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Recensione

L' L' isola sotto il mare copertina

L'isola sotto il mare, la schiavitù secondo Isabel Allende

“Aspetta, Tété. Vediamo se ci aiuti a risolvere un dubbio. Il dottor Parmentier sostiene che i neri siano umani quanto i bianchi e io dico il contrario. Tu che ne pensi?”  le domandò Valmorain, in un tono che al dottore sembrò più paterno che sarcastico.
Lei rimase muta, con gli occhi rivolti a terra e le mani giunte.
“Forza, Teté, rispondi senza timore. Sto aspettando…”
“Il padrone ha sempre ragione” mormorò lei in conclusione.
“In altre parole, pensi che i neri non siano completamente umani…”
 “Un essere che non è umano non ha opinioni, padrone.”


Due donne leggono l'Allende

Per questo romanzo vi proponiamo un gioco di confronti tra lettrici appartenenti a due generazioni diverse, le recensioni di due donne: una più giovane al suo esordio - Jessica Fornasari leggi > - e una più matura, che ha fatto della critica letteraria la sua professione, Marilia Piccone.
Quale sarà più vicina alla nostra visione?
Lo scopriremo solo leggendo il romanzo.
Per completare il quadro, una raccolta di dichiarazioni dell'autrice:

Quando si termina di leggere un libro e ci si accorge che la nostra mente continua a seguire la storia che si svolgeva in quelle pagine, che i nomi dei personaggi sono lì, sulla punta della nostra lingua, come dovessimo chiamarli per far loro qualche domanda, vuol dire che la magia del romanzo ha funzionato ancora, che lo scrittore è riuscito a creare un mondo che è diventato tanto reale quanto quello che ci circonda.
Avviene questo nel nuovo romanzo di Isabel Allende, L’isola sotto il mare, un libro tanto dolente quanto Paula, anche se per motivi diversi, perchè è un libro che ci riporta ai tempi in cui la ricchezza dei bianchi si fondava sullo schiavismo, legittimato da assurde teorie sull’inferiorità della gente di colore, equiparata agli animali. Ma è anche un libro che racconta la lotta dei neri per la libertà e che ci parla d’amore, di fughe e di doppie vite, di cocottes e di incesto, di bambini bianchi e di altri bambini la cui pelle viene scrutata e definita in base a sfumature di color cioccolato, o miele, o caramello.



Ci sono due isole nel romanzo di Isabel Allende - l’isola di Saint Domingue, colonia francese che diventerà la prima Repubblica nera di Haiti, e l’isola sotto il mare di cui parlano gli schiavi neri e che è un poco come la mitica isola di Avalon, luogo di pace per i defunti.
Nel 1770 l’isola sotto il mare è dove tutti i neri di Saint Domingue vorrebbero andare, piuttosto che vivere in quelle condizioni disumane, sottonutriti, puniti con frustate al minimo sgarro, costretti a lavorare  fino alla morte perché per il padrone è più economico sostituire uno schiavo che mantenerlo in maniera migliore.
Zarité, la piccola mulatta con gli occhi ‘color miele liquefatto’, ha solo nove anni quando viene venduta a Toulouse Valmorain perché si occupi di sua moglie. L’isola sotto il mare è la storia di Zarité, trasportata nella piantagione di canna da zucchero di Valmorain, violentata dal padrone a undici anni, madre giovanissima di un bimbo che le viene subito sottratto, infermiera caritatevole della moglie di Valmorain che sprofonda nell’oblio dell’oppio dopo aver dato alla luce Maurice.
È Zarité a fare da mamma a questo bambino che lei amerà sempre quanto la sua Rosette, un’altra figlia del padrone bianco, anche se Zarité vorrebbe tanto fosse la figlia del suo amore per il bel ragazzo nero che riuscirà a fuggire e a guidare la ribellione. Ed è la voce stessa di Zarité che ascoltiamo in capitoli che terminano per lo più con un ‘Così ricordo’, a sottolineare la distanza tra racconto soggettivo della persona illetterata, affidato alla memoria orale, e quello oggettivo della narrazione principale con cui si alternano.

Non so quale delle due narrazioni sia la più avvincente ma, d’altra parte, sono talmente intrecciate l’una con l’altra che la voce di Zarité serve quasi da controcanto, voce sottile e forte che si distingue tra il rullo dei tamburi e dei canti degli schiavi che si fanno sempre più minacciosi mentre la vicenda prosegue e passano gli anni.
La notizia della Rivoluzione francese arriva con ritardo nell’isola, serpeggia la paura delle conseguenze, solo i più ciechi non vedono che, quando si scatenerà, la furia dei neri sarà terribile e le violenze sui bianchi saranno ampiamente meritate.
Toulouse Valmorain riuscirà a fuggire, aiutato proprio da Zarité e dal giovane nero che lei ama.
Zarité salva Toulouse solo per amore dei bambini e chiede in cambio l’emancipazione, per sé e per Rosette.
Seguiremo ancora entrambi, fino in Louisiana, dove Valmorain possiede un’altra piantagione e la situazione degli schiavi non sarebbe migliore che a Saint Domingue se non fosse per un sorvegliante irlandese che è un uomo buono e giusto.

Sono tantissimi i personaggi de L’isola sotto il mare - ci sono i buoni e i cattivi e i cattivissimi; a New Orleans c’è un prete che aggira la legge che proibisce il matrimonio tra bianchi e neri con un taglietto sulle braccia degli innamorati, cosicché si mescoli il loro sangue e ci sia del sangue nero anche nel bianco; c’è una generosa donna di piacere che insegna l’arte dell’amore, un dottore che vive una doppia vita con la moglie mulatta che non può riconoscere e va a lezione di medicina da quella che comunemente si chiamerebbe una stregona, un padrone crudele che finisce scuoiato…

A più di vent’anni di distanza dall’indimenticabile Casa degli spiriti, Isabel Allende ci ha regalato un romanzo diverso e ugualmente molto bello, mostrando la capacità di rinnovarsi e di cambiare. E se poi qualcuno vuole usare la parola ‘feuilleton’ per definire il suo libro, faccia pure.
Io direi che, finché ci sono libri come L’isola sotto il mare, il romanzo non è morto, evviva il romanzo!

Isabel Allende - L'isola sotto al mare
Titolo originale: La isla bajo el mar
Traduzione di Elena Liverani
496 pag., 19,50 € -Edizioni Feltrinelli 2009 (I Narratori)
ISBN 978-88-07-01795-7



Foto di gruppo con schiavi emancipati in Louisiana


l'incipit



LEGGI LE PRIME PAGINE >>>

Toulouse Valmorain arrivò a Saint-Domingue nel 1770, lo stesso anno in cui il Delfino di Francia sposò l'arciduchessa austriaca Maria Antonietta. Prima di partire per la colonia, quando ancora non sospettava che il destino si sarebbe beffato di lui facendolo finire sepolto tra i canneti nelle Antille, era stato invitato a Versailles a una delle feste in onore della nuova Delfina, una ragazzina bionda di quattordici anni che sbadigliava ostentatamente nonostante il rigido protocollo della corte francese ...



l'autrice



04 dicembre 2009 Di Marilia Piccone

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