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HOME | giovedì 17 maggio 2012 |
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| Titolo |
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Ascolta la mia voce |
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| Autore |
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Tamaro Susanna |
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| Dati |
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217 p., rilegato |
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| Prezzo |
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€ 7,50 |
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| Prezzo IBS |
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€ 6,38 |
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| Editore |
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Rizzoli |
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| Collana |
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Scala italiani |
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| EAN |
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9788817012980 |
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Susanna Tamaro
Ascolta la mia voce "Mi aggiravo, sola, tra le curve a spirale e mi pareva a tratti di perdermi in un labirinto. Altre volte, invece, capivo che solo là dentro, soltanto cercando, scavando e ascoltando avrei potuto raggiungere un punto fermo con me stessa.”
Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina in cui mi comunicavi di essere ancora viva, non ho tue notizie…: questa frase chiude l'ultimo romanzo di Susanna Tamaro e apre il suo più famoso libro, un best seller di proporzioni sorprendenti, scritto 12 anni fa, quel Va’ dove ti porta il cuore che ha segnato la nascita di una scrittrice di fama internazionale e di una tendenza letteraria, quella che dà alle emozioni e ai sentimenti la priorità rispetto ai fatti narrati.
Per tutti questi anni, così dichiara la Tamaro, i personaggi del suo romanzo più noto non l’hanno mai abbandonata e, dopo tanto silenzio, hanno imposto alla scrittrice di dar loro una voce, la possibilità di comunicare ai lettori il loro punto di vista. Questo Ascolta la mia voce è così la lunga lettera che Elena, la nipote destinataria del romanzo/lettera Va’ dove ti porta il cuore, scrive alla nonna Olga, non molto tempo dopo la sua morte. Da come si apprende nell’ultima pagina del romanzo, e da come appare logico vista la storia e la sua collocazione temporale, la ragazza non ha ancora letto quello che le ha scritto la donna che l’ha allevata, quindi non si tratta di una risposta, ma di un autonomo bisogno, urgente ma impossibile, di dialogo con la figura che per lei ha rappresentato, lungo tutta la sua vita, l’intera famiglia. La madre infatti era morta, si saprà ben presto che si era suicidata, quando aveva solo quattro anni e non aveva mai avuto notizie del padre di cui conoscerà il nome solo attraverso la lettura del diario materno, ritrovato in un baule dimenticato in soffitta.
Il rapporto conflittuale tra la ventiduenne Elena e Olga ha origine nell’adolescenza della ragazza, dopo un’infanzia trascorsa ad ascoltare le favole e i racconti che quotidianamente le venivano letti dalla vecchia signora, a un certo punto però l’urgenza di sapere di più delle sue origini spinge la nipote a provare un forte rancore per la nonna quasi inconsciamente la accusasse della sua mancanza di affetti. Tale forma di vero e proprio odio sembra placarsi solo quando la malattia, la demenza, il delirio assale la mente della nonna e infine ne provoca la morte. Rimasta sola la ragazza decide di incamminarsi verso la ricerca delle sue radici affrontando la lettura di ciò che la madre aveva lasciato scritto, guardando le fotografie che lei aveva conservato e scoprendo anche dolorose, ma necessarie verità. Prima di tutto inizia a conoscere quella donna che si era impressa come un’immagine sfocata nella sua mente di bambina: inquieta, travolta dai tempi e dalle circostanze, incapace di trovare un suo percorso di vita, dominata dal dolore e dalla solitudine a cui la scelta di morire era sembrata l’unica risposta alle sue troppe domande.
In quelle pagine era scritto anche il nome e la professione del padre: si chiama Massimo Ancona, è un docente universitario, arido e affascinante che non ha mai preso in considerazione l’idea di essere padre né mai aveva mostrato un qualche interesse (tanto meno responsabilità) nei confronti della donna con cui aveva avuto una lunga relazione e della figlia nata dalla loro storia. Elena decide di andare a cercarlo: lo trova e inizia con lui una frequentazione piuttosto assidua a cui ben presto l'arido professore sembra abituarsi con un non celato interesse. Dopo qualche tempo però la ragazza spinge ancora più in là la sua ricerca di radici e va in Israele, dove vive ancora un vecchio zio, emigrato in quel luogo dopo la guerra, unico sopravvissuto allo sterminio di genitori ed amici colpevlòi unicamente di essere ebrei. Il ritorno repentino a casa per un tragico evento, la coscienza di aver compiuto un percorso indietro nel tempo, ma in grado di portare molto avanti la sua capacità di riflessione e la sua maturità, permetteranno alla ragazza di affrontare anche l’unico nodo irrisolto: il suo rapporto con la nonna scomparsa da poco. È per questo che osa aprire quel quaderno ingiallito e iniziare a leggere le prime righe di… Va dove ti porta il cuore.
Romanzo di sentimenti ed emozioni, prosegue la strada tracciata con la più famosa opera della scrittrice e, come testimoniano le classifiche di vendita, risponde a un bisogno diffuso di empatia con un personaggio alla ricerca di sé e del senso del vivere. Anche la psicologia oggettivamente "lineare" dei vari personaggi che entrano in scena permette al lettore una identificazione precisa con alcune figure già presenti nell'immaginario contemporaneo e quindi non fa che rafforzarne il giudizio. I buoni sentimenti, i valori espressi con una certa frequenza, appaiono poi rassicuranti.
Le prime pagine
Forse il primo segno è stato il taglio dell'albero. Non mi avevi detto niente, non erano cose che riguardavano i bambini, cosi una mattina d'inverno, mentre io in classe ascoltavo con profondo senso di estraneità le virtù del minimo comune multiplo, la sega aggrediva il candore argentato della sua corteccia; mentre trascinavo i piedi nel corridoio della ricreazione, schegge della sua vita cadevano come neve sulla testa delle formiche. La devastazione mi è piombata addosso al ritorno da scuola. Sul prato, al posto del noce, c'era una voragine nera, il tronco, già segato in tre parti e privato dei rami, giaceva al suolo mentre un uomo paonazzo, avvolto nel fumo sporco del gasolio, cercava di estirpare le radici azzannandole con le grosse tenaglie di un'escavatrice; il mezzo ringhiava, sbuffava, rinculava, si impennava tra le imprecazioni dell'operaio: quelle maledette radici non volevano lasciare la terra, erano più profonde del previsto, più caparbie. Per anni e anni, stagione dopo stagione, si erano espanse in silenzio conquistando terreno palmo a palmo, intrecciandosi con le radici della quercia, del cedro, del melo, avvinghiando in un indissolubile abbraccio anche le tubature del gas e dell'acqua; per questa ragione gli alberi andavano abbattuti, avanzavano subdolamente nell'oscurità vanificando le opere dell'uomo che, quindi, era costretto ad applicare la sua tecnica contro la loro caparbietà. A un tratto, sotto il sole freddo di uno zenit invernale, come fosse il tetto scoperchiato di una casa o la volta dell'universo al primo soffio della tromba, il maestoso ombrello delle radici era emerso davanti ai miei occhi con una costellazione di piccole zolle ancora appese ai fili radicali, abbandonando nel terreno la parte più profonda del fittone. Allora - e solo allora - l'uomo, in segno di vittoria, aveva alzato un pugno verso il ciclo e tu, con già il grembiule addosso, avevi battuto brevemente le mani. Allora - e solo allora - io, che non avevo ancora aperto bocca né mosso un passo, ho sentito la mia spina dorsale innervare ogni cosa: non erano le mie vertebre, il mio midollo, ma un vecchio filo scoperto, le scintille correvano con finta allegria da un lato all'altro, la loro energia era fredda e feroce; si diffondevano ovunque come invisibili acutissime spine di ghiaccio, invadevano le viscere, infilzavano il cuore, esplodevano nel cervello, danzavano sospese nel suo liquido; schegge bianche, ossa di morti, nessuna altra danza se non quella macabra; energia ma non fuoco, non luce, energia per un'azione improvvisa e violenta; energia livida, ustionante. E dopo il bagliore del fulmine, il buio della notte profonda, la quiete non quieta del troppo: troppo vedere, troppo soffrire, troppo sapere. Non quiete del sonno, ma della breve morte: quando il dolore è eccessivo, bisogna morire un po' per andare avanti. Il mio albero - l'albero con cui ero cresciuta e la cui compagnia ero convinta mi avrebbe seguito in là negli anni, l'albero sotto il quale pensavo avrei cre sciuto i miei figli - era stato divelto. La sua caduta aveva trascinato con sé molte cose: il mio sonno, la mia allegria, la mia apparente spensieratezza. Il crepitio del suo schianto, un'esplosione; un prima, un dopo; una luce diversa, il buio che si fa intermittente. Buio di giorno, buio di notte, buio nel pieno dell'estate. E, dal buio, una certezza: è il dolore la palude nella quale sono costretta a procedere. Non c'è mistero più grande del minuscolo. E lì, nella protezione dell'invisibile, che avviene l'esplosione del segreto. Un sasso, prima di essere sasso, è sempre un sasso, ma un albero, prima di essere albero, è un seme; l'uomo, prima di essere uomo, è una morula. È nel limite, nel circoscritto che sonnecchiano i progetti più grandi. Per questo da subito ho capito che bisognava prendersi cura di ciò che è piccolo.
© 2006, RCS Libri
Tamaro Susanna - Ascolta la mia voce 217 pag., 15,50 € - Edizioni Rizzoli 2006 (Scala italiani) ISBN 9788817012980
| 06 novembre 2006 | | Di Grazia Casagrande |
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