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RECENSIONE

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Titolo La mano sinistra del diavolo
Autore Roversi Paolo
Dati 312 p.
Prezzo € 15,00
Prezzo IBS € 13,50
Editore Ugo Mursia Editore
Collana Romanzi Mursia
EAN 9788842537151
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Il romanzo uscirà in tutta Italia il prossimo 30 ottobre

La mano sinistra del diavolo




Vi proponiamo in anteprima il primo capitolo del nuovo noir di Paolo Roversi La mano sinistra del Diavolo. Un libro che, a distanza di un anno dal successo di Blue Tango, non solo conferma il talento dello scrittore nel creare trame nere ma evidenzia ancora di più la crescita di una scrittura che in questa nuova prova narrativa può dirsi davvero matura. Roversi catapulta il lettore in un universo, il nostro contemporaneo, dove l’omicidio acquista sempre più fascino mediatico: un fascino perverso che, troppo spesso, ci fa perdere la percezione di ciò che è reale da ciò che è finzione. Paradossalmente ne La mano sinistra del Diavolo avvertiamo, più che in un servizio televisivo, l’orrore dell’omicidio: non sono immagini che passano, filtrate dal video o dalle comodità delle nostre poltrone, ma è carta, è inchiostro calibro 9, è piombo da tipografia che si mescola con il sangue della realtà.

Roversi ci trasporta tra le atmosfere della Bassa mantovana e le strade tentacolari di Milano: provincia e metropoli si intersecano sino ad unirsi nell’orrore del delitto. Una storia di ordinaria follia, delitti efferati che non sembrano essere ricongiungibili tra loro, ma che troveranno la soluzione in un finale che non mancherà di sorprendere anche i lettori di noir più esigenti.


La mano sinistra del Diavolo di Paolo Roversi

I capitolo


La bacchetta roteò veloce nell’aria e la banda attaccò a suonare le note tirate di un vecchio Sinatra. Il corteo iniziò lentamente a muoversi nel caldo impossibile del pomeriggio.
A Capo di Ponte Emilia non si era mai visto un funerale del genere. Con i gonfaloni dell’ANPI, le bandiere rosse, gli ex combattenti con il fazzoletto al collo, i musicisti con gli ottoni lucidi, la bara di rovere adagiata sopra a un carro trainato da sei cavalli bianchi. In testa il sindaco e gli assessori, poi gli amici, i conoscenti e via via tutti gli altri. Una cerimonia con i fiocchi, degna d’un nobile. Anche se in quella cassa di nobiltà non ce n’era nemmeno un grammo.
Don Lino, il parroco del paese, seguiva il corteo in disparte. Senza armamentario né addobbi; il morto era stato chiaro: lui in chiesa non ci sarebbe andato. Nemmeno con i piedi in avanti.
«Quando tiro le cuoia», ripeteva sempre, «mi portate dritto al camposanto, su un carro con i cavalli, con la banda che suona e la gente che piange. Se piange».
Era fatto così l’uomo e la gente piangeva, eccome. Al borgo lo conoscevano tutti quanti: Pietro Caramaschi, detto Giasér. Dopo sessant’anni, i vecchi compagni ancora in vita avevano tirato fuori il loro berretto sgualcito, il fazzoletto rosso e la voglia di piangere per portare a seppellire un altro di loro che se ne andava.
I cavalli sbuffavano, la gente sudava. Un luglio tanto caldo non si era mai visto, il più terribile da un secolo a questa parte, avevano scritto i giornali. I vecchi morivano come le mosche e i media ne avevano fatto la notizia del giorno. La suggestione collettiva era scattata: tutti avevano iniziato a preoccuparsi, a pensar male, a rispolverare vecchi acciacchi e antiche ipocondrie. Alla fine anche Caramaschi, e i suoi ottantaquattro anni, si erano convinti.
Ora se ne stava coricato nella sua cassa di legno, sfilando lentamente davanti alla stazione dei Carabinieri.
Sulla soglia, Giorgio Boskovic, il comandante. Spaesato alla vista di quel fiume di persone, si era irrigidito nel saluto militare. Anche il brigadiere Rizzitano, accortosi all’ultimo del gesto del superiore, si era goffamente drizzato sull’attenti.
Nessuno parlava.

Solo le note di My way rischiaravano l’afa, mentre la gente seguiva a testa bassa il carro, cercando discretamente di allungare il passo per arrivare più in fretta al cimitero.
Quando il corteo fu lontano, Boskovic si girò verso il subalterno ancora immobile. La mano alla visiera, la fronte madida e gli occhiali da miope scivolati giù per il naso.
«Chi era questo tizio?», chiese il maresciallo asciugandosi la fronte con il fazzoletto. «C’è tutto il paese a seppellirlo!»
«Lo chiamavano Giasér», rispose l’altro aggiustandosi gli occhiali. «Lo conoscevano tutti quanti e, sicuramente, anche lei qualche volta lo avrà incontrato, marescià. Stava sempre a tirare un carretto. Ha presente?»
«No, e comunque sia ho troppo caldo per pensarci.»
I due militari seguirono con lo sguardo il corteo fino in fondo al viale alberato, poi rientrarono alla ricerca di refrigerio.
«C’erano davvero tutti quanti», commentò Rizzitano mentre preparava il caffè. «E anche un sacco di gente da fuori.»
Il maresciallo non lo ascoltava più. Il massimo dell’eccitazione in quel paese era il funerale di un vecchio partigiano, morto d’infarto.
Si accese una sigaretta incurante del divieto ministeriale, aprì l’ultimo cassetto della scrivania e ne trasse una bottiglia di Montenegro mezza vuota. Quello era il rito.
Il brigadiere arrivò con le tazzine fumanti.
Bevvero il caffè in silenzio, come si conveniva. Rizzitano liscio, il maresciallo corretto con l’amaro della sua Bologna. Quando ebbero finito, Boskovic si mise a scorrere il giornale.
Sospirò.

«In Francia festeggiano l’anniversario della presa della Bastiglia, noi il funerale di Giasér.»
«Si fa quel che si può.»
Il maresciallo diede fuoco a un’altra MS.
«Non succede mai niente qui», commentò rilasciando una nuvola di fumo.

La Bassa, per quelli che ci sono nati e non ci abitano più, rappresenta uno stato mentale, un modo di essere, la Zante natia e lontana avvolta nella nebbia. Per tutti gli altri è semplicemente una lingua di terra fertile e verde che costeggia da sotto il Po, affacciatasi all’onore dei riflettori grazie ai film in bianco e nero di don Camillo e Peppone.
I tedeschi ci vengono a comprare il Lambrusco, gli italiani per far scorta di salsicce e cotechino.
Il paesaggio che accoglie il visitatore è sempre lo stesso, piatto e noioso, grumi di case raccolte intorno a un campanile circondato da campagna a perdita d’occhio. Ci sono le stalle e le porcilaie, con le loro luci blu accese tutta la notte, i campi coltivati e le balle di fieno, gli argini poderosi, i pioppi e le golene piene di fango, i canali con le nutrie e i fiori di loto, le paludi e gli aironi, gli agriturismi e le corti in abbandono. Ma soprattutto c’è un’espressione che tutti quanti, prima o poi, si trovano a ripetere. È una specie di litania che ti porti dentro sin da quando sei piccolo e che nutri inconsapevolmente a forza di sentire i vecchi ripeterla a ogni occasione, finché un giorno ti ritrovi anche tu ad adoperarla, quasi inconsciamente.
Fu così che in quella torrida mattina di luglio anche il vecchio Nello Ruini, postino del paese, vi fece ricorso. Accadde quando trovò in una buca delle lettere una mano tesa a ricevere la corrispondenza. La cosa, di per sé, non avrebbe avuto nulla di strano se non per il fatto che, attaccato all’arto, non vi era alcun corpo. Cinque dita e un palmo, il polso e più nulla. Il tutto abbandonato dentro a una cassetta delle lettere di metallo arrugginito, scassinata ad hoc per potervela introdurre.
Il povero Ruini, un quintale e passa di cristiano, che già aveva passato i sessanta da un pezzo, per lo spavento credette di rimanerci secco. Il cuore cominciò a battergli all’impazzata e quasi cadde dal suo sgangherato Califfone, il motorino sul cui invisibile sellino stava sempre appollaiato. La prima cosa che gli passò per la mente fu appunto quell’espressione. Lasciò cadere la sacca con la corrispondenza e ruggì un poderoso: «Cat vegna un cancher!».
Non si seppe mai, nemmeno in seguito, quante volte lo ripeté. Parecchie comunque, perché grande fu lo shock. Quando riuscì a recuperare un po’ di lucidità, si mise a gridare come un ragazzino e a suonare il clacson del Califfone.
Di chiasso ne fece parecchio: un paio di minuti dopo, gli abitanti della zona erano tutti quanti in strada. Per lo più pensionati, ma anche ragazzini in bicicletta e donne con le buste della spesa intrecciate sul manubrio. Prima ascoltarono il racconto, poi focalizzarono l’attenzione sulla mano. Settanta occhi fissi sulla cassetta delle lettere.
A nessuno venne in mente di chiamare i Carabinieri; quello era un evento troppo straordinario per lasciarsi distrarre da altri pensieri.
Cominciarono le chiacchiere e, mentre il dibattito s’infiammava, qualcuno mise in mano a Ruini un bicchiere di bianco per ridargli un po’ di colore. Il postino, occhi luccicanti, bevve d’un fiato e domandò il bis.
Dopo quasi un’ora di chiacchiere e prosecco, quando ormai era diventato più che inevitabile, il buon senso prevalse e qualcuno si decise a chiamare le forze dell’ordine affinché si facesse luce sul mistero di quella mano mozzata.

Roversi Paolo - La mano sinistra del diavolo
312 pag., 15,00 € - Edizioni Mursia 2006 (Romanzi Mursia)
ISBN 9788842537151


25 ottobre 2006 Di Gian Paolo Serino


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