Ricerca avanzata
Recensione

Giorgio Perlasca. Un italiano scomodo copertina

Giorgio Perlasca. Un italiano scomodo di Dalbert Hallenstein e Carlotta Zavattiero

"Il mio è stato un atto umanitario che non c'entrava niente con la politica."

"Il salvataggio di migliaia di ebrei da me compiuto è, nel rapporto, delineato soltanto nelle sue linee essenziali. Resto perciò a sua disposizione per quelle delucidazioni che Ella eventualmente ritenesse opportune."
Lettera ad Alcide De Gasperi, ministro degli Affari esteri, 13 ottobre 1945
Nessuna risposta

"Mi accorsi che gli ex poliziotti nazisti erano diventati comunisti. Fu terribile, quella era gente veramente pericolosa."

"Non si aspetti niente da nessuno. Né il suo governo, né qualche altro riconosceranno i suoi meriti. Si accontenti della soddisfazione di aver fatto un'opera buona."
Ángel Sanz Briz, amico di Perlasca a Budapest, poi fuggì e divenne console di Spagna a San Francisco e Ambasciatore presso il Vaticano


È davvero la storia di un eroe solitario e dimenticato (l'oblio, il peggiore degli insulti) per anni.
Scoprire quanto Giorgio Perlasca fu coraggioso, quanto mise in gioco se stesso, quanto scommise in quella drammatica partita che vinse, non è solamente la doverosa ricostruzione storica di un tassello importante, ma soprattutto una boccata di ossigeno per l'umanità.
Esistono anche persone come lui, e si può fare un respiro profondo.

Ecco l'introduzione dei due autori al loro lavoro. Chi meglio potrebbe raccontarci cosa leggeremo in questo libro?


Una scena della fiction televisiva su Perlasca con Luca Zingaretti

Questo libro


Quarant’anni di silenzio

Fino alla primavera del 1990 ben poche persone in Italia conoscevano il nome di Giorgio Perlasca. Poi, il 30 aprile di quell’anno, andò in onda su Rai Due una puntata di Mixer a lui dedicata. D’un tratto milioni di telespettatori appresero la storia del commerciante padovano che nel 1944 a Budapest aveva salvato la vita a migliaia di ebrei spacciandosi per un diplomatico spagnolo. L’anno successivo uscì il libro di Enrico Deaglio La banalità del bene (Feltrinelli, Milano 1991), che ebbe subito un grande successo. Nel gennaio 2002, in occasione del Giorno della memoria, fu trasmesso in prima serata su Rai Uno il film Perlasca. Un eroe italiano diretto da Alberto Negrin e interpretato da Luca Zingaretti.
   Finalmente gli italiani sapevano, ma per Perlasca era tardi. Nel 1990, quando fu «scoperto» dalla televisione, aveva ottant’anni; sarebbe morto nel 1992. Per oltre quattro decenni la sua vicenda era stata sepolta sotto una coltre impenetrabile di silenzio. Soltanto nel 1987 un gruppo di donne ungheresi si era mobilitato per rintracciarlo e fare conoscere al mondo il suo ruolo di salvatore degli ebrei. Grazie ai loro sforzi erano arrivati a partire dal 1989 i riconoscimenti dell’Ungheria, di Israele (che lo insignì dell’onorificenza di «Giusto tra le Nazioni»), della Spagna e degli Stati Uniti. In Italia tutto taceva.
   Dopo il ritorno dall’Ungheria, nel 1945, Perlasca aveva trascorso una vita anonima, fatta di precarietà lavorativa e di difficoltà economiche. «Non ho vergogna a ricordare che tante volte ho avuto difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena» confidò a Deaglio.
   Le istituzioni italiane parevano sorde a qualsiasi appello. Per anni, nell’immediato dopoguerra, Perlasca si era rivolto ai politici per far conoscere la sua storia. Poi aveva smesso, stanco di non essere ascoltato. Neppure i suoi familiari sapevano con precisione che cosa aveva fatto a Budapest in quel terribile inverno del 1944, quando i nazisti ungheresi incalzati dall’avanzata dell’Armata rossa erano stati sul punto di incendiare il ghetto che conteneva più di settantamila ebrei. 


La piazza a Ostra Vetere
  
   Dopo la messa in onda della puntata di Mixer a lui dedicata, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo ricevette per un breve colloquio al Quirinale. Deaglio, che lo accompagnò, racconta che l’ottantenne Perlasca dovette farsi a piedi un buon tratto di strada perché nessuno era andato a prenderlo in macchina. Cossiga lo ringraziò «come uomo e come italiano» per ciò che aveva fatto. Qualche tempo dopo Perlasca ricevette a casa, per posta, il diploma di Grande ufficiale della Repubblica, accompagnato da una lettera in cui si faceva presente che, se voleva la medaglia, avrebbe dovuto acquistarla. Perlasca era amareggiato dall’indifferenza dello Stato italiano, e fu sul punto di rifiutare anche il vitalizio che il Consiglio dei ministri gli accordò nel 1991 per effetto della legge Bacchelli e che gli fu erogato per pochi mesi prima della morte.
   Uno dei fattori che ebbero senz’altro un peso nell’obliterazione della memoria fu la sua precoce adesione al fascismo, mai rinnegata. Anche se aveva ripudiato fin da subito le leggi razziali e l’alleanza di Mussolini con la Germania nazista, Perlasca rimase per tutta la vita un uomo di destra. I riconoscimenti dunque non potevano venire, e non vennero, dalla sinistra: come conciliare dal punto di vista ideologico il paradosso di un uomo che aveva salvato le vite di tanti ebrei, ma aveva anche militato nelle camicie nere combattendo nella guerra in Etiopia e dalla parte dei franchisti in Spagna durante la violentissima guerra civile del 1936-39?
   Nemmeno la destra, però, ha avuto il coraggio e la forza di promuovere Perlasca tra le file dei suoi uomini migliori. Nell’Italia del dopoguerra egli era considerato dalla destra italiana un traditore perché aveva rifiutato le leggi razziali, e dopo l’8 settembre si era schierato dalla parte del re, contro Mussolini. Il Movimento sociale italiano, il maggior partito neofascista nel dopoguerra, era stato fondato ed era gestito da uomini come Giorgio Almirante, Pino Romualdi e Arturo Michelini, che avevano aderito alla Repubblica di Salò. Il clima ideologico di quegli anni, esacerbato dalla guerra fredda e dalla violenta contrapposizione politica, non lasciava spazio a figure «ambigue».
   Spicca poi un altro gravissimo silenzio: quello della Chiesa cattolica. Alla fine della guerra erano tornati in Vaticano tre uomini che a Budapest avevano sottratto molti ebrei alla deportazione e alla violenza nazista: il nunzio apostolico Angelo Rotta, il segretario della nunziatura Gennaro Verolino e Ángel Sanz Briz, il diplomatico spagnolo che aveva dato carta bianca a Perlasca, permettendogli di agire a nome della Spagna. Tutti e tre avevano conosciuto Giorgio Perlasca a Budapest nell’inverno 1943-44 ed erano stati
testimoni del suo impegno a favore degli ebrei. Possibile che nessuno si ricordasse di lui?


Giorgio Perlasca

   Anche il silenzio della pubblicistica è sconcertante. I libri che parlano di lui sono pochissimi. Oltre a quello di Deaglio, si conta solo una raccolta di scritti dello stesso Perlasca dal titolo L’impostore (il Mulino, Bologna 1987) che contiene un promemoria stilato su richiesta dello storico ungherese Jeno˝Lévai, una breve relazione indirizzata al ministro degli Esteri spagnolo sull’attività svolta a Budapest durante la guerra per conto del governo di Madrid, e altri scritti minori.  
   L’oblio a cui Perlasca fu condannato può essere ascritto anche ad alcuni aspetti del suo carattere: una caparbia e inflessibile volontà di pensare con la propria testa, e un altrettanto caparbio rifiuto di piegarsi, di scendere a compromessi e di aggregarsi al carro dei vincitori per ottenere favori.

L’ultima intervista

Questo libro è basato su un’intervista che Perlasca rilasciò nella sua casa padovana a Dalbert Hallenstein tra giugno e luglio del 1992, un mese prima della morte. Nel corso di una lunga conversazione Perlasca racconta la sua vita, soffermandosi in particolare sugli anni di Budapest ma anche sul periodo precedente, quando soggiornò per lavoro a Belgrado e a Zagabria e fu testimone dei massacri degli ebrei. Alla voce di Giorgio Perlasca si accompagnano quelle di altri testimoni, e in particolare quella del figlio Franco,
protagonista di un graduale percorso di scoperta della figura paterna.
   Quella di Perlasca è in parte una storia di umanità e di coraggio, in parte il ritratto di un conservatore che non ha mai negato il suo passato fascista e per questo ha pagato un prezzo altissimo. La sua vicenda è quella di un uomo solo che aiutò migliaia di ebrei a salvarsi e poi fu abbandonato da tutti. È la storia amara di un italiano che ha dovuto ricominciare da capo in un’Italia mediocre e piccolo-borghese che, impegnata in una faticosa ricostruzione, non ha avuto l’energia, il tempo e la voglia di pensare a ricomposizioni storiche troppo dolorose e impegnative.
   Giorgio Perlasca, tuttavia, è stato un grande italiano, la vittima sacrificale di una politica e di una storiografia che non lasciano spazio a chi non è vicino al potere. La sua vicenda va quindi riscoperta e giustamente valorizzata: perché se è vero che chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, la figura di Perlasca si offre come monito contro i rigurgiti xenofobi di oggi.


© Chiarelettere 2010



gli autori





22 gennaio 2010 Di G.M.

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti