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Recensione

Olive Kitteridge copertina

Olive Kitteridge di Elizabeth Strout

"Quello che i giovani non sanno, pensò Olive mentre si sdraiava accanto a quell’uomo, con la mano di lui sulla spalla, sul braccio, oh, quello che i giovani non sanno. Non sanno che i corpi anziani, rugosi e bitorzoluti sono altrettanto bisognosi dei loro corpi giovani e sodi, che l’amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l’ennesima volta. No, se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva."

Per dare un’idea del piacere della lettura di Olive Kitteridge di Elizabeth Strout, il libro che ha vinto il premio Pulitzer 2009, pensate al piacere molto proustiano di mettere in bocca una pralina, oppure uno di quei raffinatissimi dolcetti da vecchia pasticceria con specchi e pannelli di legno alle pareti, lasciandoli sciogliere lentamente tra la lingua e il palato.
Ecco, ognuno dei racconti del libro della scrittrice americana è così: prezioso, perfetto. E l’arte di Elizabeth Strout è nell’aver saputo legare insieme i tredici racconti in una maniera così sapiente e nello stesso tempo così delicata da dare l’idea di un tutto unico pur nella diversità delle storie e dei protagonisti.

Olive Kitteridge, il personaggio che dà il titolo al romanzo, è anche quello che serve da filo conduttore, filo di seta che si vede e non si vede, perché l’insegnante di matematica in pensione Olive Kitteridge è la protagonista - da sola o insieme al marito Henry - solo di un paio di racconti. Negli altri, a volte appare di sfuggita, a volte li attraversa, a volte parlano di lei - l’effetto è che noi veniamo a conoscerla sia direttamente, quando la vediamo interagire con il marito o con il figlio, sia tramite le parole degli altri.
Non è molto simpatica, Olive Kitteridge.
Almeno, non all’inizio.

Quando Olive va a trovare il figlio a New York, questi trova infine il coraggio di dirle: “Tu hai un pessimo carattere. Perlomeno, credo che sia carattere; in realtà non so bene cosa sia. Però sei capace di far stare malissimo gli altri. Hai fatto stare malissimo papà.”
Olive ha fatto stare malissimo anche suo figlio, naturalmente.
Soltanto alla fine - Olive ha ormai settantacinque anni, Henry è morto dopo anni di ricovero in una casa di cura a seguito di un ictus - sembra che qualcosa si sciolga dentro di lei: Olive è saggiamente triste; si guarda indietro, si accorge di quello che ha trascurato nella sua vita e decide che c’è ancora tempo in “quel che resta del giorno” per essere diversa, per concedersi un amore che forse non è tale ma ormai non ha più importanza. Quello che importa è scegliere di amare e quindi di vivere: “Il mondo la confondeva. Non voleva ancora lasciarlo”.
È difficile dire se ci sia un tema dominante nelle storie che Elizabeth Strout racconta, in questo libro che è una sorta di Antologia di Spoon River di viventi.



Lo sfondo è un piccolo paese del Maine,
con il bar del molo, il negozio che vende ciambelle, il liceo dove insegnava Olive, la farmacia gestita da Henry.
In una storia c’è una coppia giovane seduta al bar (lei ha i capelli color cannella, è magrissima - ha una di quelle malattie di moda adesso, dice Olive): si amano, si lasciano, tutto finisce in dramma.
In un’altra un uomo ritorna, si ferma con la macchina davanti al mare: sua madre si è uccisa, lui ha un fucile avvolto in una coperta sul sedile posteriore, Olive si siede sul posto accanto a lui. Una pianista deve sempre bere qualcosa prima di suonare - non è più giovane, ha avuto degli amori infelici. Christopher Kitteridge si sposa (con un’arpìa secondo sua madre), va a vivere in California (ma proprio dall’altro lato degli Stati Uniti doveva andare?) e poi divorzia.
“Raccogli un po’ di pettegolezzi”, raccomanda Olive al marito che va alla funzione domenicale. Si sa, in un paese piccolo tutti sanno tutto di tutti. Chissà se sapevano che Olive era innamorata del collega che poi è morto in un incidente. O che Henry passava del tempo con una vedova. Storie di coppie, di figli, di genitori, di amanti, appannate da un velo di tristezza perché la vita è così: la felicità non è mai piena, forse si deve imparare ad essere felici accontentandosi di momenti. Così come si deve imparare a fare il marito, la moglie, il padre, la madre, il figlio. È come se non si smettesse mai di imparare a vivere. E ad amare.

Olive Kitteridge è un libro speciale: entra dentro di noi proprio come noi lettori entriamo nelle pagine del libro e viviamo fianco a fianco con i personaggi. Forse perché ognuno di loro contiene qualcosa di noi e noi ci riconosciamo in loro. Nei loro sentimenti, nelle loro reazioni, in quello che dicono, anche se le parole di Elizabeth Strout sono scelte meglio di come faremmo noi. Come quando un personaggio riflette che “ognuno dei suoi figli era stato il suo preferito”, oppure un’alunna ricorda una frase di Olive, “Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi.”
Un libro bellissimo. Da premio Pulitzer.

Elizabeth Strout - Olive Kitteridge
Traduzione di Silvia Castoldi
383 pag., 18,50 € - Edizioni Fazi 2009 (Le strade n.158)
ISBN 978-88-6411-033-2




l'autrice



16 ottobre 2009 Di Marilia Piccone

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