al servizio di un anziano commerciante che la vendette, quindicenne, a un bordello di Pnohm Penh; una prima fuga finita con la carcerazione e poi, otto anni dopo, l’incontro col biologo francese Pierre Legros, grazie al quale riuscì ad affrancarsi dalla schiavitù. Nel 1993 lo sposò e si trasferirono in Francia, ma la vita in Europa non offriva a nessuno dei due delle opportunità interessanti e l’anno dopo tornarono in Cambogia, lui come tecnico di laboratorio per “Médécins sans frontières”, lei già con l’idea di creare un’associazione per aiutare le ragazze intrappolate nella rete della prostituzione.
Incominciò andando a trovare le baby prostitute nei bordelli e convincendole a farsi visitare all’ospedale. Erano coperte di lividi e bruciature di sigarette, moltissime avevano contratto l’AIDS, perché non potevano imporre il preservativo ai clienti.
L’iter burocratico per fondare l’AFESIP e assicurarsi qualche contributo dall’Unione Europea e dall’Unicef è stato lungo e difficoltoso, ma ora, a dieci anni di distanza, l’associazione ha creato ambulatori, scuole, corsi di formazione professionale per parrucchiere, sarte, cuoche, in cui le insegnanti sono ex vittime il cui esempio è per le ragazze un forte stimolo a coltivare la speranza di potersi rifare una vita.
Dalle pagine del libro emerge una personalità fiera e determinata, capace di affrontare energicamente i gestori dei bordelli, fino ad ottenere la chiusura di alcuni di quei locali.
Naturalmente Somaly ha ricevuto e riceve molte minacce, anche quella, più spaventosa di tutte, di rifarsi sulle sue figlie, però non si è mai lasciata distogliere dalla sua missione, anzi le minacce le danno la certezza di essere sulla strada giusta.
Per maggiore sicurezza, poiché la sede centrale dell’Associazione è in Francia, molti le suggeriscono di continuare da lì la sua attività, ma il suo amore per una vita a contatto con la natura non glielo consente. Nel breve periodo passato in Francia dopo il matrimonio si è resa conto di non essere fatta per l’Europa: in Cambogia, appena può, si reca al suo villaggio natale, immergendosi nel silenzio e nei profumi della foresta, che le danno la carica per rinnovare ogni giorno la sua sfida.
Titolo originale: Le Silence dell'innocence
Traduzione di Susanna Sinigaglia
Le prime pagine
1. «Non bisogna cercare di conoscere il passato»
Mi chiamo Somaly: o, per lo meno, così mi chiamo adesso. Come tutti, in Cambogia, di nomi ne ho avuti parecchi. Un nome deriva da una scelta provvisoria, lo si cambia come si cambia vita se la sfortuna si accanisce contro di noi, per esempio. Ma non mi ricordo bene dei nomi che ho avuto quando ero piccola.
Del resto, non ricordo quasi niente della mia prima infanzia; non so granché delle mie origini e ho ricostruito a posteriori, da vaghi ricordi, quel minimo di storia che sto per raccontarvi.
Sono nata nel villaggio di Bou Sra nella provincia di Mondolkiri a est della Cambogia, non lontano dagli altipiani del Vietnam, e lì ho passato i miei primi anni di vita. È un paese collinoso ricoperto dalla savana e dalle foreste. Le popolazioni locali non sono khmer; nel paese le si conosce generalmente con il nome di phnong, che si potrebbe tradurre con «selvaggi». Appartengono a un ceppo di popolazione molto antico e fanno parte delle «minoranze etniche» secondo l'appellativo ufficiale, che non vuoi dire molto; i francesi, invece, le chiamano «montanari». Si riconoscono come khmer le popolazioni che si sono mescolate nella grande pianura centrale e che vivono della risaia immersa nell'acqua, mentre sulle montagne e sulle colline che circondano la pianura si vive di riso secco e della raccolta dei prodotti della foresta.
Ancor oggi, quando ho l'occasione di inoltrarmi nella foresta mi sento a casa e provo sensazioni che risalgono molto indietro nei miei ricordi; riconosco gli odori, le piante, so distinguere i prodotti commestibili. Non ne so i nomi, ma riconosco le cose. Rammento anche che, siccome non avevamo il sale, si faceva cuocere la carne con varie erbe aromatiche sotto la cenere, poiché la cenere insaporisce le pietanze.
Le abitazioni erano rotonde, sormontate da una leggera impalcatura di bambù e avevano due ingressi; il tetto e i muri erano di paglia, che si chiamava sbeu. L'interno era parzialmente occupato da una specie di grande giaciglio su cui si dormiva e si sistemavano gli oggetti. Vicino a uno dei due ingressi, c'era un focolare che serviva da cucina e dava un po' di calore nelle fredde notti. Ricordo il gelo continuo che provavo: è anche vero che non avevamo abiti. Gli uomini si coprivano con un perizoma e passavano la maggior parte del tempo a caccia. La sera, non c'erano luci.
A quell'epoca - si era agli inizi degli anni '70 - nessuno comprava niente perché non avevamo soldi e ci si doveva procurare in natura ciò di cui si aveva bisogno. Se si voleva un cavolo, lo si andava a chiedere a qualche vicino che lo coltivava e lui lo dava senza pretendere niente in cambio. Adesso è diverso: la gente di Phnom Penh che viene durante i week-end o in vacanza, sbarca con le sue grosse 4 x 4 e con le tasche piene di banconote. Tutti oggi sanno che cos'è il denaro!
Quando ritorno nella regione di Mondolkiri, mi rendo conto di avere lo stesso sangue della gente che vive lì; formiamo una specie di famiglia, ho strette relazioni con certi abitanti del villaggio. L'ultima volta che ci sono andata, alcuni abitanti della zona hanno percorso a piedi decine di chilometri per incontrarmi. I membri di queste « minoranze » sono così: hanno conservato una purezza interiore che li preserva dalla corruzione del denaro e della pretesa civiltà urbana che distrugge la morale tradizionale.
Nel 1994 a Kratié - dove mi trovavo con Pierre, mio marito -, ci parlarono di un guaritore che ricorreva ai rimedi tradizionali e mi suggerirono di andare a trovarlo. Mi ricordai allora all'improvviso che anch'io facevo parte delle « minoranze etniche ». D'acchito l'uomo si rivolse a me nella sua lingua; io non la conoscevo, ma afferrai senza difficoltà quello che voleva dire. Era forse simile a quella che si parlava a Bou Sra? Per la prima volta, mi riaffiorarono alla mente frammenti di ricordi della mia infanzia. Quella sera non riuscii a dormire, tormentata dall'idea di non sapere da dove venissi, né chi fossi.
In questa regione, l'alimentazione è completamente diversa da quella dei khmer che, dal canto loro, non la possono sopportare. Quando vi ritornai, circa venticinque anni dopo esserne partita, ero ansiosa all'idea di rincontrare la mia gente, mi chiedevo come mi avrebbero accolta; però riconobbi immediatamente il vitto a base di carne disseccata con stereo bovino, peperoncino, germogli di bambù amaro; il tutto impastato assieme e lavorato a forma di polpette, che si mangiano accompagnate dal riso. A questo piatto si aggiungono tutte le specie di erbe raccolte nella foresta. La prima volta che ho riscoperto questo cibo ne ho mangiato fino alla nausea.
Il riso proviene dalle risaie locali e la risaia si sviluppa a discapito della foresta, a cui si da fuoco. Ma la terra si esaurisce in fretta e, nel giro di pochi anni, si è costretti ad andare a cercare più lontano un terreno fertile. Rammento che percorrevamo distanze enormi - enormi per le mie piccole gambe di bambina - prima di raggiungere la montagna e di portarne indietro il riso: a volte bisognava camminare per parecchi giorni. Si trasportava tutto in grandi ceste portate sulle spalle, poiché non avevamo né carri né animali da tiro, a differenza dei khmer, e marciando nella foresta bisognava fare continuamente attenzione ai rami bassi degli alberi perché era lì che si annidavano i serpenti. Quando adesso ci ritorno, sono ancora in grado di trovare i funghi semplicemente dall'odore. Si catturavano anche molti insetti per mangiarli, come cavallette e formiche. Adoro le formiche! È qui che mi sento a casa mia, protetta. A Phnom Penh, nella grande città, resto un'estranea.
Quando vado nella mia regione, compro giare di distillato di riso da portare a casa. È una bevanda sana, solo legger-mente alcolica, che mi piace molto. Si beve dalla giara a turno, usando una canna di bambù come cannuccia. Molti miei collaboratori cambogiani non la bevono, perché fa venire loro il mal di testa. Probabilmente l'ho bevuta da piccola; e questo spiegherebbe perché ne adoro il sapore. In seguito, a Kompong Cham, ho assunto ancora alcol in compagnia; in genere, le donne e le ragazze khmer non bevono, ma io lo facevo per darmi importanza. Noi, la minoranza etnica, cerchiamo spesso di darci un tono nella società khmer per contrastare l'immagine che ci viene in genere attribuita di esseri un po' selvaggi e un po' stregoni, vicini alla natura e totalmente incontrollabili. Come in tutti gli stereotipi, c'è un fondo di verità... e anche molte fantasie: per esempio i khmer sono convinti che i selvaggi delle montagne siano cannibali e ne sono terrorizzati.
© 2006, Casa Editrice Corbaccio
Mam Somaly - Il silenzio dell'innocenza
174 pag., 13,70 € - Edizioni Corbaccio 2006
ISBN 9788879728171
L'autrice
 | | Somalymam.org | Somaly Mam nel 1998 è stata insignita del Premio Principe delle Asturie per la cooperazione internazionale su segnalazione di Emma Bonino, sua grande sostenitrice. Candidata al Premio Nobel per la pace dalla Regina di Spagna, da anni le televisioni e la stampa di tutto il mondo si occupano di lei.
Ma in Italia Somaly Mam è diventata un personaggio pubblico soprattutto con le Olimpiadi invernali di Torino quando, il 17 febbraio 2006, ha portato la bandiera olimpica assieme ad altre sette grandi donne come la keniota Wangari Maathai Kenia (Nobel per la pace 2004), la scrittrice cilena Isabel Allende e l’attrice e ambasciatrice dell’Unicef Susan Sarandon.
Oggi Somaly Mam vive vicino a Phnom Penh con i suoi figli Melissa, Adana e Nicolai.
| 03 novembre 2006 | | Di Daniela Pizzagalli |
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