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RECENSIONE

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Titolo Confessioni di un eco-peccatore. Viaggio all'origine delle cose che compriamo
Autore Pearce Fred
Dati 348 p., brossura
Prezzo € 22,00
Prezzo IBS € 22,00
Editore Edizioni Ambiente
EAN 9788896238240
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Confessioni di un eco-peccatore di Fred Pearce

Viaggio all'origine delle cose che compriamo
Prefazione di Luca Mercalli


Intervista a Luca Mercalli


"La consapevolezza e la responsabilità dei propri gesti sono gli strumenti più importanti per tirar fuori dall'umanità la sua parte migliore, evitare le trappole che si sta fabbricando da sé e vieceversa progettare una vita più sostenibile e felice per tutti."


Il giornalista inglese Pearce, specializzato in ricerche di tipo ambientale ed ecologico, racconta i risultati di una serie di viaggi compiuti alla ricerca dell'origine di alcune cose che quotidianamente usa, mangia o vede nella sua casa, a partire dagli spazi in cucina dove sono conservati gli alimenti.
Se ognuno di noi controllasse con attenzione l'origine di molti dei cibi che tiene in dispensa potrebbe fare il giro del mondo e avrebbe maggiore consapevolezza di che cosa significhi globalizzazione. 


Eccolo nelle zone dell'Inghilterra da dove proviene la birra che beve quotidianamente, poi si allontana sempre di più, e appare il Bangladesh dove trova "i gamberi che andranno a finire" nel suo curry: un giro d'affari enorme che non produce benessere, ma corruzione. L'Africa: zucchero dallo Swaziland, paese che ha il più alto tasso di morti per Hiv del mondo, ma in cui non giungono terapie anche perché la massa di denaro che deriva dall'esportazione di zucchero (un quarto del Pil nazionale) finisce direttamente nelle tasche del re.  "La coltivazione del cacao contribuisce  più di ogni altra alla distruzione delle giungle dell'Africa occidentale, dal Ghana alla Costa d'Avorio e al Camerun", ma qualche speranza arriva di piccoli coltivatori anche se i prezzi, fissati dagli intermediari, spesso li affamano.... si può però comperare dal mercato equo e solidale che riesce a dare un compenso meno iniquo ai piccoli coltivatori.

Un terzo dei prodotti esposti in un supermercato contiene olio di palma: lo sapevamo? e sapevamo che troppe foreste pluviali dell'Amazzonia spariscono proprio per procurarci quest'olio? imparare a leggere le etichette di ciò che acquistiamo è un mezzo per non partecipare al disastro.
Eppure, lo afferma l'autore, mangiare fagiolini kenioti è eticamente corretto: sono la principale merce d'eportazione e danno da vivere a molti kenioti; le emissioni provocate dal trasporto sono poi inferiori a quelle necessarie per la coltivazione in serre. 


Parliamo poi degli abiti che indossiamo. Il cotone ha bisogno di molta acqua, l'Austrialia, prima del 2006 anno di siccità, ne era una grande produttrice, terzo esportatore mondiale di cotone insieme a Stati Uniti e Uzbekistan. Se approfondiamo il tema della coltivazione e della commercializzazione del cotone incominciamo a considerare preoccupante, davvero da vergonarsi, l'indossare magliette, pantaloni, camicie di cotone. In questo caso il "commercio equo" non pare poi così equo,  ma grande è la responsabilità dei marchi low cost dell'occidente su devastazione del territorio e ingiustizie del lavoro.

Anche i mobili che arredano la nostra casa possono rappresentare un immenso danno all'ambiente: il legno spesso ha origine illegale, da foreste abbattute dai cinesi, massimi consumatori ed esportatori di legname.
Esaminare i danni ambientali e umani che provoca la nascita di una lattina ci rende di certo tutti favorevoli alle bottiglie di vetro.


Consumiamo (spesso sbagliando) e di conseguenza produciamo riifuti: qui l'errore è quasi sempre gravissimo! e qualche problema è presente anche nel sistema del riciclo...

Continuiamo a comportarci così e vediamo se riusciamo a inventarci un altro pianeta da consumare: nel 2050 l'umanità infatti ne avrà bisogno!
Difficile però poter osservare un comportamento che sia assolutamente ecologico, tutti siamo un po' eco-peccatori. C'è però una bella differenza tra chi è attento a ciò che mangia, a come viaggia, a ciò di cui si veste e chi cerca solo l'immediato tornaconto. Spesso ciò che è corretto non è ciò che è più economico: risparmiare qualche euro oggi può essere pagato a caro prezzo domani, da noi e dai nostri figli.
Un libro che mette in imbarazzo, turba, e disturba. Ma leggere la Prefazione di Mercalli, cogliere ciò che ci riguarda quotidianamente dall'opera e tentare di modificare le nostre abitudini (pessime) di consumatori può davvero essere importante. 


Fred Pearce - Confessioni di un eco-peccatore, Prefazione di Luca Mercalli
348 pag., € 22,00 - Edizioni Ambiente
ISBN 978-88-96238-24-0



Dalla Prefazione di Luca Mercalli


Mi è piaciuto il viaggio di Fred Pearce alla scoperta delle lunghe e complesse strade che compiono i nostri acquisti e i nostri rifiuti. In una quarantina d’anni ho visto anch’io cambiare molte cose dalla mia finestra di osservazione alla periferia di Torino, un po’ come quella di Londra. Quando avevo dieci anni mia nonna mi mandava a comprare le verdure di fronte a casa, in un grande orto urbano che serviva i mercati rionali. La famiglia di venditori di verdure lo vendette alla fine degli anni Ottanta, e oggi al suo posto c’è un palazzo di dieci piani. E poco più in là, dove c’era un ottocentesco istituto scolastico per la sperimentazione agricola, incaricato di capire come si fa a rendere più produttivo il suolo, nel 1990 venne costruito un grande stadio per i mondiali di calcio, una gigantesca e costosa opera giudicata indispensabile e avveniristica, che proprio ora che scrivo, dopo solo 19 anni di utilizzo, è stata abbattuta per essere “rinnovata”. Tonnellate di cemento e ferro che vanno ad aggiungersi a quei grandi cumuli che si incontrano tra le pagine che vi accingete a leggere. Pearce segue cibi e oggetti, dalla miniera alla discarica, al fine di fare un bilancio della sua impronta ecologica e sociale. Sono quasi sempre d’accordo con lui e provo qui a riassumere rapidamente il mio bilancio ecologico seguendo lo schema dei capitoli che seguono, usando come base la mia attuale abitazione extraurbana a 25 chilometri da Torino. In casa ho pochi oggetti esotici, e non mi interessa averne: non ho zanne di elefante né pellicce di castoro. Porto la fede al dito e sono responsabile delle due tonnellate di detriti rocciosi scavati in Sud Africa per estrarre l’oro con cui è stata fabbricata. Prodotti del mercato equo e solidale: talvolta li acquisto e sono d’accordo con la filosofia che ne sta alla base, ma rifuggo da quelli che non sono peculiari di certi paesi. Cacao sì, curry sì, ma è assurdo che compri fagioli in Sud America quando crescono qui da me, saranno pure solidali ma hanno consumato troppa energia per essere trasportati. In questo dissento dai fagiolini kenioti molto cari a Pearce. Egli vuole nobilmente aiutare gli agricoltori africani e suggerisce di continuare ad acquistare a Londra i fagiolini kenioti che arrivano in aereo a Natale, sostenendo che le emissioni derivanti dal loro trasporto siano accettabili. Ma io ritengo che a Natale si possano mangiare con soddisfazione patate, cavoli, broccoli e porri. I fagiolini li mangio a giugno. I nostri amici kenioti possono coltivare ciò che noi non abbiamo e – come si faceva un tempo con le spezie – ciò che non ha bisogno di un aereo per giungere fresco sulla nostra tavola ma può permettersi un sostenibile viaggio in nave di quindici giorni. Anche io prediligo i prodotti locali: il pane lo faccio in casa quando posso oppure lo compro dal mio fornaio di montagna a due passi da casa, dove trovo anche il formaggio dei pastori locali, i mirtilli quando ci sono, le castagne e il miele. Le fragole a gennaio sono vietate dalla mia coscienza, ma mia moglie ne coltiva di magnifiche sul terrazzo, ottime da maggio ad agosto, insieme a ribes e lamponi nell’orto. Partecipo all’esaurimento delle riserve ittiche mondiali con qualche scatoletta di tonno al mese, ma non alimento la mafia dei gamberi surgelati perché non ne consumo mai. Odio l’olio di palma negli alimenti e consulto attentamente le etichette dei prodotti alimentari: appena vedo scritto “olio vegetale” mi rifiuto di acquistare il prodotto, a difesa delle mie arterie e delle foreste tropicali. Le banane mi piacciono, ma le mangio come quando ero bambino: una volta o meno al mese, come regalo. Confesso invece che non potrei rinunciare al cioccolato, ma è un prodotto ad alta densità di materia e di piacere, lo si commerciava già quattro secoli fa su bastimenti a vela e ne basta poco per essere contenti. Cerco di usare e riusare i miei abiti: di certo non ne acquisto 35 chilogrammi all’anno come la media inglese, e le mie magliette fanno ben più di 25 lavaggi nella loro vita, in genere fino a sfilacciarsi per usura. Se abbandono abiti è perché non ci entro più, non per futili ragioni di moda. Scelgo sempre tagli classici, che reggono al tempo che passa. Spero così di non contribuire eccessivamente alla desertificazione del Mar d’Aral o allo sfruttamento del lavoro nell’industria tessile asiatica.

L'autore



01 ottobre 2009 Di Grazia Casagrande


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