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RECENSIONE

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Titolo C'è silenzio lassù
Autore Bakker Gerbrand
Dati 312 p., brossura
Prezzo € 17,00
Prezzo IBS € 15,30
Editore Iperborea
EAN 9788870911732
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C'è silenzio lassù di Gerbrand Bakker

"Se sei rimbambito, non importa più niente. Quel che dico io, come quel che dici tu. E non sai neanche la metà di quel che ho fatto per Henk. Henk era il mio gemello. Sai cosa vuol dire avere un gemello? Allora? Cos’è che sai davvero? Quando hai licenziato Jaap, non sei stato da lui neanche una volta nei mesi dopo, perché ti rifiutavi di considerarlo un tuo simile. Io lo vedevo come un mio simile. Mi ha baciato sulla bocca. Tu mi hai mai baciato? Mi hai mai detto qualcosa di gentile?"

Se questo fosse un film, avrebbe la regia di Kaurismaki, con le sue scene che parlano con il silenzio.
Se fosse un quadro, potrebbe essere un quadro di Hobbema, o di Van Ruisdael, gli olandesi del secolo XVII dai paesaggi piatti con filari di alberi e nuvole basse in corsa nel cielo.
Se fosse una canzone, sentiremmo la voce di Jacques Brel che canta del plat pays qui est le mien.
Invece, per nostra fortuna, perché il godimento dura più a lungo di un film, di una canzone, di una sosta davanti ad un quadro, C’è silenzio lassù, dello scrittore olandese Gerbrand Bakker, è un romanzo.
Bellissimo.
In cui succede molto poco nel presente e qualcosa di terribilmente doloroso è successo una quarantina di anni prima, cambiando la vita di tutte le persone coinvolte.

Siamo nell’Olanda del Nord, un paesaggio pianeggiante delimitato da canali, un mulino a vento, nuvole grigie, pecore e mucche al pascolo, una cascina isolata.
“Ho messo mio padre di sopra”: è la frase di apertura del libro e già ci dà un po’ di angoscia. Questo figlio che parla ha messo suo padre di sopra. Una frase così scarna che dice così tanto, di un padre che deve essere spostato in braccio, di un piano superiore della casa che deve significare un isolamento per il padre. Una punizione. Una vendetta famigliare. Per che cosa?
Lo veniamo a sapere a poco a poco.
Il figlio (che è la voce narrante) si chiama Helmer. Aveva un fratello gemello di nome Henk. Erano gemelli identici eppure diversi per carattere e inclinazioni: Henk amava i lavori nei campi e le bestie, Helmer studiava letteratura all’università di Amsterdam, tra i lazzi del padre. Henk si era fatto la ragazza - erano insieme, quella sera, Henk e Helmer: perché mai Riet aveva scelto Henk e non Helmer? Helmer si era sentito abbandonato. E poi l’incidente d’auto in cui Henk era morto e Helmer aveva obbedito al padre, abbandonando l’università solo sette mesi dopo aver iniziato. Aveva messo la testa sotto le vacche per mungerle, come ripete lui stesso parecchie volte, una variante quanto mai esplicita del mettere la testa sotto la sabbia.
Ed ora, vicino alla sessantina, Helmer ha detto basta.
E succedono una serie di cose. Arriva una lettera di Riet, che lo prega di assumere suo figlio diciottenne come garzone nella cascina. Il ragazzo arriva: si chiama Henk, come il gemello di Helmer che Riet non ha mai smesso di amare.



La bellezza del libro di Gerbrand Bakker è nella capacità dello scrittore di dire tanto con una storia così esigua. Perché l’affascinante tema del doppio viene esplorato con sottigliezza e approfondito nelle ripetizioni: i due gemelli che sono una sola persona in due, finché prima l’amore e poi la morte li dividono; il ragazzo Henk che avrebbe potuto essere il nipote di Helmer, se il caso non avesse voluto altrimenti, e che appare a fianco di Helmer come un fantasma del suo gemello; i due fratellini che vivono nella cascina vicina, adorabili ombre uno dell’altro; i due canoisti, persino i due asini che appaiono sempre in coppia, e infine i due vecchi signori - uno è Helmer che ha ritrovato un amico.

C’è poi la figura del ‘maestro’, di colui che fa strada al giovane nella vita: dovrebbe essere un padre, ma il padre di Helmer era un uomo durissimo, e allora, al suo posto, c’è il garzone che ha insegnato a Helmer a pattinare, che lo consola quando Helmer si sente abbandonato dal fratello e che riappare, incredibilmente, alla fine, quando ancora Helmer ha bisogno di lui; c’è Helmer stesso a cui Riet affida il figlio perché lo tiri fuori dalla fannullaggine e ancora Helmer che insegna ai due ragazzini a trattare gli asini.
C’è il rapporto - complesso, non facile - con le donne: la madre di una singolare bruttezza, la vicina Ada dal labbro leporino, la grossa autista del camion del latte, e Riet.
Non sappiamo mai se a Helmer sarebbe piaciuto che Riet si fosse innamorata di lui (forse no) o se era solo geloso di lei che aveva usurpato il suo posto nel cuore del fratello. E c’è un delicato omoerotismo, mai esplicito ma chiaro - i due gemelli nel letto insieme, il giovane Henk che si sente solo e si infila nel letto di Helmer, il garzone che dà un bacio consolatorio a Helmer, infine Helmer e l’amico ex garzone in viaggio nello Jutland che, sempre, in tutto il libro, rappresenta l’evasione e la fuga.

È una bellezza distillata, quella del romanzo di Bakker.
Come pure distillato è il linguaggio che sembra avere una purezza raffinata nella brevità delle frasi e nella scelta parca delle parole.

Gerbrand Bakker - C’è silenzio lassù
Titolo originale: Boven is het stil

Traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo
300 pag., 17,00 € - Edizioni Iperborea 2010
ISBN 978-88-7091-173-2



l'autore





10 marzo 2010 Di Marilia Piccone


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